Ma dove va la Francia?
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Scritto da Gabriele alle 12:12 2 commenti
Categorie: Francia, Omofobia, Omogenitorialità, Sarkoland
Ti piace questo post? Votalo su OkNotizieScritto da Gabriele alle 20:19 5 commenti
Una delle perversioni più devastanti che di tanto in tanto mi concedo è, oltre al fugace brivido di uno o due post dei piddini di Kilombo (metablog delle... “sinistre”), la lettura di quell’autentica grancassa che è la Repubblica. Il partito è sempre quello, ovviamente: Democratico (Cristiano, perché in Italia la divisione fra Stato e Chiesa deve ancora venire. Aspettate, c’è tempo, è solo il 2007 in fin dei conti!). Conosci il nemico, si diceva una volta. E va bene, ma svegliarsi e leggersi gli editoriali di Massimo Giannini è qualcosa di più, è la realizzazione di un insano masochismo: so con certezza, dalle prime righe, che la mia giornata sarà irrimediabilmente rovinata*.
Oggi estraggo solo l’ultima parte del suo pezzo sullo sciopero degli autotrasportatori, che porta un titolo da “è arrivato il castigamatti”: “Non si tratta con chi protesta così”, lotta dura senza paura. Dice il nostro, per concludere: “Con chi tiene sotto ricatto la collettività, non si dovrebbe mai trattare. Non c’è bisogno di scomodare la Gran Bretagna di Margareth Thatcher, che al tempo delle lotte durissime dei minatori inglesi ripeteva ‘niente birra e panini al numero 10 di Downing Street’. Basta guardare alla Francia di Sarkozy, che ha retto l’urto dei ferrovieri e degli autotrasportatori per un’intera settimana. Alla fine hanno ceduto loro. E solo a quel punto hanno trovato udienza a Palazzo Matignon”.
Peccato davvero che la storia di quest’ultimo conflitto in Francia non sia andata esattamente come piacerebbe a Giannini, non a caso estimatore di un politico di destra molto insidioso come il piccolo Nicolas. Intanto lo sciopero non riguardava affatto gli autotrasportatori, ma i ferrovieri, i conducenti della metropolitana e più in generale tutti i lavoratori dei cosiddetti “regimi speciali” (per esempio anche quelli delle aziende dell’elettricità o del gas), cioè quelli ai quali era fin qui riconosciuta una specificità che consentiva loro di andare in pensione con 37 anni e mezzo di contributi anziché gli attuali 40 previsti per le altre categorie (la riforma Sarkozy-Fillon vuole innalzare a 40 anni i contributi anche per loro e portarli a 41 o 42 anni per gli altri lavoratori nel 2008). Lo sciopero è durato nove giorni, non una settimana e al di là degli atteggiamenti fintamente baldanzosi del governo, che fosse necessario aprire una trattativa con i sindacati era ben chiaro a tutti già dalle prime ore, vista l’adesione massiccia e la rabbia della base. Non si è atteso che l’agitazione finisse per comprenderlo. Pare che ai negoziati, cui partecipano tuttora anche le direzioni delle società interessate (la SNCF, per esempio, o la RATP), si stia ottenendo qualche misura che riduce l’impatto della cosiddetta “riforma” (che è, in realtà, un arretramento rispetto ai diritti acquisiti) . Questo, poco o tanto che sia (lo si vedrà al termine dei negoziati), è possibile non perché gli scioperanti hanno ceduto davanti alla presunta “fermezza” del governo, ma al contrario, perché hanno resistito oltre le sue previsioni, attuando, oltre ai classici picchetti, anche sporadiche forme di boicottaggio dei crumiri come il blocco dei treni in partenza. Sembra persino superfluo dirlo, ma tant’è...
