Catania Pride 2008 - 5 luglio
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11 marzo 2008

Zapatero è un piddino... ma non per i vescovi

Indovinate un po’ chi è stato fra i primi a commentare la vittoria di Zapatero in Spagna? Fassino. Proprio lui. “Il programma del Pd rispecchia quello del Psoe”. Certo, per dire una tale corbelleria ci vuole tanta faccia tosta ma, si sa, in Italia nessuno è mai stato punito nelle urne per averne avuta troppa. Nel frattempo, in alcuni blog di Kilombo, aggregatore delle sinistre, molti si sono affrettati a scrivere quello che l’ex segretario diessino aveva già detto in tv. Chissà le risate che si farebbero gli spagnoli leggendoli, loro che hanno avuto la possibilità di constatare quanta somiglianza esista effettivamente tra Zapatero e Veltroni. Quest’ultimo, infatti, in una ormai celebre intervista a El País, alla domanda sul perché utilizza così poco la parola “sinistra”, dichiara testualmente: “Perché siamo riformisti, non di sinistra”.

Il resto dell’intervista? Il nulla sottovuoto spinto. Zapatero? Un suo grande amico. Gli omosessuali? Risolveremo la cosa con una leggina per permettere loro le visite in ospedale... ma non in campagna elettorale, per carità! Il conflitto d’interessi? Sì, ma non sarà contro nessuno... vorrete mica toccare Berlusconi? La prima misura del nuovo governo? Smantellare la burocrazia che soffoca gli imprenditori.

In che cosa questa robaccia sarebbe simile al programma del PSOE che, solo per fare qualche esempio, ha esteso il diritto al matrimonio e all’adozione anche alle coppie formate da persone dello stesso sesso, ha ridotto i termini per il divorzio, ha permesso il cambio del sesso anagrafico senza l’obbligo dell’operazione per modificare quello anatomico, ha reso indipendente dai partiti la televisione pubblica, e come primo atto della legislatura ha ritirato le truppe dall’Iraq? È un segreto talmente ben custodito, che solo i piddini potranno svelarlo.
Veltroni, ovviamente, ha subito gioito per la vittoria di Zapatero (sono amici, ricordate?): da lui si può imparare “ad essere realisti e innovatori, avere quella sana radicalità del riformismo”. E qui, come minimo, ci sarebbe da dire che alla scuola di Zapatero il segretario del Pd dovrebbe ritornarci a settembre. Sempre che della “radicalità del riformismo”, al di là dei proclami elettoralistici di comodo, gli importi qualcosa. Il dubbio, col carrozzone clericale che volentieri si trascina dietro, è più che lecito.

Tuttavia c’è da dire che anche a sinistra le facce di tolla non mancano. “Con la vittoria di Zapatero viene sconfitta la Destra e l'ingerenza del clero nella politica spagnola”, dichiara nientemeno che il Presidente della Camera, Fausto Bertinotti. Peccato che la coalizione di cui ora è candidato (la Sinistra l’Arcobaleno) non ha fatto nulla per evitare proprio quell’ingerenza delle gerarchie omofobe e antilibertarie nella politica italiana e in quelle istituzioni che annoverano Bertinotti fra i loro massimi rappresentanti. Non hanno mosso un dito, anzi, peggio: ricordiamo tutti - purtroppo - il discorso di Vladimir Luxuria (Rifondazione) alla Camera, contro un emendamento che intendeva ripristinare l’Ici per gli immobili detenuti dalla Chiesa e nei quali si svolgono attività commerciali. Che la coalizione di centrosinistra si fosse piegata agli interessi vaticani, del resto, era apparso chiaro fin da quando tutti i partiti (anche chi, come i radicali, al momento della firma si era fatto venire il mal di pancia) avevano, nei fatti, sottoscritto il programmone, dal quale risultava che le coppie di fatto in Italia avrebbero ottenuto: niente. Nada. Durante la breve legislatura, con la scusa dei numeri risicati in Senato, hanno ingoiato tutto, e ora ci vengono a dire “quant’è bello Zapatero!”, con l’implicita postilla: “Votateci”. Col piffero!


