Catania Pride 2008 - 5 luglio
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21 marzo 2008

Ma dove va la Francia?

È la domanda che, ironicamente, si è posta l’associazione Act Up-Paris all’indomani della sconfitta, alle elezioni amministrative, di Christian Vanneste: il candidato sindaco di Tourcoing, deputato dell’UMP di Sarkozy, è stato battuto fin dal primo turno, il 9 marzo scorso, dal suo rivale socialista. Vanneste, condannato in primo e in secondo grado per omofobia, aveva dichiarato che “l’omosessualità è inferiore all’eterosessualità” e “costituisce un pericolo per la sopravvivenza della specie”. “Con la sconfitta di Christian Vanneste” - dichiarano ad Act Up-Paris nel loro comunicato - “la Francia compie un ulteriore passo verso la deriva. Quella Francia fatta di uomini eterosessuali bianchi, che pagano troppe tasse [...]. Quella Francia che rifiuta che si chiami omofobia la lotta contro la comunità, o razzismo la lotta per la salvaguardia dell’identità nazionale. Quella Francia che non ha niente da rimproverare ai froci, alle lesbiche e ai travestiti, finché questi esseri inferiori si fanno violentare o muoiono in silenzio. Quella Francia” - prosegue il comunicato - “è minacciata da ogni parte [...]. Questo stesso fine settimana, la Spagna ha aggravato questo clima di disperazione, dando la vittoria agli alleati della comunità degli invertiti maledetti da Dio, malgrado gli ammonimenti della Santa Chiesa Cattolica. [...] Act Up-Paris rivolge un pensiero, uno solo, ai nuovi esclusi. E poi passiamo ad altro”.

Il massimo rappresentante di quella Francia uscita sconfitta dalle urne, non sembra tuttavia pronto a lasciare la presa: “Uomo e donna li creò” (“Homme et femme, Il les créa”, AES), una raccolta di saggi - tra i quali figurano anche quello di Vanneste e quello di Tony Anatrella, monsignore e “psicoterapeuta”, per il quale gli omosessuali sono affetti da “narcisismo” e da una “profonda immaturità” - ha fatto il giro... delle scuole. Sì, perché questo testo, che difficilmente scalerà le vette dei best seller nelle librerie, è stato inviato ai centri di documentazione di alcuni licei francesi, affinché possa trovare posto tra i volumi consultabili da docenti e studenti. 

Che cosa si sostiene in questa raccolta? Lo si può intuire facilmente leggendo la presentazione scritta dall’editore: “La nostra società ha smarrito i suoi riferimenti. La liberazione della donna non ha eliminato il dramma dell’aborto. Gli omosessuali rivendicano un matrimonio che le coppie hanno abbandonato. [...] La crisi d’identità sessuale non minaccia la famiglia? Certi affermano che la differenza tra uomo e donna sarebbe di tipo culturale. Davvero abbiamo inventato noi questa differenza? Bisogna perciò cancellarla? Bisogna davvero dare la stessa educazione alle ragazze e ai ragazzi?”. Le reazioni all’invio di questo materiale alle scuole non si è fatta attendere. Tra esse, quella del portavoce dell’Inter-LGBT, Alain Piriou: “Che queste persone difendano le loro idee, per nauseanti che siano, è un loro diritto, finché non si tratta di ingiurie o di incitamenti all’odio. Ma da qui ad accettare che la loro crociata entri nei licei, ce ne corre. La scuola” - conclude Piriou - “deve poter discutere di tutto, ma sicuramente non può lasciarsi infiltrare da una propaganda politica che rivela un proselitismo religioso”.

Nel frattempo, i segnali che giungono dalla maggioranza di destra e dallo stesso presidente della Repubblica, dopo la débâcle di domenica scorsa, sono per lo meno contrastanti. Dal cilindro del rimpasto governativo è uscito il nome di Nadine Morano, la nuova sottosegretaria del ministro del Lavoro, con delega per la famiglia. Nonostante la sua appartenenza all’UMP, le sue posizioni favorevoli all’apertura del matrimonio e dell’adozione anche a gay e lesbiche, sono note da tempo. Nel 2006 aveva aspramente criticato le conclusioni di una missione parlamentare sulla famiglia (il cosiddetto “rapporto Pécresse”, dal nome della deputata relatrice dell’UMP), che non si pronunciava sull’omogenitorialità. “Ipocrita”, lo aveva bollato Nadine Morano. In seguito, ha preso di mira le proposte della destra sulle questioni glbt, giudicandole poco adatte “alla realtà multiforme delle famiglie francesi”. Non è un caso che la sua nomina a sottosegretario sia stata fortemente stigmatizzata da Jean-Marie Le Pen, leader del partito di estrema destra Front National. Ogni seppur lieve entusiasmo è stato tuttavia spento dalla stessa Morano, che in un’intervista all’emittente radiofonica RTL ha dichiarato che le sue sono opinioni personali e che deve “applicare il progetto presidenziale”, notoriamente contrario al matrimonio e all’adozione per le coppie composte da gay o lesbiche.

Anche la sua collega Fadela Amara, ex leader dell’associazione di donne “Ni putes, ni soumises” (“Né puttane, né sottomesse”), ora cooptata nel governo di François Fillon con il ruolo di sottosegretario per la politica urbana, in un’intervista al magazine glbt “Têtu”, si è detta “favorevole all’adozione per le coppie omosessuali e anche al matrimonio omosessuale”. Amara si augura, inoltre, che “nasca un movimento gay nelle periferie”, dove, “quando le loro preferenze sono note, gli e le omosessuali subiscono di tutto, comprese le spedizioni punitive”. Peccato che tanto ardore non si sia manifestato anche nel piano “Espoir banlieues” (“Speranza nelle periferie”), redatto solo un mese fa dalla sua ministra, l’ultracattolica Christine Boutin: sulla lotta contro l’omofobia, infatti, in quel documento, neanche un rigo. A proposito di Fadela Amara, il portavoce dell’Inter-LGBT Alain Piriou ha dichiarato: “L’ho incontrata una sola volta, dietro mia richiesta. Ho scoperto una persona che non ascoltava, piena di certezze, settaria, che vedeva nemici ovunque e non aveva niente di concreto da proporre. L’ho ricontattata per chiederle sostegno sulla legge contro le affermazioni sessiste e omofobe, ma non ha mai voluto impegnarsi su questo”.

Infine, buon ultimo in questo agitare specchietti per le allodole, è apparso ieri anche Jean-Marie Colombani. In un’intervista al quotidiano gratuito “20 minutes”, l’ex direttore di “Le Monde”, ora relatore di un rapporto sull’adozione richiesto da Nicolas Sarkozy, ha dichiarato che bisogna “mettere fine all’ipocrisia che permette l’adozione a una coppia sposata, ma non a una coppia pacsata; e che permette a chi è single di adottare, purché non si dichiari omosessuale”. Benissimo. Come mai, però, questi bei propositi non compaiono nel rapporto consegnato al presidente? “Non è l’oggetto della missione che mi è stata affidata”, risponde furbescamente Colombani.

Allora, dove va la Francia, in tutto questo sventolio di dichiarazioni vuote e di documenti altrettanto inconcludenti? In tema di diritti per le persone glbt, credo, da nessuna parte.


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19 febbraio 2008

Sarkozy, Berlusconi e il papa

Su Libération di oggi è comparso un articolo del filosofo e giornalista francese Robert Maggiori, sulla sorte della laicità in Francia e in Italia. Eccovi la traduzione.

Ci sono mille ragioni - politiche, morali e anche psicologiche - per stabilire un legame tra Silvio Berlusconi e Nicolas Sarkozy. Stesso populismo, stessa autocrazia, stesso istrionismo, stesso gusto smodato per la scena, stesso modo di trattare come dipendenti i collaboratori e gli alleati, stesso controllo (reale per uno, agognato per l’altro) sull’informazione, stessa incultura letteraria e filosofica - possiamo immaginarli con un libro in mano? -, stessa abilità retorica, stessa maniera di esibire la ricchezza... Tuttavia un punto in comune merita di essere sottolineato in special modo: divorziati e padri di figli avuti con diverse donne - situazione che Santa Madre Chiesa approva ben poco -, impiegano la stessa forza nell’affermare le virtù della religione e a disprezzare la laicità.
In Francia - “Repubblica indivisibile, laica, democratica e sociale” -, non ci sono stati milioni di persone in piazza dopo che il loro presidente ha dichiarato che i maestri non potranno mai sostituire i pastori o i sacerdoti, affermando così che non esiste una morale se non religiosa. In Italia ce ne sono stati di manifestanti, un vero e proprio tumulto, con tanto di petizioni, dibattiti infuocati alla televisione, interventi in Parlamento, centinaia di articoli, migliaia di post sui blog... Per difendere la laicità? No. Per garantire la libertà di espressione del... papa, tremendamente minacciata! In Francia facciamo bene a preoccuparci delle affermazioni del Presidente. In Italia, invece, ci si domanda se dichiararsi atei o laici non diventerà presto un atto passibile di sanzioni penali.
Andiamo indietro nel tempo, al 15 marzo 1990. In un discorso pronunciato a Parma, Joseph Ratzinger, all’epoca ancora cardinale, cita una frase di Paul Feyerabend, nella quale l’epistemologo “anarchico” diceva che “all’epoca di Galileo, la Chiesa rimase ben più fedele alla ragione dello stesso Galileo”, e che “il processo contro Galileo è stato ragionevole e giusto”. La riprende nel 1992 in “Svolta per l’Europa?” (edizioni Paoline, Roma), il che autorizza a pensare che quella citazione, se proprio non traduceva il suo pensiero, doveva piacergli davvero tanto.
Il 17 gennaio scorso, Ratzinger, divenuto nel frattempo Benedetto XVI, viene invitato dal rettore dell’Università La Sapienza di Roma, Renato Guarini, a tenere una lectio magistralis per la cerimonia d’apertura dell’anno accademico. Alcuni professori se ne risentono e, ricordando la quella citazione così amata dal papa, scrivono al rettore che, “in quanto uomini di scienza fedeli alla ragione e insegnanti che hanno consacrato la loro vita al progresso e alla diffusione della conoscenza”, si sentono offesi e, “in nome della laicità della scienza e della cultura, nel rispetto di questa facoltà aperta a ricercatori e studenti di ogni credo e di ogni ideologia”, chiedono che “l’inopportuno evento” non abbia luogo. La lettera circola nelle altre università e raccoglie rapidamente millecinquecento firme di professori. Si diffonde anche tra gli studenti che, di assemblea in assemblea, creano una “mobilitazione” contro la visita del papa alla Sapienza. Sui muri della facoltà viene steso un immenso striscione: “La scienza è laica”.
Basandosi sulla relazione del prefetto, che teme incidenti, il Vaticano annulla la visita del papa. Benedetto XVI può tenere tutti i discorsi che vuole, anche i più reazionari, su famiglia, omosessualità, unioni di fatto, aborto, procreazione assistita, eutanasia - ma fuori dall’università. Tutto bene quel che finisce bene?
E no! Il diabolico cardinal Ruini, vicario generale di Sua Santità per la diocesi di Roma, rovescia la situazione: il papa è vittima dell’intolleranza dei laici. Gli impediscono di parlare, lo umiliano! Che tutti i difensori della fede e della libertà vadano in suo aiuto! E, in effetti, migliaia di manifestanti “antilaici” si ritrovano in piazza San Pietro. L’Osservatore Romano scrive che “la minaccia contro il papa è un evento drammatico”. Uomini politici di ogni campo entrano in scena per manifestare la loro solidarietà alla Chiesa imbavagliata, per fustigare i “cattivi maestri”, gli empi, gli... integristi! Silvio Berlusconi ne approfitta per attaccare la sinistra, alleata a delle “frange intolleranti” e la richiama a “un severo esame di coscienza”. L’Italia è il paese dove la Chiesa (cattolica) ha più potere. Papa, cardinali, vescovi e preti s’impicciano di qualsiasi cosa, partecipano a tutti i dibattiti su tutti i mezzi di comunicazione, scritti e audiovisivi, possiedono imperi mediatici, formano le coscienze, disegnano le forme e i contenuti dell’etica - che, dicono, è cristiana o non è. Così, affermare che “la scienza è laica” diventa il sintomo di una grande intolleranza. È vero che “il maestro non potrà mai sostituire il prete”. My God!