Ci si chiede sinceramente fin dove può arrivare l’attacco al diritto di sciopero - che è il vero obiettivo di Giannini, secondo una moda che non conosce confini. Posto che l’astensione dal lavoro non è proclamata per fare “ostaggi” (versione francese del “ricatto alla collettività” italiano) ma per ottenere soddisfazione una volta aperta una vertenza, forse è proprio di questo che Giannini avrebbe potuto parlarci: di come i media come quello su cui scrive sollecitino, ingigantiscano e poi utilizzino il malcontento di chi non sciopera, in chiave antisindacale e autoritaria. In questo caso (ma solo in questo), il paragone tra la Francia e l’Italia sarebbe stato opportuno.
* Tranquillizzatevi, comunque, sto cercando di smettere! E vi risparmio il coretto di Giovanni Valentini, per il quale “una sfida tuttora attuale per i riformisti italiani, a cominciare naturalmente dal Partito democratico” sarebbe quella di fare proprio, sulla scia di quanto fatto da Tony Blair, il proposito di instaurare “law and order, legge e ordine”. E adesso un consiglio. Se rifuggite la propaganda e avete voglia di vederci un po’ più chiaro sul contesto di questa protesta (durissima, certo, ma chi l’ha detto che il conflitto deve essere dolce e innocuo, sopportabile perché non incide sulla nostra quotidianità?), andate a leggere questa analisi controcorrente di Mario. Difficile che possiate trovare sui nostri media qualcosa di simile.
Ti piace questo post? Votalo su OkNotizieSocialista anomalo, sostenitore dell’interventismo, oppositore della strategia di Chirac contro la guerra in Iraq voluta da Bush. Schierato con Ségolène Royal per la corsa all’Eliseo, subito dopo la sconfitta di quest’ultima ha pensato bene di voltare gabbana e di cogliere l’occasione a lungo sognata: assumere un ruolo da protagonista nella vita politica francese. Nel governo Fillon accetta quindi di apparire come garante della cosiddetta “apertura” della destra ad alcune istanze “di sinistra”: un’attenzione verso il sociale tutta relativa, che sarebbe meglio classificare come trasformismo. Stiamo parlando dell’ineffabile ministro degli affari esteri francese, quel dottor Bernard Kouchner che, poco incline al dialogo con i giornalisti, quando appare su un palcoscenico televisivo raramente riesce ad esporre le sue idee senza alzare la voce. Che avrà mai da gridare così, vien sempre da chiedersi. Deve essere il suo modo di far capire che ha proprio ragione lui.
Del resto non è solo la pazienza e la serenità d’animo a fargli difetto. Kouchner probabilmente ha anche un grave problema di gestione della propria agenda, se da due mesi a questa parte non ha trovato neanche un’oretta (sua o dei suoi collaboratori) da dedicare a quattro associazioni che gli avevano chiesto un incontro. Tra queste ultime figura anche l’Inter-LGBT, federazione che riunisce molti gruppi della comunità gay, lesbica, bisessuale e transessuale francese. A destare la loro preoccupazione, una circolare del ministro, datata 28 settembre, con la quale Kouchner chiede ai consolati francesi all’estero di non registrare i PaCS in quei paesi che non permettono la convivenza di due persone dello stesso sesso o di sesso diverso fuori dal matrimonio. La legge che dal 1999 regola le unioni civili, infatti, stabilisce che i cittadini o le cittadine francesi possono sottoscrivere un PaCS anche al consolato, nel proprio paese di residenza. Che la coppia sia formata da due francesi o da un partner francese e uno straniero, non fa differenza. Ovviamente, il contratto ha effetto esclusivamente in Francia e non nel paese di residenza, a meno che in quest’ultimo non sia in vigore una legge simile a quella istitutiva dei PaCS francesi.