P.S. Semplicemente spettacolari, invece, le reazioni delle gerarchie cattoliche che, impegnate per anni in prima linea contro il governo di Zapatero e poi in una forsennata campagna elettorale contro il PSOE, davanti al fatto lampante che la loro opinione è, giustamente, ininfluente sul piano delle opzioni politiche scelte dagli elettori spagnoli, si sono consolate sostenendo che “sono di fatto scomparsi tutti i partiti minori che avevano nella sigla la parola 'izquierda' (sinistra)" (Cipriano Calderon). Un po’ di veleno l’ha sputato anche Joaquín Navarro-Valls, che ha accusato Zapatero di aver fatto “tutto ciò che poteva ferire la sensibilità cattolica”. Il rimedio possibile? “Il passo più importante lo può fare il governo” - dice l’ex portavoce di Woytjla - “abbandonando l'ideologia e mettendosi sul terreno di un socialismo sostanziale”. Dove per “sostanziale” si dovrebbe intendere - immagino - “svuotato dei suoi contenuti”. Quello di Veltroni, per intenderci.
Gustosissima anche l’intervista - segnalata oggi da Fireman sul suo blog - del cardinale Cañizares al Corriere. A giudicare dall’atteggiamento da crociato che assume, si direbbe che l’alto prelato spagnolo l’abbia presa un po’ male. Una cosa interessante, però, la dice: “La Chiesa italiana ha più spazio sui media. Quando ci fu il Family Day, tutti i giornali dedicarono più pagine alla manifestazione di piazza San Giovanni, e mezza pagina a quella laicista di piazza Navona. In Spagna molti giornali avrebbero fatto il contrario”. Chi potrebbe dargli torto?

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09 marzo 2008

Elezioni in Spagna e in Francia: i risultati

In primo piano i risultati delle elezioni politiche in Spagna, minuto per minuto. Potete visualizzare seggi e numero di voti, e scegliere tra i dati riferiti a tutta la Spagna, alle singole comunità autonome o alle singole province. Più in basso degli aggiornamenti sullo scrutinio delle elezioni amministrative in Francia.

Spagna, elezioni politiche



19,45. I due rilevamenti effettuati fino a questo momento indicano che la partecipazione al voto è stata massiccia, anche se inferiore ai dati del 2004. In tutta la Spagna, alle 18 aveva votato il 60,9% degli aventi diritto, due punti in meno rispetto alle precedenti elezioni politiche. A prima vista si direbbe che le comunità autonome dove si è votato di più sono quelle dove la destra prevale.

20,02. Ai socialisti da 172 a 176 con il 45% dei voti; al Partido Popular andrebbero dai 148 ai 152 seggi. Questi i primi sondaggi alla chiusura delle urne.

20,08. Il responsabile organizzativo del PSOE, José Blanco, prendendo la parola alla sede socialista, dedica il primo pensiero alla famiglia dell'ex cosigliere comunale socialista di Mondragon, Isaias Carrasco, ucciso venerdì scorso da un terrorista dell'ETA. Prudenza alla sede del PP.

20,16. "I sondaggi sono solo sondaggi, quando i risultati reali saranno conosciuti, si vedrà che il PP ha ottenuto un ottimo, magnifico risultato". È il primo commento del responsabile organizzativo del Partido Popular. 

20,26. Migliore stima per i socialisti: da 172 a 176 seggi (da 148 a 152 per il PP). Stima peggiore per i socialisti: a 163 a 166 seggi (da 149 a 152 per il PP). La terza forza a livello nazionale, Izquierda Unida (comunisti e verdi) sarebbe estremamente penalizzata, ottenendo da 2 a 4 seggi. I commentatori parlano di "trionfo del bipartitismo".

21,25. Secondo i dati comunicati dal Ministero dell'interno spagnolo, con il 23,1% dei voti scrutinati, il PSOE sembra essere molto vicino alla maggioranza assoluta: 175 seggi contro i 142 del PP.

21,40. Con oltre il 42% dei voti scrutinati, si riduce la differenza tra PSOE con 169 seggi e PP con 151. Probabilmente Izquierda Unida, che otterrebbe solo 2 deputati, non potrà conservare il proprio gruppo parlamentare. Grosse perdite (da 8 a 3 seggi) anche per la formazione catalana Esquerra Republicana.