La prima domanda (retorica) che mi è venuta in mente dopo la lettura di questo articolo, è stata: ma com’è possibile che in Italia Sarkozy piaccia così tanto e sia indicato da più parti come esempio di una destra “moderna”, visto che gli stessi francesi lo paragonano all’impresentabile Berlusconi? Le offese di Sarkozy a uno dei pilastri della Repubblica, quello della laicità, dovrebbe metterci tutti in allarme, tanto più che, se in Italia la corsa del berlusconismo e al clericalismo non può certo essere fermata (al contrario, può essere solo favorita) dal PD di Veltroni e Binetti, anche in Francia l’opposizione risulta ammutolita, non pervenuta.

Fonte: Libération (traduzione mia).

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12 dicembre 2007

I democratici (cristiani) per la legge e l’ordine

Una delle perversioni più devastanti che di tanto in tanto mi concedo è, oltre al fugace brivido di uno o due post dei piddini di Kilombo (metablog delle... “sinistre”), la lettura di quell’autentica grancassa che è la Repubblica. Il partito è sempre quello, ovviamente: Democratico (Cristiano, perché in Italia la divisione fra Stato e Chiesa deve ancora venire. Aspettate, c’è tempo, è solo il 2007 in fin dei conti!). Conosci il nemico, si diceva una volta. E va bene, ma svegliarsi e leggersi gli editoriali di Massimo Giannini è qualcosa di più, è la realizzazione di un insano masochismo: so con certezza, dalle prime righe, che la mia giornata sarà irrimediabilmente rovinata*.
Oggi estraggo solo l’ultima parte del suo pezzo sullo sciopero degli autotrasportatori, che porta un titolo da “è arrivato il castigamatti”: “Non si tratta con chi protesta così”, lotta dura senza paura. Dice il nostro, per concludere: “Con chi tiene sotto ricatto la collettività, non si dovrebbe mai trattare. Non c’è bisogno di scomodare la Gran Bretagna di Margareth Thatcher, che al tempo delle lotte durissime dei minatori inglesi ripeteva ‘niente birra e panini al numero 10 di Downing Street’. Basta guardare alla Francia di Sarkozy, che ha retto l’urto dei ferrovieri e degli autotrasportatori per un’intera settimana. Alla fine hanno ceduto loro. E solo a quel punto hanno trovato udienza a Palazzo Matignon”.
Peccato davvero che la storia di quest’ultimo conflitto in Francia non sia andata esattamente come piacerebbe a Giannini, non a caso estimatore di un politico di destra molto insidioso come il piccolo Nicolas. Intanto lo sciopero non riguardava affatto gli autotrasportatori, ma i ferrovieri, i conducenti della metropolitana e più in generale tutti i lavoratori dei cosiddetti “regimi speciali” (per esempio anche quelli delle aziende dell’elettricità o del gas), cioè quelli ai quali era fin qui riconosciuta una specificità che consentiva loro di andare in pensione con 37 anni e mezzo di contributi anziché gli attuali 40 previsti per le altre categorie (la riforma Sarkozy-Fillon vuole innalzare a 40 anni i contributi anche per loro e portarli a 41 o 42 anni per gli altri lavoratori nel 2008). Lo sciopero è durato nove giorni, non una settimana e al di là degli atteggiamenti fintamente baldanzosi del governo, che fosse necessario aprire una trattativa con i sindacati era ben chiaro a tutti già dalle prime ore, vista l’adesione massiccia e la rabbia della base. Non si è atteso che l’agitazione finisse per comprenderlo. Pare che ai negoziati, cui partecipano tuttora anche le direzioni delle società interessate (la SNCF, per esempio, o la RATP), si stia ottenendo qualche misura che riduce l’impatto della cosiddetta “riforma” (che è, in realtà, un arretramento rispetto ai diritti acquisiti) . Questo, poco o tanto che sia (lo si vedrà al termine dei negoziati), è possibile non perché gli scioperanti hanno ceduto davanti alla presunta “fermezza” del governo, ma al contrario, perché hanno resistito oltre le sue previsioni, attuando, oltre ai classici picchetti, anche sporadiche forme di boicottaggio dei crumiri come il blocco dei treni in partenza. Sembra persino superfluo dirlo, ma tant’è...
Ci si chiede sinceramente fin dove può arrivare l’attacco al diritto di sciopero - che è il vero obiettivo di Giannini, secondo una moda che non conosce confini. Posto che l’astensione dal lavoro non è proclamata per fare “ostaggi” (versione francese del “ricatto alla collettività” italiano) ma per ottenere soddisfazione una volta aperta una vertenza, forse è proprio di questo che Giannini avrebbe potuto parlarci: di come i media come quello su cui scrive sollecitino, ingigantiscano e poi utilizzino il malcontento di chi non sciopera, in chiave antisindacale e autoritaria. In questo caso (ma solo in questo), il paragone tra la Francia e l’Italia sarebbe stato opportuno.

* Tranquillizzatevi, comunque, sto cercando di smettere! E vi risparmio il coretto di Giovanni Valentini, per il quale “una sfida tuttora attuale per i riformisti italiani, a cominciare naturalmente dal Partito democratico” sarebbe quella di fare proprio, sulla scia di quanto fatto da Tony Blair, il proposito di instaurare “law and order, legge e ordine”. E adesso un consiglio. Se rifuggite la propaganda e avete voglia di vederci un po’ più chiaro sul contesto di questa protesta (durissima, certo, ma chi l’ha detto che il conflitto deve essere dolce e innocuo, sopportabile perché non incide sulla nostra quotidianità?), andate a leggere questa analisi controcorrente di Mario. Difficile che possiate trovare sui nostri media qualcosa di simile.