Ora però la circolare del ministero degli esteri ha posto un limite fortissimo a questa possibilità. L’autorità consolare deve rifiutare il PaCS alle coppie eterosessuali in quei paesi dove sono vietate le unioni fuori dal matrimonio e alle coppie omosessuali laddove l’omofobia è legge di Stato. Ma, “assurdità massima, se la coppia persiste nella sua volontà di firmare un PaCS,” - ha dichiarato il presidente dell’Inter-LGBT, Alain Piriou - “l’autorità è comunque tenuta a procedere alla registrazione. Per poterlo fare, la coppia deve firmare un certificato che attesta l’avvenuto avvertimento da parte del consolato e la impegna a non far valere il PaCS nel paese di residenza”. “Quello che è davvero nauseante” - ha aggiunto Piriou - “è che anche quest’ultima possibilità è negata se uno solo dei partner è francese”.
“Stabilendo una differenza di trattamento in funzione della nazionalità o dell’orientamento sessuale, questa circolare offende il principio dell’uguaglianza e della non-discriminazione”, affermano quindi l’Inter-LGBT, l’ARDHIS (Associazione per il riconoscimento del diritto delle persone LGBT all’immigrazione e al soggiorno), il GISTI (Gruppo d’informazione e sostegno agli immigrati) e la LDH (Lega dei diritti dell’uomo). È vero che si tratta di una pratica già in uso dal 2006 in alcuni consolati francesi, come quelli funzionanti in Algeria e in Marocco. Tuttavia, il fatto che essa sia stata ora inserita in un provvedimento del governo e quindi ufficializzata ed estesa a tutta l’amministrazione francese all’estero, ha spinto le quattro associazioni, ascoltato il fin troppo lungo silenzio del Quai d’Orsay, a chiederne l’annullamento al Consiglio di Stato.
Di qui la domanda: Bernard Kouchner, sinistra o sinistro?
Fonti: Alain Piriou, Têtu.
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Chi è sceso in piazza oggi contro la politica di Nicolas Sarkozy? In questo 20 novembre francese, non c’è che l’imbarazzo della scelta. Nella settima giornata consecutiva di sciopero nei trasporti, ha incrociato le braccia il 27% dei macchinisti: oggi circola in Francia solo la metà dei treni. Le cose non vanno molto meglio alla RATP, la metropolitana di Parigi, dove, secondo le stime sempre un po’ truccate della direzione, cinque linee su 14 sono ferme e sulle altre i convogli circolano col contagocce. In attesa dei negoziati, previsti per domani, il governo ha tentato di spezzare il fronte sindacale, puntando sulla pressione che un’opinione pubblica “esasperata”, sapientemente guidata e sondata dai grandi mezzi di comunicazione, peraltro vicini al presidente, avrebbe esercitato sui manifestanti. Il magro risultato di questa strategia è stato l’appello - ampiamente previsto - del sindacato moderato CFDT a riprendere il lavoro, richiesta che non sembra aver provocato gli effetti desiderati: le altre sei organizzazioni, infatti, hanno votato compatte per la prosecuzione dello sciopero in tutte le assemblee generali dei lavoratori, dove la base sembra decisa a respingere senza appello la riforma sarkozysta che innalzerebbe da 37 anni e mezzo a 40 la quota di contributi per ottenere la pensione, anche nei settori particolarmente usuranti.
Ma i protagonisti del conflitto, quest’oggi, sono i lavoratori della funzione pubblica: difesa, ospedali, Tesoro,... In concomitanza con le 24 ore di astensione dal lavoro proclamate per oggi, in tutti i dipartimenti si sono svolte affollate manifestazioni locali. Il corteo parigino, che ha visto la partecipazione di molti ferrovieri e studenti, ha sfilato da Place d’Italie agli Invalides. Alla protesta si sono uniti tantissimi insegnanti (l’adesione è intorno al 60%), le poste, la Banca di Francia, i controllori di volo, il personale di AirFrance e degli aeroporti di Parigi. Tutti chiedono la salvaguardia del potere d’acquisto, la difesa della qualità e dell’efficienza del servizio pubblico, la fine della precarietà e una pensione a partire da sessant’anni, con un tasso del 75% e con 37 anni e mezzo di contributi.