21,57. "Possiamo affermare di avere vinto le elezioni. Abbiamo aumentato i nostri seggi, che secondo le nostre stime saranno tra 168 e 171. È una grande vittoria". Questo il primo commento del responsabile della campagna socialista, Luis Blanco, ai dati parziali diffusi finora dal Ministero dell'interno spagnolo (poco più della metà dei voti scrutinati). "È la vittoria di una politica basata sul dialogo e il pluralismo, è una vittoria che rifiuta le divisioni". Non appena lo scrutinio sarà terminato, sarà lo stesso Zapatero a comparire ai militanti che affollano la sede nazionale del PSOE. 

22,03. A Madrid, feudo del PP, le operazioni di scrutinio proseguono più lentamente che altrove: sono stati scrutinati solo il 38% dei voti.

22,10. Man mano che affluiscono i dati di Madrid, si riduce la differenza tra i seggi che ottiene il PSOE e quelli assegnati al PP: per il momento 168 contro 154, cioè solo 14 seggi di differenza. Entrambi i partiti avrebbero quindi aumentato i propri seggi.

22,26. La vicepresidente del governo spagnolo, Maria Teresa Fernandez de la Vega commenta i risultati ufficiali parziali (con il 76% di voti scrutinati, al PSOE vengono attribuiti 168 seggi e al PP 154 seggi): "Le mie prime parole in questo giorno sono per Isaias Carrasco e per la sua famiglia. Vorrei che sentissero che ogni voto espresso oggi è un abbraccio per loro. Tutto il Paese oggi sta con loro e noi non li dimenticheremo".

22,39. Per quanto riguarda le comunità autonome, quelle in cui prevale il PSOE sono: Andalusia, Aragon, Asturie, Canarie, Catalogna, Estremadura. Il PP ottiene invece la maggioranza relativa dei voti in: Cantabria, Castilla-La Mancha, Castilla y Leon, Galizia, Madrid, Navarra, Murcia, La Rioja, comunità Valenciana, Ceuta, Melilla. Nelle Baleari, invece, è quasi parità, con una leggera prevalenza del partito di Rajoy.

22,43. "Il Partido Popular sale molto in percentuale e in seggi e questo ci soddisfa molto". È l'ultimo commento del responsabile della campagna del PP, che aveva già parlato di un "magnifico risultato" all'inizio della serata. Quando lo scrutinio è giunto ormai all'84% dei voti, il PP otterrebbe 155 seggi (+7 rispetto alla passata legislatura), mentre il PSOE avrebbe 167 seggi (+3).

22,49. Gaspar Llamazares, candidato di Izquierda Unida, ha attaccato lo "tsunami del bipartitismo" che ha travolto tutto ciò che si trova a sinistra del Partito socialista. "A causa di un sistema elettorale ingiusto, il nostro 4% si convertirà nello 0,8% dei seggi". "Questi risultati sono un insuccesso politico per me, perché volevamo evitare l'appiattimento bipartitico in questo paese e volevamo ottenere un cambiamento a sinistra. Faremo rivivere il nostro progetto, con l'appoggio della società di sinistra".

23,01. Zapatero, capo del governo spagnolo riconfermato, è sceso fra i militanti assiepati nella sede del PSOE a Madrid ed ha avuto molte difficoltà a contenere il loro entusiasmo. Poi è riuscito a prendere la parola: "Isaias avrebbe dovuto vivere questo momento con la sua famiglia", così come tutte le vittime del terrorismo. "Quattro anni fa mi avete detto: 'Non deluderci', ed io mi sono sforzato di essere all'altezza delle vostre aspettative. Abbiamo lavorato duro, ma ne è valsa la pena. Ho appena ricevuto le felicitazioni di Mariano Rajoy: lo ringrazio pubblicamente e a lui va tutto il mio rispetto, così come a tutti gli altri candidati. Gli spagnoli hanno scelto di aprire una nuova tappa che eviti le divisioni. Governerò col dialogo politico più ampio possibile, governerò per tutti ma pensando innanzitutto a quelli cui manca qualcosa. Governerò per trasformare in realtà le speranze delle donne, dei giovani, perché gli anziani abbiano l'assistenza e l'appoggio che si sono guadagnati in una vita. Oggi più che mai credo in una Spagna unita e che vive nella tolleranza. Voglio compiere questo cammino con tutti voi. Buona fortuna".

23,14. È stato nel frattempo diffuso il primo comunicato emesso da parte di un'associazione glbt spagnola: "L’associazione Gays Y Lesbianas de Aqui (GYLDA) desidera ringraziare i collettivi e gli attivisti che durante queste settimane hanno lavorato e si sono sacrificati per i diritti LGBT. Grazie a voi abbiamo potuto impedire la vittoria del PP ed abbiamo protetto i nostri diritti".