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30 novembre 2007

Sui PaCS all’estero Kouchner getta la maschera

Socialista anomalo, sostenitore dell’interventismo, oppositore della strategia di Chirac contro la guerra in Iraq voluta da Bush. Schierato con Ségolène Royal per la corsa all’Eliseo, subito dopo la sconfitta di quest’ultima ha pensato bene di voltare gabbana e di cogliere l’occasione a lungo sognata: assumere un ruolo da protagonista nella vita politica francese. Nel governo Fillon accetta quindi di apparire come garante della cosiddetta “apertura” della destra ad alcune istanze “di sinistra”: un’attenzione verso il sociale tutta relativa, che sarebbe meglio classificare come trasformismo. Stiamo parlando dell’ineffabile ministro degli affari esteri francese, quel dottor Bernard Kouchner che, poco incline al dialogo con i giornalisti, quando appare su un palcoscenico televisivo raramente riesce ad esporre le sue idee senza alzare la voce. Che avrà mai da gridare così, vien sempre da chiedersi. Deve essere il suo modo di far capire che ha proprio ragione lui.
Del resto non è solo la pazienza e la serenità d’animo a fargli difetto. Kouchner probabilmente ha anche un grave problema di gestione della propria agenda, se da due mesi a questa parte non ha trovato neanche un’oretta (sua o dei suoi collaboratori) da dedicare a quattro associazioni che gli avevano chiesto un incontro. Tra queste ultime figura anche l’Inter-LGBT, federazione che riunisce molti gruppi della comunità gay, lesbica, bisessuale e transessuale francese. A destare la loro preoccupazione, una circolare del ministro, datata 28 settembre, con la quale Kouchner chiede ai consolati francesi all’estero di non registrare i PaCS in quei paesi che non permettono la convivenza di due persone dello stesso sesso o di sesso diverso fuori dal matrimonio. La legge che dal 1999 regola le unioni civili, infatti, stabilisce che i cittadini o le cittadine francesi possono sottoscrivere un PaCS anche al consolato, nel proprio paese di residenza. Che la coppia sia formata da due francesi o da un partner francese e uno straniero, non fa differenza. Ovviamente, il contratto ha effetto esclusivamente in Francia e non nel paese di residenza, a meno che in quest’ultimo non sia in vigore una legge simile a quella istitutiva dei PaCS francesi.
Ora però la circolare del ministero degli esteri ha posto un limite fortissimo a questa possibilità. L’autorità consolare deve rifiutare il PaCS alle coppie eterosessuali in quei paesi dove sono vietate le unioni fuori dal matrimonio e alle coppie omosessuali laddove l’omofobia è legge di Stato. Ma, “assurdità massima, se la coppia persiste nella sua volontà di firmare un PaCS,” - ha dichiarato il presidente dell’Inter-LGBT, Alain Piriou - “l’autorità è comunque tenuta a procedere alla registrazione. Per poterlo fare, la coppia deve firmare un certificato che attesta l’avvenuto avvertimento da parte del consolato e la impegna a non far valere il PaCS nel paese di residenza”. “Quello che è davvero nauseante” - ha aggiunto Piriou - “è che anche quest’ultima possibilità è negata se uno solo dei partner è francese”.
“Stabilendo una differenza di trattamento in funzione della nazionalità o dell’orientamento sessuale, questa circolare offende il principio dell’uguaglianza e della non-discriminazione”, affermano quindi l’Inter-LGBT, l’ARDHIS (Associazione per il riconoscimento del diritto delle persone LGBT all’immigrazione e al soggiorno), il GISTI (Gruppo d’informazione e sostegno agli immigrati) e la LDH (Lega dei diritti dell’uomo). È vero che si tratta di una pratica già in uso dal 2006 in alcuni consolati francesi, come quelli funzionanti in Algeria e in Marocco. Tuttavia, il fatto che essa sia stata ora inserita in un provvedimento del governo e quindi ufficializzata ed estesa a tutta l’amministrazione francese all’estero, ha spinto le quattro associazioni, ascoltato il fin troppo lungo silenzio del Quai d’Orsay, a chiederne l’annullamento al Consiglio di Stato.
Di qui la domanda: Bernard Kouchner, sinistra o sinistro?

Fonti: Alain Piriou, Têtu.



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29 novembre 2007

Tranquilli, qui in Francia tutto bene

Nove giorni consecutivi di sciopero, un grande tam tam mediatico per stigmatizzare l’egoismo dei manifestanti e allestire la tragicommedia degli utenti “ostaggi”, e ora? Nulla. Il governo e i sindacati hanno deciso di aprire dei negoziati con le direzioni delle società coinvolte nella riforma dei regimi pensionistici speciali (le più importanti, dal punto di vista simbolico, sono le ferrovie dello Stato – SNCF – e la metropolitana di Parigi – RATP), per trovare delle compensazioni all’applicazione della nuova soglia di contributi (40 anni per tutti). Ergo, di conflitto sociale nessuno parla più. Finito lo sciopero, gabbato il santo, potremmo dire. Già, ma chi è stato imbrogliato di più? La “base”, cioè quei lavoratori che, dopo una lunga e difficile lotta, accettano, loro malgrado, quelle mediazioni cercate fin dall’inizio da un sindacato che la percezione comune (non si sa quanto realistica) vuole debole e isolato? Oppure sono Sarkozy e il primo ministro Fillon ad aver ceduto di più? Certo, la loro faccia è salva (l’obiettivo di una rivincita dopo le elezioni presidenziali e politiche di appena qualche mese fa non è stato centrato), ma se dai negoziati la riforma dovesse uscire stravolta, la credibilità del presidente della Repubblica non ne uscirà rafforzata. E se a essere sconfitti fossero invece i sindacati? Pur consapevoli dell’asprezza del conflitto, hanno esitato molto, lanciando alla loro stessa base dei segnali contraddittori: vedere il segretario della principale organizzazione, la CGT, andare a colloquio dal ministro del lavoro poche ore prima dell’inizio dello sciopero, è sembrato ai più inopportuno. Eppure è stato un segnale che ha preparato il successivo cedimento sull’apertura di negoziati impresa per impresa, un’ipotesi che la CGT aveva nettamente scartato nelle settimane precedenti, chiedendo invece una contrattazione globale per l’insieme dei regimi speciali.
Per il momento la situazione resta fluida, le trattative sono in corso e se ne saprà di più tra qualche settimana. Certamente sin d’ora si può dire che è stata una crisi ambigua, gestita in modo tentennante, anche per l’inconfessato tentativo del governo, tanto evidente quanto vano, di soffiare sul fuoco del malcontento dei cittadini che non scioperavano e di piegare il movimento.

Il bastone e la carota, del resto, sono stati usati anche per cercare di spegnere la miccia delle università e di far digerire la legge sull’autonomia finanziaria che comporta l’ingresso dei privati negli atenei. Il ministro per l’Insegnamento superiore, Valérie Pécresse, pur rifiutando di ritirare il suo provvedimento, ha fatto una serie di concessioni, soprattutto per quanto riguarda le borse di studio e le condizioni di vita degli studenti. L’Unef, il principale sindacato studentesco, tra i massimi protagonisti della vittoriosa lotta contro il contratto di primo impiego di un anno e mezzo fa, si è dichiarato soddisfatto e pronto a far cessare le agitazioni. Eventuali sacche di resistenza da parte dell’ala radicale di un movimento già profondamente diviso, potrebbero essere spazzate via dalla mano dura della polizia, che ha già sgomberato gli atenei di Lione e Grenoble. Nel corso di una manifestazione svoltasi ieri a Nantes, le forze del disordine hanno ferito gravemente uno studente sparandogli in pieno volto un proiettile di gomma [1].

Come se il quadro non fosse già abbastanza fosco, nei giorni scorsi la periferia di Parigi si è incendiata nuovamente. Due ragazzini, sedici e diciassette anni, a bordo di una moto, sono stati urtati da una macchina della polizia, di ronda a Villiers-le-Bel. Sull’effettiva dinamica dell’incidente regna ancora l’incertezza, ma la reazione di una parte dei giovani di quella città non si è fatta attendere: devastazioni, incendi, saccheggi. Danni alla proprietà privata, certo, e anche ai simboli delle istituzioni e della repressione, come i commissariati di polizia. Ormai periodicamente, gente che è stata messa ai margini del benessere (dal punto di vista economico e quindi anche fisico) si ribella alla propria condizione nell’unica maniera che trova per farsi ascoltare. Stupefacente? Finché la risposta al disagio di chi vive in quei ghetti sarà data esclusivamente sul piano dell’ordine pubblico, del dispiegamento della polizia e del disprezzo orgogliosamente rivendicato (non molto tempo fa, l’allora ministro degli interni Sarkozy parlò di “feccia” e di quartieri da ripulire “con l’idrante”), qualcuno può davvero credere che episodi come quelli accaduti in questi giorni non si ripeteranno?
Ma il superpresidente è tornato ieri dalla Cina e adesso le cose le mette a posto lui. Potere del populismo, della demagogia e della strumentalizzazione, chi lo sa... Il fatto è che molti francesi sembrano credergli ancora.

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[1] Si tratta dei famigerati flashball, sparati dall’arma che vedete in questa fotografia. Ovvero: come ti risolvo il conflitto...

Sul sito del fabbricante, la Verney-Carron, leggiamo agghiacciati: “Grazie a dei proiettili studiati per evitare, anche a distanza molto ravvicinata, la penetrazione in un individuo normalmente abbigliato, [il Flash-Ball] provoca all’impatto l’equivalente di un KO tecnico. L’oppositore viene quindi messo fuori combattimento. [...] Con un look e una detonazione dissuasivi, un’impugnatura facile, una canna semplice o doppia, il Flash-Ball è leggero e robusto e si adatta a ogni situazione. Declinato in differenti versioni, possiede un’importante gamma di munizioni e di accessori che rendono completa quest’arma intelligente, tanto impressionante quanto efficace”. Munizioni, avete detto? Certo. Insieme a “tutta una serie di accessori”, vengono decantate le virtù dei proiettili: “La potenza dell’impatto del proiettile in caucciù morbido da 28 grammi è equivalente a quella di una 38 special e fa lo stesso effetto del pugno di un campione di pugilato. All’impatto esso si espande e distribuisce la forza su una superficie di circa 35 cm2”.
Il giocattolo in questione, oltre a essere intelligente e “rivoluzionario”, è classificato nella poco rassicurante categoria delle armi “a letalità attenuata”. E chi è il principale testimonial di cotanta tecnologia al servizio del bene pubblico? Lui, ovviamente, il piccolo Nicolas: “Quando i poliziotti ne sono dotati” – scrivono nel sito della Verney-Carron, riportando con orgoglio le parole del presidente Sarkozy – “i teppisti non si fanno vedere. Dire che la polizia deve restare democratica non significa condannarla all’inefficienza”, che diamine! E quindi Flash-Ball per tutti, per le Brigate anticriminalità, per i Gruppi d’intervento della polizia e per i RAID (sigla che sta per Ricerca Assistenza Intervento Dissuasione. Non vuol dire niente, ma faceva tanto legge e ordine...).