Inoltre: studenti ancora sul piede di guerra, con 43 università e qualche liceo bloccati, contro la legge Pécresse che introduce elementi di privatizzazione negli atenei; lavoratori delle società dell’elettricità e del gas mobilitati, insieme ai ferrovieri, contro la riforma dei regimi pensionistici speciali; nessun quotidiano nazionale in edicola, a causa dello sciopero della società di distribuzione NMPP; persino le previsioni del tempo saranno oggi più che mai incerte, a causa dell’agitazione del personale di Météo France.
Tuttavia, proprio nel momento in cui il conflitto si estende e complica il quadro, Sarkozy, che di solito occupa quotidianamente il piccolo schermo con le iniziative più svariate, sceglie di rimanere in silenzio. Il fatto di essersi aumentato lo stipendio del 140% (ma, in mancanza di una cifra ufficiale, c’è chi ha parlato addirittura del 206%) nel momento stesso in cui sferra un attacco ai diritti acquisiti dei suoi cittadini, non sembra stimolare in lui una particolare loquacità: una dichiarazione ufficiale del presidente della Repubblica è prevista solo per giovedì o venerdì.
Fonti: Le Monde, Rue89, VousNousIls.
Vedi anche: La Francia si sveglia, contro Sarkozy; “Scioperiamo per tutti”, ma i sindacati si dividono; Francia, sciopero a oltranza; Francia, secondo giorno di sciopero; “Non facciamo ostaggi, facciamo sciopero”; Una preoccupante stereofonia.
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Sapere che all’estero il sistema dell’informazione non gode di una salute enormemente superiore a quella riscontrabile nella disastrata Italia, me ne rendo conto, non è motivo di consolazione. Tuttavia, constatarlo potrebbe aiutarci ad aprire una discussione sul fatto che il giornalismo, in Italia come altrove, non costituisce più un contropotere rispetto a quello ufficiale, ma si limita in gran parte a rafforzare, presso l’opinione pubblica, il punto di vista dell’autorità politica. Da critico e da guardiano della democrazia, potremmo dire, il giornalismo si è fatto portavoce.
Da cinque giorni i ferrovieri e i conducenti della metropolitana stanno scioperando contro la cosiddetta “riforma” del sistema pensionistico speciale voluta da Sarkozy. Si tratterebbe, come ho già scritto in altri post (vedi link alla fine), di portare la quota di contributi da 37 anni e mezzo a 40 anche per quei dipendenti che svolgono mansioni particolarmente dure, come per esempio i macchinisti. Per il 2008 si è già previsto di innalzare a 41 anni di contributi il settore pubblico, i cui lavoratori, come quelli del settore privato, possono per il momento percepire la totalità della loro pensione una volta raggiunti 40 anni di contributi. Dopodomani, proprio la funzione pubblica scenderà in piazza per protestare contro la riduzione degli organici.
Lameduck ha riportato, in un commento a uno dei miei post precedenti, il modo in cui il Tg2 aveva riferito, nei giorni scorsi, la notizia degli scioperi in Francia. Desolante, certamente. Ma anche la gran parte dei cittadini francesi si abbevera, per avere le notizie della giornata, ai telegiornali. Un articolo apparso ieri su Libération, in controtendenza rispetto alla linea prudente e moderata che quel quotidiano ha tenuto in questi ultimi anni, riferisce con chiarezza il modo in cui l’informazione televisiva francese, più che dare notizie, stia facendo propaganda: pro-Sarkozy, s’intende. Ne emerge un ritratto davvero inquietante, che vale la pena tradurre e leggere.
I TG BOCCIANO LO SCIOPERO
di Raphaël Garrigos e Isabelle Roberts
A ogni sciopero il proprio eroe. Nel 1968 era Daniel Cohn-Bendit. Nel novembre 2007 - è sicuro - sarà Jean-Pierre Pernault, presentatore del telegiornale delle 13 di TF1 e accanito difensore della vedova e dell’utente, torturati dagli scioperanti privilegiati. Da lunedì Pernaut ribolle. Grugnisce, fa le facce e solleva le sopracciglia. Certo, Pernaut è fatto così, ma tutti i telegiornali fanno lo stesso, accumulando luoghi comuni, scomodando la pedagogia, diffondendo senza tentennamenti il verbo governativo. A tal punto che gli scioperanti si mettono a cacciare dalle assemblee generali le televisioni e i giornalisti. Ecco il racconto di una settimana di tg.