23,33. Ecco le dichiarazioni dello sconfitto, Mariano Rajoy (PP), interrotte da innumerevoli grida di entusiasmo dei militanti: "Ho chiamato il candidato socialista e gli ho fatto i miei auguri per il bene della Spagna. Abbiamo ottenuto più voti che mai, siamo il partito che ha aumentato di più in seggi e in percentuali di voto nella storia di Spagna. Saremo all'altezza della situazione. Vi dirò di più: non difenderò mai altro che gli interessi generali degli spagnoli e questa grande nazione che si chiama Spagna!".

23,59. Il presidente del Coordinamento Girasol delle associazioni lesbiche, gay, transessuali e bisessuali dell’Andalusia, di Ceuta e di Melilla dichiara in un comunicato: “Abbiamo lavorato duramente per arrivare fino a qui ed ammettiamo che ci resta molto da fare. Con la formazione del nuovo arco parlamentare sarà più facile lavorare, cosa che temevamo fosse impossibile se avesse vinto il PP, un partito chiaramente discriminatorio verso gay, lesbiche, transessuali e bisessuali. Il risultato delle elezioni del 9 marzo garantisce il mantenimento dei diritti che durante 30 anni di lotta la comunità glbt ha ottenuto, come la legge sul matrimonio tra persone dello steso sesso, la cosiddetta legge sull’identità di genere e alcuni progressi sul terreno dell’educazione che sicuramente avranno ora nuovo impulso”.

0,16. I risultati sono ormai quasi definitivi (97% dei voti scrutinati). PSOE: 43,7% (+1,1%) , 169 seggi (+5 seggi). PP: 40,13% (+2,42%), 154 seggi (+6 seggi). La differenza in seggi tra il PSOE e il PP, che prima era di 16 seggi è ora di 15 seggi. I due partiti, insieme, sommano 323 dei 350 seggi della Camera.


Francia, elezioni amministrative (1° turno)
19,45. Secondo il Ministero dell'interno, alle 17 aveva votato in Francia il 56,25% degli elettori, una cifra sensibilmente più alta rispetto alle precedenti amministrative del 2001 (53,28%). Impossibile stabilire quali forze politiche saranno premiate da questa buona affluenza. 

20,10. Secondo i primi sondaggi, le liste di sinistra e dei verdi avrebbero raccolto, in tutta la Francia, il 47,5% dei voti. Alla destra il 40%

20,33. Secondo i sondaggi, l'omofobo Vanneste (UMP 31%) sarebbe stato battuto a Tourcoing, fin dal primo turno, dal socialista Michel-François Delannoy (53%). Alla sinistra passerebbe anche Rouen.

21,45. Netta affermazione della lista socialista del sindaco Bertrand Delanoë a Parigi: secondo i sondaggi ottiene il 40%, contro il 28% della sfidante della destra, Françoise de Panafieu. La formazione centrista MoDem avrebbe circa il 9%, i Verdi il 7%.

Francia, Spagna e gli "orgasmi democratici"

Due avvenimenti di primaria importanza oggi in Europa: le elezioni amministrative in Francia e le politiche in Spagna.

I francesi (e i cittadini dell’unione europea residenti in Francia) sono chiamati oggi a rinnovare, in un primo turno elettorale, tutti i consigli comunali e, di conseguenza, i sindaci. I vari sondaggi pubblicati nelle ultime settimane danno unanimemente un Sarkozy in caduta libera: a neanche un anno dalle ultime presidenziali, gli elettori sembrano essere fortemente delusi dalla sua politica. È certamente per questo che, durante le ultime fasi della campagna per le amministrative, il Presidente della Repubblica ha pensato bene di tenersi molto in disparte, dopo un lungo periodo di sovraesposizione mediatica che non gli ha certo giovato. Le sfide più importanti, com’è ovvio, sono quelle delle grandi città, dove il partito di destra uscito vincente dalle politiche dello scorso anno, l’UMP di Sarkozy, rischia moltissimo: Tolosa, Strasburgo, Bordeaux e Orléans sono solo quattro esempi di città che potrebbero, questa sera, scoprire di preferire il rosa (se non il rosso) del Partito Socialista al blu presidenziale.