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20 novembre 2007

Francia, il conflitto si estende

Chi è sceso in piazza oggi contro la politica di Nicolas Sarkozy? In questo 20 novembre francese, non c’è che l’imbarazzo della scelta. Nella settima giornata consecutiva di sciopero nei trasporti, ha incrociato le braccia il 27% dei macchinisti: oggi circola in Francia solo la metà dei treni. Le cose non vanno molto meglio alla RATP, la metropolitana di Parigi, dove, secondo le stime sempre un po’ truccate della direzione, cinque linee su 14 sono ferme e sulle altre i convogli circolano col contagocce. In attesa dei negoziati, previsti per domani, il governo ha tentato di spezzare il fronte sindacale, puntando sulla pressione che un’opinione pubblica “esasperata”, sapientemente guidata e sondata dai grandi mezzi di comunicazione, peraltro vicini al presidente, avrebbe esercitato sui manifestanti. Il magro risultato di questa strategia è stato l’appello - ampiamente previsto - del sindacato moderato CFDT a riprendere il lavoro, richiesta che non sembra aver provocato gli effetti desiderati: le altre sei organizzazioni, infatti, hanno votato compatte per la prosecuzione dello sciopero in tutte le assemblee generali dei lavoratori, dove la base sembra decisa a respingere senza appello la riforma sarkozysta che innalzerebbe da 37 anni e mezzo a 40 la quota di contributi per ottenere la pensione, anche nei settori particolarmente usuranti.
Ma i protagonisti del conflitto, quest’oggi, sono i lavoratori della funzione pubblica: difesa, ospedali, Tesoro,... In concomitanza con le 24 ore di astensione dal lavoro proclamate per oggi, in tutti i dipartimenti si sono svolte affollate manifestazioni locali. Il corteo parigino, che ha visto la partecipazione di molti ferrovieri e studenti, ha sfilato da Place d’Italie agli Invalides. Alla protesta si sono uniti tantissimi insegnanti (l’adesione è intorno al 60%), le poste, la Banca di Francia, i controllori di volo, il personale di AirFrance e degli aeroporti di Parigi. Tutti chiedono la salvaguardia del potere d’acquisto, la difesa della qualità e dell’efficienza del servizio pubblico, la fine della precarietà e una pensione a partire da sessant’anni, con un tasso del 75% e con 37 anni e mezzo di contributi.
Inoltre: studenti ancora sul piede di guerra, con 43 università e qualche liceo bloccati, contro la legge Pécresse che introduce elementi di privatizzazione negli atenei; lavoratori delle società dell’elettricità e del gas mobilitati, insieme ai ferrovieri, contro la riforma dei regimi pensionistici speciali; nessun quotidiano nazionale in edicola, a causa dello sciopero della società di distribuzione NMPP; persino le previsioni del tempo saranno oggi più che mai incerte, a causa dell’agitazione del personale di Météo France.
Tuttavia, proprio nel momento in cui il conflitto si estende e complica il quadro, Sarkozy, che di solito occupa quotidianamente il piccolo schermo con le iniziative più svariate, sceglie di rimanere in silenzio. Il fatto di essersi aumentato lo stipendio del 140% (ma, in mancanza di una cifra ufficiale, c’è chi ha parlato addirittura del 206%) nel momento stesso in cui sferra un attacco ai diritti acquisiti dei suoi cittadini, non sembra stimolare in lui una particolare loquacità: una dichiarazione ufficiale del presidente della Repubblica è prevista solo per giovedì o venerdì.

Fonti: Le Monde, Rue89, VousNousIls.

Vedi anche: La Francia si sveglia, contro Sarkozy; “Scioperiamo per tutti”, ma i sindacati si dividono; Francia, sciopero a oltranza; Francia, secondo giorno di sciopero; “Non facciamo ostaggi, facciamo sciopero”; Una preoccupante stereofonia.


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18 novembre 2007

Una preoccupante stereofonia

Sapere che all’estero il sistema dell’informazione non gode di una salute enormemente superiore a quella riscontrabile nella disastrata Italia, me ne rendo conto, non è motivo di consolazione. Tuttavia, constatarlo potrebbe aiutarci ad aprire una discussione sul fatto che il giornalismo, in Italia come altrove, non costituisce più un contropotere rispetto a quello ufficiale, ma si limita in gran parte a rafforzare, presso l’opinione pubblica, il punto di vista dell’autorità politica. Da critico e da guardiano della democrazia, potremmo dire, il giornalismo si è fatto portavoce.
Da cinque giorni i ferrovieri e i conducenti della metropolitana stanno scioperando contro la cosiddetta “riforma” del sistema pensionistico speciale voluta da Sarkozy. Si tratterebbe, come ho già scritto in altri post (vedi link alla fine), di portare la quota di contributi da 37 anni e mezzo a 40 anche per quei dipendenti che svolgono mansioni particolarmente dure, come per esempio i macchinisti. Per il 2008 si è già previsto di innalzare a 41 anni di contributi il settore pubblico, i cui lavoratori, come quelli del settore privato, possono per il momento percepire la totalità della loro pensione una volta raggiunti 40 anni di contributi. Dopodomani, proprio la funzione pubblica scenderà in piazza per protestare contro la riduzione degli organici.
Lameduck ha riportato, in un commento a uno dei miei post precedenti, il modo in cui il Tg2 aveva riferito, nei giorni scorsi, la notizia degli scioperi in Francia. Desolante, certamente. Ma anche la gran parte dei cittadini francesi si abbevera, per avere le notizie della giornata, ai telegiornali. Un articolo apparso ieri su Libération, in controtendenza rispetto alla linea prudente e moderata che quel quotidiano ha tenuto in questi ultimi anni, riferisce con chiarezza il modo in cui l’informazione televisiva francese, più che dare notizie, stia facendo propaganda: pro-Sarkozy, s’intende. Ne emerge un ritratto davvero inquietante, che vale la pena tradurre e leggere.

I TG BOCCIANO LO SCIOPERO
di Raphaël Garrigos e Isabelle Roberts

A ogni sciopero il proprio eroe. Nel 1968 era Daniel Cohn-Bendit. Nel novembre 2007 - è sicuro - sarà Jean-Pierre Pernault, presentatore del telegiornale delle 13 di TF1 e accanito difensore della vedova e dell’utente, torturati dagli scioperanti privilegiati. Da lunedì Pernaut ribolle. Grugnisce, fa le facce e solleva le sopracciglia. Certo, Pernaut è fatto così, ma tutti i telegiornali fanno lo stesso, accumulando luoghi comuni, scomodando la pedagogia, diffondendo senza tentennamenti il verbo governativo. A tal punto che gli scioperanti si mettono a cacciare dalle assemblee generali le televisioni e i giornalisti. Ecco il racconto di una settimana di tg.

La galera

Sono... Sono... Ecco: sono un bastimento da guerra, lungo e stretto, a una o più file di remi, in uso nell’antichità... Cosa sono? La galera, ovvio. I tg hanno in bocca sempre questa parola, sentita decine di volte. Lunedì, nel sommario del tg delle 20 di France 2, “si prevede la galera”. Qualche attimo dopo, si profila “una giornata da galera”. L’immagine è la stessa martedì su TF1 alle 13: “Per domani” - profetizza Pernaut - “è annunciato cattivo tempo dappertutto con neve, freddo, pioggia e vento, un giorno da galera, quindi, per milioni di utenti dei trasporti pubblici”. Al tempo stesso il suo collega, Patrick Poivre d’Arvor, declama “la prospettiva della galera”. Manco a dirlo: nella notte di martedì, “è cominciata una giornata da galera” su i-Télé. Per i viaggiatori, pensa un po’, è una galera, così come ci fa notare la perspicace Audrey Pulvar di France 3: “Che galera!”. Ed ecco la fine analisi di un anonimo sulla situazione nei trasporti: “Tra il metrò, dove è una galera e il treno, che è una doppia galera...”.

L’utente

E chi rema nella galera? Nessun “viaggiatore” o “passeggero”, ma, sistematicamente, degli “utenti”, una massa rabbiosa e indefinita. In televisione sono loro i re, vittime “rassegnate” (secondo Patrick Poivre d’Arvor) dello sciopero “duro, duro soprattutto per gli utenti”, proclama David Pujadas, in apertura del tg delle 20 di martedì su France 2. E lo difendono, l’utente. Così il fulminante Jean-Pierre Pernaut giovedì: “Terzo giorno da galera per gli utenti che non hanno scelta e devono lavorare fino a 65 anni, e tutte le mattine”. Inoltre, sottolinea martedì a sostegno della sua linea editoriale, “diversi sondaggi confermano l’ostilità dei francesi a questo nuovo sciopero”. Così, porgono continuamente il microfono all’utente affinché possa esprimersi, senza tema né vergogna. Lamentoso: “Ne abbiamo abbastanza, ci prendono in ostaggio, che vadano a prendere in ostaggio l’Eliseo!” (France 2, martedì alle 20). Rivendicativo: “Bisogna che la Francia si renda conto che ci sono riforme che devono essere fatte” (stesso tg, stesso canale). Minaccioso: “Andremo dai manifestanti e li bastoneremo” (TF1, mercoledì alle 20). Talvolta, l’utente si organizza: così l’“Associazione degli utenti delle stazioni” ha goduto su TF1 di tre reportage in due giorni! Trascinato dal proprio entusiasmo, Patrick Poivre d’Arvor annuncia che l’associazione è stata appena creata “di fronte a questo nuovo sciopero”. Cosa importa se, nel reportage, si viene a sapere che esiste da 17 anni? Quando è studente, l’utente diventa un “antiblocco”, in opposizione a “quelli che vogliono il blocco” dei corsi. Anche in quel caso, ci si organizza contro gli scioperanti, designati da Jean-Pierre Pernaut con il termine patibolare di “individui” (che hanno ben meritato uno sciame di celerini col manganello). Tra gli “antiblocco”, invece, “i punti di vista sono sfumati” (Pernaut, sempre lui). E “gli studenti distribuiscono volantini, che siano di sinistra o di destra”. Niente di grave se uno di loro, sentito in seguito, ha la tessera dell’UNI, il sindacato studentesco molto di destra.

L’arte di arrangiarsi

L’utente, innanzitutto, si arrangia. A ogni edizione di ogni tg, una marea di servizi su “il mio utente, il mio piano B” o, variante, “la famiglia Utente si organizza”. Domenica sera su France 2, filmano una donna che compra dei mandarini al mercato. Commento del giornalista: “Il pieno di vitamine prima di una settimana che si annuncia molto sportiva”. Lunedì e martedì, i tg alternano i reportage sulla bicicletta, fedele compagna dell’utente, e i passaggi in automobile. Mercoledì sera, sulla stessa linea, tutti i nostri utenti coraggiosi dormono nei posti più strani: i dipendenti di un hotel all’hotel (“generosità di un padrone comprensivo” per TF1, e “Bruno, l’amabile proprietario, che accorda un favore al personale” su France 2), le infermiere all’ospedale, e, trovata del secondo canale, gli impiegati di un’agenzia organizzatrice di eventi... in una yurta, una tenda mongola, sul tetto dell’ufficio. Erano talmente contenti della loro yurta, quelli di France 2, che ci sono ritornati giovedì!