La galera
Sono... Sono... Ecco: sono un bastimento da guerra, lungo e stretto, a una o più file di remi, in uso nell’antichità... Cosa sono? La galera, ovvio. I tg hanno in bocca sempre questa parola, sentita decine di volte. Lunedì, nel sommario del tg delle 20 di France 2, “si prevede la galera”. Qualche attimo dopo, si profila “una giornata da galera”. L’immagine è la stessa martedì su TF1 alle 13: “Per domani” - profetizza Pernaut - “è annunciato cattivo tempo dappertutto con neve, freddo, pioggia e vento, un giorno da galera, quindi, per milioni di utenti dei trasporti pubblici”. Al tempo stesso il suo collega, Patrick Poivre d’Arvor, declama “la prospettiva della galera”. Manco a dirlo: nella notte di martedì, “è cominciata una giornata da galera” su i-Télé. Per i viaggiatori, pensa un po’, è una galera, così come ci fa notare la perspicace Audrey Pulvar di France 3: “Che galera!”. Ed ecco la fine analisi di un anonimo sulla situazione nei trasporti: “Tra il metrò, dove è una galera e il treno, che è una doppia galera...”.
L’utente
E chi rema nella galera? Nessun “viaggiatore” o “passeggero”, ma, sistematicamente, degli “utenti”, una massa rabbiosa e indefinita. In televisione sono loro i re, vittime “rassegnate” (secondo Patrick Poivre d’Arvor) dello sciopero “duro, duro soprattutto per gli utenti”, proclama David Pujadas, in apertura del tg delle 20 di martedì su France 2. E lo difendono, l’utente. Così il fulminante Jean-Pierre Pernaut giovedì: “Terzo giorno da galera per gli utenti che non hanno scelta e devono lavorare fino a 65 anni, e tutte le mattine”. Inoltre, sottolinea martedì a sostegno della sua linea editoriale, “diversi sondaggi confermano l’ostilità dei francesi a questo nuovo sciopero”. Così, porgono continuamente il microfono all’utente affinché possa esprimersi, senza tema né vergogna. Lamentoso: “Ne abbiamo abbastanza, ci prendono in ostaggio, che vadano a prendere in ostaggio l’Eliseo!” (France 2, martedì alle 20). Rivendicativo: “Bisogna che la Francia si renda conto che ci sono riforme che devono essere fatte” (stesso tg, stesso canale). Minaccioso: “Andremo dai manifestanti e li bastoneremo” (TF1, mercoledì alle 20). Talvolta, l’utente si organizza: così l’“Associazione degli utenti delle stazioni” ha goduto su TF1 di tre reportage in due giorni! Trascinato dal proprio entusiasmo, Patrick Poivre d’Arvor annuncia che l’associazione è stata appena creata “di fronte a questo nuovo sciopero”. Cosa importa se, nel reportage, si viene a sapere che esiste da 17 anni? Quando è studente, l’utente diventa un “antiblocco”, in opposizione a “quelli che vogliono il blocco” dei corsi. Anche in quel caso, ci si organizza contro gli scioperanti, designati da Jean-Pierre Pernaut con il termine patibolare di “individui” (che hanno ben meritato uno sciame di celerini col manganello). Tra gli “antiblocco”, invece, “i punti di vista sono sfumati” (Pernaut, sempre lui). E “gli studenti distribuiscono volantini, che siano di sinistra o di destra”. Niente di grave se uno di loro, sentito in seguito, ha la tessera dell’UNI, il sindacato studentesco molto di destra.