A Parigi il sindaco uscente, Bertrand Delanoë, socialista e gay, dopo 7 anni di un mandato che ha visto molte luci ma anche qualche ombra (una su tutte: la controversa intitolazione della piazza antistante la chiesa di Nôtre-Dame a Giovanni Paolo II, in pompa magna e con le autorità ecclesiastiche), cerca la riconferma e sfida Françoise de Panafieu, candidata dell’UMP e attuale capo dell’opposizione in consiglio comunale. La politica del Comune di Parigi nei confronti del movimento glbt, che l’UMP giudica eccessivamente favorevole e compiacente, è stato uno dei cavalli di battaglia favoriti (e anche piuttosto logori) della destra parigina. Françoise de Panafieu era partita all’attacco fin dal giugno del 2003, dichiarando al periodico VSD: “Non è dignitoso, quando si rappresenta una città come Parigi, sfilare al gay pride, non più di quanto lo sarebbe un sindaco che si mette alla testa di una sfilata di carnevale”. 

In un’intervista pubblicata due giorni fa dalla rivista glbt E-Illico, davanti a un giornalista che le domanda perché Bertrand Delanoë è stato più volte attaccato dalla destra sulle sovvenzioni comunali alle associazioni glbt, la candidata UMP si mostra stupita: “Lei trova davvero che sia stato attaccato? Io penso che siano soprattutto i suoi amici che provano a darlo a intendere”. Una semplice ricerca basta, però, a smentirla. Nel suo libro “Mon Paris gagnant” (“La mia Parigi vincente”), uscito all’inizio del 2006, Françoise de Panafieu non esitava ad affermare che “le associazioni che lottano contro la discriminazione degli omosessuali sono particolarmente coccolate” e che il Comune di Parigi avrebbe finanziato “più di un centinaio di associazioni che lottano contro la discriminazione verso gli omosessuali”. Falso: nel 2004 solo 17 associazioni che avevano tra i propri scopi la lotta all’omofobia hanno ricevuto sovvenzioni, per un totale di 247 mila euro, cioè lo 0,14% del budget totale dedicato dal Comune all’associazionismo. Le rispose a tono il vice-sindaco, Anne Hidalgo: “Ogni sovvenzione è votata dal Consiglio comunale, cosa che Françoise de Panafieu potrebbe sapere se lo frequentasse più assiduamente”. Anche il Centro gay, lesbico, bi e trans reagì, chiedendosi se “la menzogna, la confusione e l’omofobia siano indispensabili alla signora de Panafieu per concorrere al posto di sindaco”. La risposta è nei fatti. 

Appena due mesi dopo, marzo 2006, usciva un pamphlet della giornalista Sophie Coignard, fortemente critico verso Delanoë: “Le marchand de sable” (“Il venditore di sabbia”). In esso si affermava, una volta di più, che il Comune di Parigi “distribuisce denaro a pioggia a qualsiasi tipo di struttura, purché appartenga al movimento gay”. Per fortuna molti ricordavano ancora che ai bei tempi del sindaco chiracchiano Tibéri il Comune non correva certo il rischio d’incappare in queste critiche, poiché rifiutava sistematicamente ogni sovvenzione alle associazioni glbt o ai gruppi che lottano contro l’aids. 

Non basta. All’inizio del febbraio scorso, durante un incontro organizzato da Jean-Marie Cavada, candidato dell’UMP nel 12° arrondissement, l’oratore, il giornalista Yvan Stefanovitch, dichiara: “Ho scoperto che le associazioni che ricevono più sovvenzioni, curiosamente, sono le associazioni connotate come ebree, che sono in testa. [...] C’è un’esplosione di finanziamenti per gli omosessuali, che hanno raggiunto la cifra di 600 mila euro. È enorme”. Il dato, ancora una volta, è falso: nel 2007 le domande di finanziamento approvate sono state una quindicina per un totale di 250 mila euro, cioè lo 0,15% del budget totale. Nessuno scostamento dalla media, dunque. Le menzogne dell’oratore, al cospetto delle quali il candidato Cavada non mostra alcun segno di dissenso, avrebbero forse un’eco minore se un altro giornalista, Jérémy Sahel, non fosse presente in sala, armato di una semplice videocamera con la quale filma tutto. Il giorno dopo posta il pezzo incriminato su Dailymotion, in modo che gli elettori possano farsi un’idea chiara e diretta degli argomenti utilizzati dalla destra. “Non ho sentito quelle frasi”, dichiarerà poi l’ineffabile Cavada, come a dire: non c’ero, e se c’ero dormivo. “Da sette anni c’è una caccia all’uomo contro di me,” - sbotta finalmente Delanoë - “mi attaccano per ciò che sono. Destra o sinistra, non importa: la dignità e il rispetto non sono facoltativi in democrazia”. Segue precipitosa marcia indietro di Cavada: “Sono in totale disaccordo con le affermazioni di Yves Stefanovitch. Mi hanno fatto un falso processo”. 