Avete detto sciopero?

A proposito, cos’è ‘sto sciopero? Chi ha preso informazioni solo dai tg di questa settimana, non ne ha nessuna idea. I telegiornali cominciano tutti con un servizio sul traffico, proseguono con i nostri utenti malandati, qualche reazione governativa o sindacale puramente formale, ma di spiegazioni sul movimento: nessuna. O poco. O male. Strumento preferito: il paragone. Lunedì sera, France 2 compara un conducente della RATP (la metropolitana di Parigi, ndt) con la conducente di una società privata di Rennes, la quale giudica che “le condizioni di guida e di stress alla RATP sono peggiori delle nostre”. Solo che Pujadas ha immediatamente chiarito: i due “fanno lo stesso lavoro”. La stessa sera, Patrick Poivre d’Arvor è perverso. “Torniamo alle rivendicazioni dei manifestanti”, sussurra prima di lanciare un servizio sotto forma di presa in giro che compara i ferrovieri di oggi con quelli dell’inizio del secolo scorso, con abbondante uso d’immagini in bianco e nero di carbone che viene infornato nella bestia umana! Il giorno dopo, TF1 segue un conducente della RATP. Il suo stipendio? 2300 euro. Il primo canale dà solo il salario lordo... così sembra di più.

Portavoce

“La mobilitazione sindacale si scontra con l’assoluta volontà del governo di creare un sistema pensionistico più equo, era nel programma di Nicolas Sarkozy, è stato eletto in parte per questo”. No, non è François Fillon (primo ministro, ndt) e neanche Xavier Bertrand (ministro del lavoro, ndt), ma Jean-Pierre Pernaut, ministro delle ore tredici di TF1. Che la televisione si schieri contro lo sciopero, trasuda da tutti i servizi, dalla gerarchia delle notizie, dalle parole scelte: “La Francia può essere riformata?”, si dispera Laurent Delahousse domenica su France 2. Quanto all’ineffabile Jean-Marc Sylvestre, mercoledì alle 13 su TF1, lui lo sa: “I sindacati hanno compreso che l’opinione pubblica non li seguirebbe nella loro opposizione sistematica a una riforma i-ne-vi-ta-bi-le”. E quest’altra: “La nostra ossessione, è che gli utenti siano quelli meno penalizzati da questo sciopero”. No, questa volta non è la confessione di Patrick Poivre d’Arvor, di Pujadas, e neanche di Pernaut. È Fillon. Da una settimana, milioni di telespettatori - cinque per Pujadas, sette per Pernaut, quasi dieci milioni per Patrick Poivre d’Arvor - ascoltano il tg e il governo rivolgersi a loro con lo stesso linguaggio, in stereofonia.

Vedi anche: La Francia si sveglia, contro Sarkozy; “Scioperiamo per tutti”, ma i sindacati si dividono; Francia, sciopero a oltranza; Francia, secondo giorno di sciopero; “Non facciamo ostaggi, facciamo sciopero”.


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16 novembre 2007

“Non facciamo ostaggi, facciamo sciopero”

Terza giornata consecutiva di sciopero nei trasporti in Francia. Degli attesi negoziati tra il governo e i sindacati, tanto evocati quanto fumosi nei loro possibili contorni, per il momento neanche l’ombra. È per questo che le organizzazioni sindacali hanno rinnovato l’invito all’astensione dal lavoro per tutta la giornata di oggi alla SNCF (la società delle ferrovie dello stato) e alla RATP, la società che gestisce la metropolitana di Parigi. In attesa di conoscere i dati sull’adesione odierna allo sciopero (ieri era in calo rispetto a mercoledì, primo giorno di mobilitazione) e le decisioni che verranno prese sull’eventuale continuazione del conflitto, vi propongo uno stralcio della chat tenuta ieri su Le Monde da Christian Mahieux, segretario federale del sindacato dei ferrovieri SUD-Rail.

Samoth: Lei prevede una durata per i contributi pari a 37 anni e mezzo per tutti. con quali soldi conta di finanziare le pensioni in questo caso?
Con i soldi di cui la Francia dispone. Un esempio: il PIL annuo in Francia è di 1160 miliardi di euro. La suddivisione del PIL vent’anni fa era: 70% per i dipendenti e 30% per gli investimenti e i profitti degli azionisti. Oggi, questa suddivisione è del 60% e del 40% rispettivamente. Se si tornasse anche solo alla situazione economica francese di vent’anni fa in quanto a divisione della ricchezza, ciò permetterebbe di liberare più di 100 miliardi di euro, niente di paragonabile alla posta in gioco finanziaria che riguarda la controriforma dei regimi speciali.
Con: Come si presenta SUD-Rail ai negoziati con il governo? Siete d’accordo con le proposte della CGT?
C’è stata una lettera di Xavier Bertrand (ministro del lavoro, ndt) [...] che non porta alcun elemento nuovo, visto che secondo il governo si tratta comunque di negoziare l’applicazione di questa controriforma, che noi rifiutiamo. Per quanto riguarda la CGT, noi non pensiamo che negoziare impresa per impresa sia la risposta giusta al problema globale che è stato posto. È necessaria una risposta generale da parte del governo, è a questo livello che il problema deve essere trattato. In quanto organizzazione sindacale, pensiamo che il nostro ruolo non sia quello di accompagnare ma di combattere collettivamente contro i progetti che rimettono in discussione i diritti sociali dei lavoratori.
M. Werth: Perché continuare a prendere in ostaggio la popolazione, mentre adesso ci sono dei negoziati per ogni settore e per ogni impresa?
Noi non prendiamo in ostaggio nessuno. Noi facciamo uno sciopero. E il nostro sciopero non è diretto contro gli utenti, anche se siamo consapevoli che il fatto che non ci siano trasporti pubblici penalizza gli utenti che, in gran parte, sono innanzitutto dei lavoratori dipendenti. In ogni caso, fino a questo momento non c’è nessuna riunione di negoziato, né iniziata né annunciata.
Oulala: Quali previsioni fa per il 20 novembre?
Per il 20 novembre c’è la convocazione dello sciopero per la funzione pubblica. Per quanto riguarda i ferrovieri, per ora non possiamo dire a che punto sarà lo sciopero attuale. Se il governo, tenendo conto del rapporto di forza, ritira il suo progetto, i ferrovieri non saranno più in sciopero. Se viene fatta la scelta opposta, il 20 novembre ci sarà di fatto una congiunzione delle due mobilitazioni.
Lucien: Spero che le giornate di sciopero non siano pagate...
La Sua speranza è esaudita. I giorni di sciopero non ci vengono pagati e del resto non lo sono mai stati.
Robert: Cosa pensa dell’impopolarità del movimento presso l’opinione pubblica (circa il 55% de francesi sostengono il governo su questo punto)?
Credo che il 55% dei francesi pensino che sia meglio avere dei treni e degli autobus piuttosto che non averne. Ma non sono certo che il 55% dei francesi abbiano come preoccupazione principale quella di diminuire la pensione dei ferrovieri e degli agenti della RATP. Tanto più che, se questo venisse fatto, non darebbe nessun vantaggio agli altri lavoratori di questo paese.
Samoth: Tutti i contributi possibili non potranno mai finanziare il sistema che lei desidererebbe, dato l’invecchiamento della popolazione!
Questo è falso. La ricchezza prodotta collettivamente in questo paese permette di finanziare abbondantemente il sistema pensionistico che proponiamo. Si tratta di avere la volontà politica di suddividere questa ricchezza in maniera molto meno ingiusta rispetto a oggi. Basta destinare una piccola parte supplementare del PIL al finanziamento delle pensioni.
Max: Si blocca l’economia se si fanno pesare le questioni sociali sulla creazione della ricchezza...
Ma la creazione della ricchezza collettiva ha senso solo se, appunto, serve socialmente ai cittadini.
Xavier: La parte di persone che lavorano sulla popolazione totale diminuisce anno dopo anno, mentre la speranza di vita aumenta. Detto questo, come può credere che i vantaggi acquisiti quarant’anni fa non debbano evolvere, quando oggi possiamo vivere vent’anni di più?
Noi non pensiamo che l’allungamento della durata della vita debba “essere pagato” con un allungamento obbligatorio della durata del lavoro. Piuttosto, c’è oggi, nel 2007 in Francia, una situazione economica migliore di quella del 1945, quando è stato creato il sistema della Sécurité sociale. Questo deve permettere, così come era stato previsto in origine, di allineare il regime generale ai regimi cosiddetti speciali, e non il contrario.
Pat: Non ha l’impressione di portare avanti una lotta di retroguardia, con i suoi riferimenti marxisti e la sua retorica che consiste nell’opporre sempre il capitale e il lavoro?
No, penso che sia lo stato reale della situazione, che la sua domanda, del resto, descrive molto bene. Siamo effettivamente in una società nella quale esiste una divisione tra capitale e lavoro. In quanto organizzazione sindacale, noi difendiamo gli interessi dei lavoratori, e questo si oppone ai padroni, ciò che non significa necessariamente degli scioperi ogni giorno, ma si traduce invece quotidianamente in un confronto tra queste due classi sociali.
Antoine_B: Se non ottenete ciò che volete, sarete capaci di prolungare questo sciopero fino alle vacanze natalizie? Ovviamente no, allora perché continuate?
Sulla durata del nostro movimento, non sono le organizzazioni sindacali che decideranno ma, ogni giorno, i lavoratori dell’impresa riuniti in assemblea generale. E, per il momento, i lavoratori hanno deciso, aderendo al prolungamento dello sciopero, di continuare a fare pressione sul governo.