L’arte di arrangiarsi
L’utente, innanzitutto, si arrangia. A ogni edizione di ogni tg, una marea di servizi su “il mio utente, il mio piano B” o, variante, “la famiglia Utente si organizza”. Domenica sera su France 2, filmano una donna che compra dei mandarini al mercato. Commento del giornalista: “Il pieno di vitamine prima di una settimana che si annuncia molto sportiva”. Lunedì e martedì, i tg alternano i reportage sulla bicicletta, fedele compagna dell’utente, e i passaggi in automobile. Mercoledì sera, sulla stessa linea, tutti i nostri utenti coraggiosi dormono nei posti più strani: i dipendenti di un hotel all’hotel (“generosità di un padrone comprensivo” per TF1, e “Bruno, l’amabile proprietario, che accorda un favore al personale” su France 2), le infermiere all’ospedale, e, trovata del secondo canale, gli impiegati di un’agenzia organizzatrice di eventi... in una yurta, una tenda mongola, sul tetto dell’ufficio. Erano talmente contenti della loro yurta, quelli di France 2, che ci sono ritornati giovedì!
Avete detto sciopero?
A proposito, cos’è ‘sto sciopero? Chi ha preso informazioni solo dai tg di questa settimana, non ne ha nessuna idea. I telegiornali cominciano tutti con un servizio sul traffico, proseguono con i nostri utenti malandati, qualche reazione governativa o sindacale puramente formale, ma di spiegazioni sul movimento: nessuna. O poco. O male. Strumento preferito: il paragone. Lunedì sera, France 2 compara un conducente della RATP (la metropolitana di Parigi, ndt) con la conducente di una società privata di Rennes, la quale giudica che “le condizioni di guida e di stress alla RATP sono peggiori delle nostre”. Solo che Pujadas ha immediatamente chiarito: i due “fanno lo stesso lavoro”. La stessa sera, Patrick Poivre d’Arvor è perverso. “Torniamo alle rivendicazioni dei manifestanti”, sussurra prima di lanciare un servizio sotto forma di presa in giro che compara i ferrovieri di oggi con quelli dell’inizio del secolo scorso, con abbondante uso d’immagini in bianco e nero di carbone che viene infornato nella bestia umana! Il giorno dopo, TF1 segue un conducente della RATP. Il suo stipendio? 2300 euro. Il primo canale dà solo il salario lordo... così sembra di più.
Portavoce
“La mobilitazione sindacale si scontra con l’assoluta volontà del governo di creare un sistema pensionistico più equo, era nel programma di Nicolas Sarkozy, è stato eletto in parte per questo”. No, non è François Fillon (primo ministro, ndt) e neanche Xavier Bertrand (ministro del lavoro, ndt), ma Jean-Pierre Pernaut, ministro delle ore tredici di TF1. Che la televisione si schieri contro lo sciopero, trasuda da tutti i servizi, dalla gerarchia delle notizie, dalle parole scelte: “La Francia può essere riformata?”, si dispera Laurent Delahousse domenica su France 2. Quanto all’ineffabile Jean-Marc Sylvestre, mercoledì alle 13 su TF1, lui lo sa: “I sindacati hanno compreso che l’opinione pubblica non li seguirebbe nella loro opposizione sistematica a una riforma i-ne-vi-ta-bi-le”. E quest’altra: “La nostra ossessione, è che gli utenti siano quelli meno penalizzati da questo sciopero”. No, questa volta non è la confessione di Patrick Poivre d’Arvor, di Pujadas, e neanche di Pernaut. È Fillon. Da una settimana, milioni di telespettatori - cinque per Pujadas, sette per Pernaut, quasi dieci milioni per Patrick Poivre d’Arvor - ascoltano il tg e il governo rivolgersi a loro con lo stesso linguaggio, in stereofonia.
Vedi anche: La Francia si sveglia, contro Sarkozy; “Scioperiamo per tutti”, ma i sindacati si dividono; Francia, sciopero a oltranza; Francia, secondo giorno di sciopero; “Non facciamo ostaggi, facciamo sciopero”.