La malcelata omofobia della destra non si è espressa, tuttavia, solo a Parigi. Un esempio su tutti: Turcoing, una città di quasi centomila abitanti che si trova nell’estremo nord della Francia. Lassù l’UMP ha candidato un suo deputato, Christian Vanneste, già condannato in primo grado e in appello per le sue affermazioni omofobe: “L’omosessualità è una minaccia per la sopravvivenza dell’umanità ed è inferiore all’eterosessualità”. “La fedeltà che ha sempre dimostrato verso il suo partito e l’amicizia che abbiamo sempre nutrito” - ha dichiarato il vice-segretario dell’UMP, Dominique Paillé - “ci hanno condotto ad osservare le sue qualità con quell’obiettività che ha fatto sì che non ci sbagliassimo scegliendolo”. Il 12 gennaio scorso, esponendo dei cartelli su cui era scritto “Vanneste omofobo”, alcuni militanti di Act-Up hanno interrotto un discorso di Sarkozy, il quale non ha trovato di meglio che rispondere: “Non vi preoccupate. Sono anni che protestano e non è servito a niente. Vi rendete conto? Ne hanno trovati solo due in un paese di 64 milioni di abitanti. Non gli resta altro”.

Stasera sarebbe bello poter constatare che, nonostante un’opposizione ancora annaspante dopo la sconfitta del maggio scorso e un Partito Socialista troppo distante dalla sua base naturale, questa destra indecente non è passata, anzi, che è stata sonoramente sconfitta in quello che è stato già battezzato “il terzo turno delle presidenziali”. Un primo responso si avrà dopo le 20, quando si saranno chiuse anche le urne delle città maggiori (nei centri più piccoli, infatti, lo scrutinio comincia alle 18 o alle 19).

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“Quanta felicità ci ha portato Zapatero in questa legislatura! Abbiamo continuato ad avere un orgasmo dietro l’altro! Non ne ho mai avuti così tanti. Innanzitutto quelli che mi procura mio marito, e poi quelli che mi dà Zapatero: orgasmi democratici, dopo aver ottenuto leggi che riconoscono la dignità di tante donne e di tanti uomini in questo paese. Mentre gli altri condannano l’allegria, la felicità, e ci ammorbano la vita”. Ad incendiare il clima di un comizio del PSOE in Cantabria, ci ha pensato recentemente, con queste esclamazioni, Pedro Zerolo, che è stato uno dei protagonisti della riforma del codice civile che ha permesso alla Spagna, all’inizio dell’ultima legislatura, di rendere accessibile a chiunque, nel pieno rispetto del proprio orientamento sessuale e della propria vita affettiva, il diritto al matrimonio e all’adozione.

Oggi in Spagna è il grande giorno delle elezioni politiche. I sondaggi, per quel che valgono, assegnerebbero la vittoria al PSOE di Zapatero, anche se permane il dubbio sulle dimensioni del vantaggio che otterrebbe rispetto al Partido Popular di Mariano Rajoy. I socialisti saranno costretti a governare in una coalizione con Izquierda Unida (comunisti e verdi) e i partiti cosiddetti nazionalisti? In ogni caso, anche se ovviamente il PSOE ha chiesto agli elettori una maggioranza ampia che gli assegni una perfetta autonomia, c’è da dire che le decisioni più rilevanti della legislatura che si è appena conclusa, sono state approvate col concorso di Izquierda Unida: l’immediato ritiro delle truppe spagnole dall’Iraq, l’estensione del diritto al matrimonio e all’adozione alle coppie formate da persone dello stesso sesso, la legge per una effettiva uguaglianza fra uomini e donne (che, fra l’altro, ha portato a un aumento del 75% delle candidate rispetto alle ultime politiche), il notevole alleggerimento delle procedure per potersi divorziare, l’insegnamento dell’educazione civica nelle scuole, con particolare riguardo all’apertura verso le differenze, la legge sulla memoria storica, che riconosce finalmente in forma chiara e inequivocabile le vittime della dittatura franchista.