Vedi anche: La Francia si sveglia, contro Sarkozy; “Scioperiamo per tutti”, ma i sindacati si dividono; Francia, sciopero a oltranza; Francia, secondo giorno di sciopero.



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15 novembre 2007

Francia, secondo giorno di sciopero

Secondo giorno di sciopero in Francia contro la modifica dei regimi pensionistici speciali. Sia ieri che oggi l’adesione è stata massiccia alla SNCF (Ferrovie dello Stato) anche se inferiore a quella registrata il 18 ottobre scorso. Sei sindacati su sette hanno deciso di continuare la mobilitazione. I treni che circolano oggi sono aumentati rispetto a ieri, ma il traffico ferroviario viene definito ancora “fortemente ridotto”.
Nonostante l’ottimismo mostrato ieri dalla direzione della RATP, la società che gestisce la metropolitana di Parigi, anche il traffico urbano sotterraneo e quello regionale (linee A e B del RER) rimangono oggi ridotti. Quasi impossibile, questa mattina, prendere la 1, come ho potuto constatare personalmente, nonostante la scarsa adesione dei lavoratori di quella linea allo sciopero (si tratta per il 60-70% di giovani conducenti che non hanno ancora un contratto definitivo e ai quali i sindacati stessi consigliano di rimanere in servizio). Tutti i sindacati presenti tra i lavoratori della metropolitana (con l’eccezione notevole della moderata CFDT) hanno deciso di incrociare le braccia anche oggi.
È ormai palese che la preoccupazione principale del governo è di evitare che il forte movimento che in queste ore vede protagonisti i lavoratori dei trasporti e delle aziende dell’elettricità e del gas, si possa congiungere a quello che porterà in piazza, martedì prossimo, i funzionari pubblici e gli insegnanti. Uno sciopero ad oltranza che coinvolgesse fasce così ampie di lavoratori, sarebbe un vero incubo per il governo e per il presidente Sarkozy (e i sindacati stessi, a partire dalla CFDT, fortemente contraria alla congiunzione delle differenti rivendicazioni, appaiono impreparati alla “politicizzazione” e alla radicalizzazione del conflitto). Da non sottovalutare, poi, il movimento studentesco, messosi in marcia un mese fa contro la legge Pécresse sull’autonomia finanziaria delle università, che introdurrebbe una sorta di privatizzazione degli atenei. 36 delle 85 università francesi sono oggi occupate dai manifestanti o chiuse.
Eppure si moltiplicano, almeno in teoria, i segnali che indicano lo sbocco della crisi: il segretario del principale sindacato, la CGT di Bernard Thibault, che incontra il ministro del lavoro qualche ora prima dell’inizio dello sciopero; la proposta, sempre da parte della CGT, di aprire negoziati settore per settore, con tavoli a tre (sindacati, direzione delle società, governo); il desiderio esplicito di Sarkozy di fermare il conflitto “prima possibile”, accettando la proposta della CGT; la “lettera sul metodo” da seguire nei negoziati, inviata ieri sera dal ministro del lavoro Xavier Bertrand ai sindacati, che prevede di lasciare un mese alle imprese e ai rappresentanti dei lavoratori per trovare il modo di applicare la riforma.
Nessuno può dire per il momento - mentre i contatti tra i sindacati e il governo continuano frenetici dietro le quinte - se siamo nel campo degli stratagemmi mediatici e del gioco delle parti, o se la crisi potrà risolversi davvero in tempi brevi. Certo è che, come ricordava un macchinista ieri, lo sciopero “è dei lavoratori”, prima ancora che del sindacato. La lotta, posto che in pochi credono in un ritiro puro e semplice della riforma dei regimi pensionistici speciali, si sposta ora su alcuni aspetti specifici di quel provvedimento, giudicati irrinunciabili dal governo. In particolare, i manifestanti contestano l’innalzamento dei contributi necessari per ottenere una pensione a tasso pieno dagli attuali 37 anni e mezzo a 40. Quelli che svolgono lavori particolarmente faticosi, come ad esempio i macchinisti, sanno bene che pochi potranno permettersi di prestare servizio fino al raggiungimento della quota prevista e vedono quindi ridursi sostanzialmente l’ammontare della loro pensione. Per altro, per il 2008 è già previsto l’innalzamento dei contributi per i funzionari pubblici a 41 anni, e molti temono (a ragion veduta) che presto si ricomincerà a parlare di un nuovo adeguamento anche per le altre categorie. Una china della quale non si vede la fine.

Aggiornamenti

13,30 - Le prime assemblee generali che si sono tenute questa mattina nei depositi della SNCF hanno deciso ufficialmente la continuazione dello sciopero anche domani, venerdì. Si tratta di assemblee di un certo peso: Marsiglia, Bordeaux e Parigi Nord. “Vogliamo sapere su quali punti è possibile negoziare e, finché il governo non aprirà la discussione, non si capisce come si possa saperlo”, ha dichiarato Eric Falempin, segretario generale della federazione dei ferrovieri di Force Ouvrière. “Bisogna continuare a fare pressione”, ha aggiunto. La stessa decisione (continuare lo sciopero almeno per altre 24 ore) è stata presa alla RATP. Una riunione di tutti i sindacati è prevista per questo pomeriggio, dopo lo svolgimento delle altre assemblee generali. (Fonti: AFP, Le Monde).

16,15 - La maggioranza delle assemblee generali dei lavoratori della SNCF (ferrovie dello Stato) e RATP (metropolitana di Parigi) ha deciso che lo sciopero continuerà anche domani, venerdì. Una riunione dei vari sindacati coinvolti nella lotta è attesa per le 16,30 nella sede della CGT (Confédération Générale du Travail) a Montreuil, nell'immediata periferia parigina. Nel frattempo, il sindacato studentesco Unef e l'agenzia France Presse hanno fatto il conto delle università coinvolte oggi nella mobilitazione contro la legge Pécresse: sono 41 (fonti: Le Monde, Libération).

19,30 – Mentre il traffico nella metropolitana parigina rispetto a questa mattina è, se possibile, sensibilmente peggiorato (in otto linee su quattordici non circola nulla), è confermato che lo sciopero continuerà anche domani alla SNCF (ferrovie dello Stato) e alla RATP (metropolitana di Parigi), anche se in quest’ultima solo quattro sindacati su otto hanno deciso di dare indicazione ai propri iscritti di astenersi dal lavoro. Secondo quanto ha dichiarato il segretario della federazione dei ferrovieri della CGT, Didier Le Reste, le sei federazioni sindacali chiedono al ministro del lavoro di tenere già venerdì una riunione “per fissare il quadro” dei negoziati. I sindacati hanno già chiesto alle assemblee generali dei ferrovieri di proseguire lo sciopero anche nella giornata di sabato.
Anche l’Unef (il sindacato studentesco) si mostra più agguerrito che mai, dopo che il suo segretario, Bruno Juillard, è stato ricevuto dalla ministra Pécresse, un incontro che gli studenti hanno giudicato infruttoso. “Chiediamo di continuare e di amplificare la mobilitazione nelle università” – ha detto Juillard – “partecipando massivamente alle assemblee generali e votando per lo sciopero” (fonti: AFP, Libération).


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14 novembre 2007

Francia, sciopero a oltranza

Quando è carrée, significa che la mobilitazione sarà massiccia e molto estesa, ma avrà una durata prestabilita, per esempio ventiquattro ore: passata la giornata durante la quale l’attività lavorativa si blocca, i rappresentanti soppesano l’ampiezza dell’adesione per poi farla pesare al tavolo dei negoziati. Se invece è reconductible, si sa quando comincia ma non quando finisce, poiché può essere prolungata indefinitamente. È la grève, lo sciopero in Francia.
Quella proclamata per oggi dai sindacati del settore dei trasporti e dei servizi (come luce e gas) è la seconda grande astensione dal lavoro organizzata in un mese contro la riforma dei regimi pensionistici speciali, voluta da Sarkozy e dal suo Primo ministro François Fillon (ne ho già parlato qui e qui). Reconductible, a oltranza, il che presuppone, almeno in teoria, un lungo braccio di ferro. Oggi, mentre è in atto il primo grande conflitto sociale che Sarkozy si trova ad affrontare, il governo pare puntare tutto sul carattere cosiddetto “impopolare” dello sciopero: non siamo più al lungo conflitto del 1995, che coinvolgeva il settore pubblico e quello privato insieme ai regimi speciali, uniti e solidali contro la riforma delle pensioni. Le maggioranze di destra che da allora si sono succedute al governo, sono riuscite ad approvare, in momenti diversi, delle “riforme” per i differenti settori, separandone così le sorti, tanto da far apparire chi ancora oggi gode di un regime speciale, come un privilegiato che rifiuta di adeguarsi alla congiuntura. I media fanno da grancassa e chi non riesce a raggiungere il proprio posto di lavoro a causa del blocco nei trasporti (in Francia non esiste ancora il servizio minimo garantito), si vede appioppare il titolo di “ostaggio” nelle mani di manifestanti egoisti e viziati. È raro che si dia voce a chi, pur non interessato dalla riforma, si sente comunque solidale con i lavoratori in lotta. I sindacati francesi contrastano la propaganda governativa facendo notare che si parte dalla difesa dei diritti acquisiti per tornare a estenderli a tutti e per impedire che si continui su questa china, qualsiasi sia la categoria colpita. Che il conflitto in atto oggi, insomma, riguarda potenzialmente tutti i lavoratori. Impresa assai ardua.
Già ieri sera, comunque, a qualche ora dall’inizio dello sciopero, il sindacato ha fatto la prima mossa: Bernard Thibault, segretario della CGT, ha incontrato il ministro del lavoro, proponendogli di aprire “dei negoziati a tre, con le direzioni delle società e i rappresentanti dello Stato, per ognuno dei regimi speciali”, mentre fino a questo momento aveva richiesto l’apertura di un negoziato globale.
Non è ancora chiaro se la strategia del sindacato sia dettata da realismo o sia uno stratagemma per gettare subito, fin dall’inizio di questa nuova mobilitazione, la palla nel campo del governo. Da parte sua, fino adesso l’esecutivo non ha compiuto nessun passo significativo, anzi ha dato l’impressione di desiderare uno scontro quanto più aspro possibile. Spera che più forti e prolungati saranno i disagi provocati dallo sciopero, tanto più facile sarà isolare i sindacati dal resto della società, battendoli su un punto altamente simbolico del programma del presidente, umiliandoli. L’obiettivo sembra essere quello di lanciare un segnale forte che marchi indelebilmente e durevolmente il quinquennio di Sarkozy.
Tuttavia, a rendergli il compito più difficile potrebbero essere i funzionari pubblici e gli insegnanti, che scenderanno in piazza il 20 novembre prossimo per protestare contro il progetto governativo di riduzione degli organici. Un conflitto sociale che si preannuncia quindi molto acuto ed assai vasto, quello che ricomincia oggi, se si considera che anche il mondo universitario è estremamente inquieto: gli studenti si oppongono da circa un mese alla riforma che introduce l’autonomia finanziaria degli atenei (legge Pécresse). Sono circa trenta le università in agitazione (ieri gli insegnanti dell’ateneo di Tolosa hanno deciso di scioperare insieme agli studenti) e, fra queste, una quindicina attua il blocco dei corsi.
Forse non aveva torto Sarkozy col suo slogan: “Insieme, tutto diventa possibile”. Se voleva fare da catalizzatore del malcontento, infatti, la missione può già dirsi compiuta.