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Terza giornata consecutiva di sciopero nei trasporti in Francia. Degli attesi negoziati tra il governo e i sindacati, tanto evocati quanto fumosi nei loro possibili contorni, per il momento neanche l’ombra. È per questo che le organizzazioni sindacali hanno rinnovato l’invito all’astensione dal lavoro per tutta la giornata di oggi alla SNCF (la società delle ferrovie dello stato) e alla RATP, la società che gestisce la metropolitana di Parigi. In attesa di conoscere i dati sull’adesione odierna allo sciopero (ieri era in calo rispetto a mercoledì, primo giorno di mobilitazione) e le decisioni che verranno prese sull’eventuale continuazione del conflitto, vi propongo uno stralcio della chat tenuta ieri su Le Monde da Christian Mahieux, segretario federale del sindacato dei ferrovieri SUD-Rail.
Samoth: Lei prevede una durata per i contributi pari a 37 anni e mezzo per tutti. con quali soldi conta di finanziare le pensioni in questo caso?
Con i soldi di cui la Francia dispone. Un esempio: il PIL annuo in Francia è di 1160 miliardi di euro. La suddivisione del PIL vent’anni fa era: 70% per i dipendenti e 30% per gli investimenti e i profitti degli azionisti. Oggi, questa suddivisione è del 60% e del 40% rispettivamente. Se si tornasse anche solo alla situazione economica francese di vent’anni fa in quanto a divisione della ricchezza, ciò permetterebbe di liberare più di 100 miliardi di euro, niente di paragonabile alla posta in gioco finanziaria che riguarda la controriforma dei regimi speciali.
Con: Come si presenta SUD-Rail ai negoziati con il governo? Siete d’accordo con le proposte della CGT?
C’è stata una lettera di Xavier Bertrand (ministro del lavoro, ndt) [...] che non porta alcun elemento nuovo, visto che secondo il governo si tratta comunque di negoziare l’applicazione di questa controriforma, che noi rifiutiamo. Per quanto riguarda la CGT, noi non pensiamo che negoziare impresa per impresa sia la risposta giusta al problema globale che è stato posto. È necessaria una risposta generale da parte del governo, è a questo livello che il problema deve essere trattato. In quanto organizzazione sindacale, pensiamo che il nostro ruolo non sia quello di accompagnare ma di combattere collettivamente contro i progetti che rimettono in discussione i diritti sociali dei lavoratori.
M. Werth: Perché continuare a prendere in ostaggio la popolazione, mentre adesso ci sono dei negoziati per ogni settore e per ogni impresa?
Noi non prendiamo in ostaggio nessuno. Noi facciamo uno sciopero. E il nostro sciopero non è diretto contro gli utenti, anche se siamo consapevoli che il fatto che non ci siano trasporti pubblici penalizza gli utenti che, in gran parte, sono innanzitutto dei lavoratori dipendenti. In ogni caso, fino a questo momento non c’è nessuna riunione di negoziato, né iniziata né annunciata.
Oulala: Quali previsioni fa per il 20 novembre?
Per il 20 novembre c’è la convocazione dello sciopero per la funzione pubblica. Per quanto riguarda i ferrovieri, per ora non possiamo dire a che punto sarà lo sciopero attuale. Se il governo, tenendo conto del rapporto di forza, ritira il suo progetto, i ferrovieri non saranno più in sciopero. Se viene fatta la scelta opposta, il 20 novembre ci sarà di fatto una congiunzione delle due mobilitazioni.
Lucien: Spero che le giornate di sciopero non siano pagate...
La Sua speranza è esaudita. I giorni di sciopero non ci vengono pagati e del resto non lo sono mai stati.
Robert: Cosa pensa dell’impopolarità del movimento presso l’opinione pubblica (circa il 55% de francesi sostengono il governo su questo punto)?