Fonti: Le Figaro, Le Monde, Libération.

Foto: Bernard Thibault (Alain Bachellier, licenza CC).


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21 ottobre 2007

“Scioperiamo per tutti”, ma i sindacati si dividono

Lo sciopero contro la riforma dei regimi pensionistici speciali può dirsi concluso, almeno per il momento. Il traffico ferroviario e quello dei trasporti urbani, infatti, è tornato oggi quasi alla normalità in tutta la Francia. L’astensione dal lavoro di 24 ore proclamata giovedì scorso da tutti i sindacati e proseguita nelle giornate di venerdì e sabato dalle sole organizzazioni Sud-Rail e Force Ouvrière (che rappresentano il 21% di tutto il personale delle ferrovie e il 29% dei macchinisti) non ha ammorbidito le posizioni del governo, che conferma l’intenzione di portare a termine una riforma che giudica “indispensabile”. È attesa per domani una riunione intersindacale per decidere le prossime mosse, mentre il ministro del lavoro, Xavier Bertrand, si è detto disponibile a incontrare i rappresentanti delle organizzazioni dei lavoratori la prossima settimana, pur senza mai pronunciare la parola “negoziato”.
Intanto, però, c’è da registrare la rottura del fronte sindacale unitario che si era formato alla vigilia dello sciopero del 18 ottobre: la Federazione generale autonoma dei macchinisti (FGAAC), che alle ultime elezioni interne della società delle ferrovie (SNCF) ha preso il 2,9% dei voti di tutte le categorie ma il 29% di quella dei conducenti, ha chiesto ai propri aderenti di interrompere definitivamente lo stato d’agitazione. Prima ancora dell’apertura dei negoziati col governo, la FGAAC ha trattato separatamente con i vertici dell’azienda, all’insaputa delle altre organizzazioni, ottenendo per i macchinisti della SNCF un’attenuazione degli effetti della riforma, almeno a parole. La novità principale starebbe nel fatto che il cumulo dei contributi sarà innalzato, come esige il governo, da 37 anni e mezzo a 40, ma i conducenti assunti a partire dal 2009 potranno andare in pensione anche prima dei 55 anni previsti, scalando dal periodo rimanente al raggiungimento del 55° anno un capitale-tempo che avranno accumulato rinunciando a delle giornate di riposo. Quello stesso capitale-tempo potrà essere convertito in salario, se il macchinista dovesse invece scegliere di lavorare fino all’età pensionabile.
Furente, com’era prevedibile, la reazione della CGT – il principale sindacato della SNCF e dell’azienda dei trasporti di Parigi – che puntava ad estendere le rivendicazioni a quante più categorie possibili per tenerle unite e solidali nella lotta contro questa riforma fortemente voluta dal presidente Nicolas Sarkozy. Contro la strategia della CGT di puntare a una sola giornata di sciopero, invece che alla prosecuzione della protesta fino a ottenere il ritiro della riforma, si sono pronunciati Force Ouvrière e Sud-Rail. Questi ultimi hanno scritto in un volantino che “mai il governo e la direzione [della SNCF, n.d.r] hanno ceduto su vertenze di questa importanza dopo 24 ore di sciopero. La tattica dei ‘tempi forti’ di 24 ore è quella seguita nel 2003, e abbiamo perso”, affermano, ricordando la sconfitta della mobilitazione contro la riforma dell’allora ministro del lavoro Fillon, che ha portato all’innalzamento dei contributi per i lavoratori del settore pubblico a 40 anni.
La prossima sarà probabilmente una settimana decisiva per comprendere le sorti di questo movimento e, più in generale, della lotta sociale nella Francia dell’era Sarkozy. Come ha fatto notare un commentatore di Libération, con toni per quel quotidiano ormai desueti, “la vera natura del regime di Sarkozy, la sua natura di classe, come si diceva un tempo, si sta rivelando apertamente. […] Se la sinistra non fosse in stato comatoso, non le mancherebbero le occasioni per rientrare in gioco”.

Grégory, ferroviere di Bordeaux, aderente a Force Ouvrière:



“Il 18 ottobre scioperiamo per difendere non soltanto i regimi speciali che sono rimessi in discussione oggi ma, più in generale, tutto il capitolo delle pensioni, poiché questo riguarda tutti i lavoratori francesi. Infatti – e questo è stato annunciato molto chiaramente – a partire dal 2008 tutto il regime generale farà un nuovo passo indietro dal punto di vista sociale, passando a 41 anni e a 42 in prospettiva. Quindi, noi di Force Ouvrière pensiamo che, per il momento, il solo mezzo per resistere sulla base dei 40 anni prima di tornare a 37 anni e mezzo per tutti, è quello di conservare i regimi speciali”.

Fonti: CGT, FGAAC, Le Figaro, Le Monde, Libération, Sud-Rail, Wikipédia.


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18 ottobre 2007

La Francia si risveglia, contro Sarkozy

Primi seri guai per il presidente francese Nicolas Sarkozy: il grande sciopero nazionale proclamato oggi da tutti i sindacati francesi per opporsi alla sua riforma dei regimi pensionistici speciali ha avuto un grande successo. Praticamente fermi i trasporti e fortemente rallentati alcuni servizi, la Francia ha vissuto il suo primo “giovedì nero” dell’era Sarkozy.
I regimi pensionistici speciali riguardano un milione seicentomila francesi (cinquecentomila contribuenti e un milione centomila pensionati) e rappresentano il 6% delle pensioni versate ogni anno. Sono circa una quindicina e sono destinati a compensare la pesantezza di alcuni mestieri (quelli che in Italia si chiamerebbero “lavori usuranti”) o le particolari caratteristiche di altri. Tra i regimi speciali più importanti si trovano quello della società dell’elettricità e del gas (EDF-GDF: 150 000 contribuenti e altrettanti pensionati), le ferrovie dello stato (SNCF: 178 000 lavoratori attivi e 190 000 pensionati), l’azienda dei trasporti urbani di Parigi (RATP: 44 000 attivi e 28 000 pensionati), i marinai (40 000 contribuenti e 75 000 pensionati), i minatori (13 000 attivi e 200 000 pensionati). Mentre un lavoratore del settore pubblico o del settore privato va in pensione a 60 anni dopo aver cumulato 40 anni di contributi (41 anni nel settore privato a partire dal 2012), quelli che appartengono ai regimi speciali hanno diritto a ritirarsi prima: dall’età di 50-55 anni i ferrovieri, da 50 a 60 anni i lavoratori della RATP e quelli di EDF-GDF. Tutti gli appartenenti ai regimi speciali, comunque, con 37 anni e mezzo di contributi.
Proprio qui sta il nodo, anche simbolico, della riforma imposta da Sarkozy e dal suo Primo ministro, François Fillon: l’innalzamento dei contributi a 40 anni anche per i regimi speciali. L’iniziativa è dello stesso presidente della Repubblica che, il 1° agosto di quest’anno, ha chiesto al ministro del lavoro di provvedere a sanare quella che Fillon ha poi definito “la più grande ingiustizia”. Nessun tavolo di trattativa (o di “concertazione”, come si usa dire in Italia) è stato aperto e i sindacati hanno quindi previsto per la giornata di ieri un’astensione dal lavoro di 24 ore. Malgrado i tentativi di dividere l’opinione pubblica dal movimento sindacale (un sondaggio dell’IFOP sosteneva che il 61% dei francesi giudica lo sciopero “ingiustificato”, mentre secondo l’istituto CSA a sostenere la mobilitazione o a guardarla con simpatia era il 54%), i lavoratori hanno risposto massicciamente e i dati ufficiali parlano chiaro: 80% di adesioni all’EDF-GDF con il taglio dell’energia elettrica alla residenza secondaria di Sarkozy a Versailles, 73,5% alla SNCF con un traffico ferroviario praticamente bloccato e stazioni deserte, 59% alla RATP, il 20% dei funzionari del Tesoro, il 10,2% degli impiegati dell’azienda telefonica France Télécom, il 10% dei dipendenti delle Poste (il 30% dei postini a Parigi), il 7% dei lavoratori della funzione pubblica dello Stato. Perfino il telegiornale di France 3 è dovuto andare in onda con le sole immagini, senza giornalista in studio. Eppoi manifestazioni in tutti i centri più importanti, compresa la capitale dove il servizio di noleggio di biciclette predisposto qualche mese fa dal comune, Vélib’, è stato preso d’assalto per ovviare all’assenza quasi totale di bus e metrò. Immancabili le enormi code in entrata e in uscita a Parigi.
Nel frattempo, il governo ostenta la massima tranquillità e, per bocca del ministro del lavoro Xavier Bertrand, si dice disposto a ricevere i sindacati la settimana prossima. Intanto, però, plana sulla Francia l’incubo del 1995, quando il tentativo di imporre lo stesso tipo di riforma, esperito dall’allora Primo ministro Alain Juppé, dovette scontrarsi con uno sciopero che, protrattosi per tre lunghissime settimane e dilagato in molte categorie diverse, paralizzò letteralmente il paese. Sarkozy è convinto che quello resta un episodio unico del conflitto sociale in Francia perché a favore della sua azione, secondo lui, si schiererebbe oggi la maggioranza dei francesi. È probabile invece che la forza, la durata e il successo registrati in quella lotta ormai lontana sia difficilmente ripetibile perché, nel frattempo, la destra francese è riuscita ad “isolare” i regimi speciali, modificando gradualmente quelli del settore privato e del settore pubblico, i cui lavoratori potrebbero sentirsi ormai estranei alla lotta in corso, quindi non più disposti ad offrire la loro solidarietà agli scioperanti, come invece accadde nel 1995.
La verità, comunque, è che nessuno, a conclusione di questa prima importante giornata di mobilitazione, sa davvero come potrà andare a finire. Non i sindacati, la cui unità è ancora una volta in bilico: da un lato la CGT (l’equivalente della CGIL), maggioritaria, che attende le proposte del governo e vorrebbe risparmiare le energie per eventuali successive mobilitazioni contro la riforma; dall’altro le organizzazioni minori ma molto combattive come FO (Force Ouvrière) e SUD, le quali chiedono che, sull’onda del successo registrato questo giovedì, lo sciopero venga immediatamente prolungato. In effetti, gli aderenti a queste sigle hanno deciso di astenersi dal lavoro anche domani.
Tuttavia è probabile che anche Sarkozy tema le incognite di questo confronto se, attraverso un comunicato diffuso dall’Eliseo con singolare tempismo, tenta di sviare l’attenzione dei media dai temi sociali che hanno tenuto banco oggi, alle vicende di cronaca rosa che lo riguardano personalmente, cioè l’annuncio del suo divorzio da Cécilia. È solo un sospetto (avanzato, peraltro, anche dal Partito Socialista) ma, visto il personaggio, si tratta di un’ipotesi più che plausibile.

Fonti: AFP, AP e Reuters via Yahoo France; Le Monde; Le Journal du Dimanche.

10 giugno 2007

Di cosa parlano Nicolas e Vladimir?

Leggo la notizia secondo la quale il neopresidente della Repubblica francese, il piccolo Nicolas, nei colloqui avuti con il suo equivalente russo giovedì scorso, avrebbe fatto riferimento ad alcune questioni alquanto spinose. Al termine dell’incontro con Vladimir Putin, Sarkozy ha dichiarato alla stampa: “È stato un colloquio franco, poiché abbiamo trattato tutti gli argomenti: la Cecenia, la giornalista Anna Politkovskaja uccisa nel 2006, i diritti dell’Uomo, i diritti degli omosessuali...”.
Ah sì? Anche di questi ultimi avranno parlato? In effetti, la carne al fuoco è tanta: il sindaco di Mosca ha vietato anche quest’anno il Pride, i manifestanti – scesi comunque in piazza il 27 maggio scorso – sono stati picchiati da estremisti di destra sotto l’occhio compiacente dei poliziotti, intervenuti a cose fatte... per arrestare gli attivisti, manco a dirlo. Però, malignamente, io una risposta a Putin l’avrei suggerita, per tappare a Sarkozy quella bocca a ciabatta che si ritrova.
Avrei ricordato al piccolo Nicolas, per esempio, che in campagna elettorale proprio lui ha pronunciato un netto “no” a possibili aperture del matrimonio e dell’adozione a coppie formate da persone dello stesso sesso. Che in una funambolica intervista è riuscito a sostenere (con quale competenza?) l’origine genetica della pedofilia e, en passant, anche dell’omosessualità. Che, una volta eletto, ha nominato ministro per l’urbanistica e gli alloggi, l’integralista cattolica Christine Boutin, quella che, durante il voto sull’istituzione dei PaCS, a sostegno delle proprie tesi contrarie, brandì una Bibbia in pieno emiciclo.
Soprattutto, però, il partito di Nicolas Sarkozy, l’UMP, nelle odierne elezioni politiche per il rinnovo dell’Assemblée Nationale (l’equivalente della nostra Camera dei Deputati) non ha presentato nessun candidato contro Christian Vanneste, omofobo notorio, nel collegio dove quest’ultimo si presenta. È l’atteggiamento ipocrita di chi dice: noi non lo candidiamo, ma se proprio insiste, gli assicuriamo una benevola desistenza.
Il deputato in questione è stato giudicato colpevole, in primo grado e in appello, di aver violato la legge che punisce le affermazioni omofobe, per aver detto che “l’omosessualità è inferiore all’eterosessualità ed è una minaccia per la sopravvivenza dell’umanità”. Nonostante questo, il nuovo governo presieduto da François Fillon non ha disdegnato d’invitarlo recentemente a un banchetto organizzato per i deputati uscenti dell’UMP. “Sono felice” – ha dichiarato in quell’occasione Vanneste – “non avrò contro un candidato dell’UMP. Eppoi, rimango membro dell’UMP, nel caso non lo sapeste”. È in buona compagnia. Il presidente dell’Assemblée Nationale, Patrick Ollier (anche lui dell’UMP), gli ha infatti inviato i suoi auguri per le elezioni: “Desidero farti avere personalmente tutto il mio più fraterno sostegno”.
Nicolas avrà davvero discusso di tutto questo con l’amico Vladimir?

17 maggio 2007

Censura sui media: benvenuti a Sarkoland

Nicolas Sarkozy presidente buono? “Non abbiate paura”? Fossi in voi, starei un po’ attento e, osservando la situazione politica francese, rispolvererei il vaccino antiberlusconi, che tutti noi abbiamo dovuto inocularci a più riprese in questi ultimi tredici anni. C’è infatti un episodio che ha fatto molto rumore qui in Francia negli ultimi giorni e che io credo mostri qualche analogia, fatte le debite proporzioni, con lo smisurato e antidemocratico controllo che il nostro expresdelcons deteneva (detiene?) sull’informazione del Belpaese.
La moglie di Nicolas Sarkozy non si è recata alle urne al secondo turno. Per quanto sorprendente questo possa sembrare, Cécilia è comparsa a fianco del marito la sera delle elezioni solo quando è iniziata la festa in piazza de la Concorde, ma durante la giornata non si è andata al seggio. Lo provano i documenti ufficiali, le liste elettorali.
Ora, che il rapporto tra i due sia burrascoso già da molto tempo e che il presidente sfrutti le immagini del suo falso idillio familiare a puro scopo propagandistico, è cosa arcinota. Che la vita privata dei due coniugi sia un affare che non ci tocca, passi. Ma il fatto che la première dame de France dia un così cattivo esempio, non esercitando la sua facoltà di votare, è un elemento che riveste un indubbio interesse per l’opinione pubblica, la quale ha certamente diritto di conoscere il grado di senso civico dimostrato dai propri governanti. Ed è così che avrebbe voluto trattare questa notizia il Journal du dimanche, un settimanale vicino alla destra. Senonché, come ha tempestivamente rilevato un organo d’informazione in rete, il nuovissimo e dinamico Rue89, il direttore del Journal du dimanche, Jacques Espérandieu, all’ultimo minuto ha rinunciato a pubblicare il pezzo. Perché?
“Ho chiesto che questo articolo fosse corredato dal commento della diretta interessata. Malgrado numerosi messaggi lasciati a Cécilia Sarkozy” – scrive Espérandieu – “è stato impossibile raggiungerla, non ci ha risposto”. Ma va? E così, continua il direttore, “poiché il fatto di recarsi alle urne riguarda una scelta personale, intima, ho deciso di non pubblicare il pezzo”. Ma Rue89 sembra accreditare tutt’altra versione dei fatti: “Sono intervenute diverse figure vicinissime a Nicolas Sarkozy. Si tratterebbe” – afferma il sito – “di Claude Guéant, ex responsabile della campagna presidenziale, di Laurent Solly, ex capo di gabinetto del ministro dell’Interno, e di Franck Louvrier, addetto alle relazioni con la stampa”. La circostanza sarebbe stata confermata all’agenzia AFP dallo stesso Espérandieu, il quale, secondo quanto riferito dall’associazione Reporters sans frontières, avrebbe ricevuto “delle telefonate di persone che insistevano sull’aspetto privato e intimo di questa notizia”.
Il direttore del Journal du dimanche ha resistito a lungo, ma l’ultima chiamata è stata quella decisiva: all’altro capo del filo c’era Arnaud Lagardère, proprietario del gruppo al quale appartiene il settimanale, grande amico del neopresidente. Come per miracolo, verso le venti di sabato scorso, l’articolo sparisce dall’impaginazione per il giorno successivo. Rue89 scrive allora: “È il primo caso noto di censura dell’era sarkozysta”. Ovviamente Jacques Espérandieu, reduce dalle scosse telluriche che hanno agitato la sua poltrona, nega con decisione: “Ho sentito il parere di molte persone su questa notizia. Ma smentisco di aver ricevuto la benché minima pressione da parte dell’entourage di Nicolas Sarkozy”.
“Dopo Paris Match [un altro settimanale, ndr], che è stato sorvegliato dagli uffici del candidato dell’UMP durante tutta la campagna presidenziale,” – scrivono in un comunicato i sindacati dei giornalisti del gruppo Hachette-Lagardère – “è la volta del Journal du dimanche, che si vede censurato dalla direzione del gruppo Lagardère per compiacere il neopresidente, a meno che tutto non sia avvenuto dietro ordine di quest’ultimo”.
Innocuo, dicevate? Benvenuti a Sarkoland.

Fonti: AFP, via Le Monde, Journal du dimanche, Reportes dans frontières, Rue89.