Credo che il 55% dei francesi pensino che sia meglio avere dei treni e degli autobus piuttosto che non averne. Ma non sono certo che il 55% dei francesi abbiano come preoccupazione principale quella di diminuire la pensione dei ferrovieri e degli agenti della RATP. Tanto più che, se questo venisse fatto, non darebbe nessun vantaggio agli altri lavoratori di questo paese.
Samoth: Tutti i contributi possibili non potranno mai finanziare il sistema che lei desidererebbe, dato l’invecchiamento della popolazione!
Questo è falso. La ricchezza prodotta collettivamente in questo paese permette di finanziare abbondantemente il sistema pensionistico che proponiamo. Si tratta di avere la volontà politica di suddividere questa ricchezza in maniera molto meno ingiusta rispetto a oggi. Basta destinare una piccola parte supplementare del PIL al finanziamento delle pensioni.
Max: Si blocca l’economia se si fanno pesare le questioni sociali sulla creazione della ricchezza...
Ma la creazione della ricchezza collettiva ha senso solo se, appunto, serve socialmente ai cittadini.
Xavier: La parte di persone che lavorano sulla popolazione totale diminuisce anno dopo anno, mentre la speranza di vita aumenta. Detto questo, come può credere che i vantaggi acquisiti quarant’anni fa non debbano evolvere, quando oggi possiamo vivere vent’anni di più?
Noi non pensiamo che l’allungamento della durata della vita debba “essere pagato” con un allungamento obbligatorio della durata del lavoro. Piuttosto, c’è oggi, nel 2007 in Francia, una situazione economica migliore di quella del 1945, quando è stato creato il sistema della Sécurité sociale. Questo deve permettere, così come era stato previsto in origine, di allineare il regime generale ai regimi cosiddetti speciali, e non il contrario.
Pat: Non ha l’impressione di portare avanti una lotta di retroguardia, con i suoi riferimenti marxisti e la sua retorica che consiste nell’opporre sempre il capitale e il lavoro?
No, penso che sia lo stato reale della situazione, che la sua domanda, del resto, descrive molto bene. Siamo effettivamente in una società nella quale esiste una divisione tra capitale e lavoro. In quanto organizzazione sindacale, noi difendiamo gli interessi dei lavoratori, e questo si oppone ai padroni, ciò che non significa necessariamente degli scioperi ogni giorno, ma si traduce invece quotidianamente in un confronto tra queste due classi sociali.
Antoine_B: Se non ottenete ciò che volete, sarete capaci di prolungare questo sciopero fino alle vacanze natalizie? Ovviamente no, allora perché continuate?
Sulla durata del nostro movimento, non sono le organizzazioni sindacali che decideranno ma, ogni giorno, i lavoratori dell’impresa riuniti in assemblea generale. E, per il momento, i lavoratori hanno deciso, aderendo al prolungamento dello sciopero, di continuare a fare pressione sul governo.
Vedi anche: La Francia si sveglia, contro Sarkozy; “Scioperiamo per tutti”, ma i sindacati si dividono; Francia, sciopero a oltranza; Francia, secondo giorno di sciopero.
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Vedi anche: La Francia si sveglia, contro Sarkozy; “Scioperiamo per tutti”, ma i sindacati si dividono; Francia, sciopero a oltranza.
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Quando è carrée, significa che la mobilitazione sarà massiccia e molto estesa, ma avrà una durata prestabilita, per esempio ventiquattro ore: passata la giornata durante la quale l’attività lavorativa si blocca, i rappresentanti soppesano l’ampiezza dell’adesione per poi farla pesare al tavolo dei negoziati. Se invece è reconductible, si sa quando comincia ma non quando finisce, poiché può essere prolungata indefinitamente. È la grève, lo sciopero in Francia.
Fonti: Le Figaro, Le Monde, Libération.
Foto: Bernard Thibault (Alain Bachellier, licenza CC).
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Rossana Rossanda, La ragazza del secolo scorso.