Peccato che Izquierda Unida, con un programma più avanzato di quello socialista, non sia riuscita ad emergere più di tanto in questa campagna, schiacciata com’è da un sistema politico e mediatico che privilegia le due formazioni maggiori, il PSOE e il PP. La formazione di sinistra, terza forza a livello nazionale, aveva chiesto che non si celebrassero solo i due faccia a faccia tra Zapatero e Rajoy, ma che si desse la possibilità anche a Izquierda Unida di esporre il proprio programma in un dibattito plurale che coinvolgesse anche il proprio candidato, Gaspar Llamazares. Com’era prevedibile, la richiesta è stata respinta.

È stata una campagna elettorale molto combattuta e, secondo due amici da me consultati, mai la società spagnola è stata così divisa dai tempi della Guerra Civile. Il PP ha provato ad esercitare durante tutta la legislatura un’opposizione durissima, molto spesso solo strumentale, e ha spesso trovato al suo fianco la Chiesa spagnola che, proprio qualche giorno fa, ha eletto a capo della Conferenza episcopale l’ultraconservatore arcivescovo di Madrid, Rouco Varela. 

Mentre i due principali contendenti hanno evitato di fare troppi accenni al “matrimonio gay”, nel timore reciproco che potesse portare acqua al mulino avversario, durante la campagna elettorale il PP non ha smesso di agitare spettri che fino a quel momento rappresentavano i grandi tabù della politica spagnola: innanzitutto il tentativo, per la verità maldestro, di armare l’una contro l’altra le comunità autonome, per gridare poi all’attentato contro l’integrità della nazione, attentato del quale sono stati incolpati i socialisti; poi l’ETA. Il PP non ha mai perdonato a Zapatero di essere stato a un passo dal risolvere l’annosa questione del terrorismo indipendentista basco, avviando con esso un tentativo di dialogo e di patto che prevedeva l’abbandono della lotta armata. Il PP si è molto adoperato per far fallire quell’esperienza, che infatti si è rivelata infruttuosa, ergendosi poi a difensore delle vittime del terrorismo e della linea dura contro l’ETA... salvo dimenticarsi che tutti i governi, quello di Aznar compreso, hanno trattato con i terroristi. 

Proprio due giorni fa, provocando la brusca interruzione e la chiusura anticipata della campagna elettorale, l’ETA ha ucciso Isaías Carrasco, ex consigliere comunale socialista di Mondragón, nel Paese Basco. Pur avendo sottoscritto un documento di condanna firmato da tutti i partiti e dalle maggiori organizzazioni sociali del Paese, il PP ha tenuto immediatamente a far sapere di aver chiesto agli altri partiti, senza successo, di poter inserire nello stesso documento il rifiuto del dialogo con l’ETA. Una cinica rottura dell’unità democratica, la cui portata elettorale non è per il momento quantificabile ma che non è affatto piaciuta alle altre forze politiche e, ciò che più conta, alla figlia della vittima, Carmen Carrasco: “Mio padre è stato ucciso perché difendeva la libertà, la democrazia e l’ideale socialista” - ha dichiarato ieri, a viso duro, davanti alle telecamere - “Quelli che lo hanno ucciso sono dei codardi, senza palle. Ma voglio chiedere soprattutto una cosa: che l’omicidio di mio padre non sia manipolato da nessuno. Non lo tollererò io e non lo tollererà neanche la mia famiglia. Io, mia madre e tutti quanti andremo a votare e questo è quello che chiedo: che tutti votino. Quelli che vogliono mostrare solidarietà a mio padre e a noi, vadano a votare in massa domenica, per dire agli assassini che noi non faremo neanche un solo passo indietro. Posso solo dire che sono stati dei figli di puttana”.

I risultati a partire dalla chiusura dei seggi, questa sera alle 20.

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26 febbraio 2008

Dibattito Rajoy-Zapatero: appunti, prime impressioni

Ieri sera è andato in onda il primo dibattito televisivo fra il socialista José Luís Rodriguez Zapatero e il segretario del Partido popular Mariano Rajoy, in vista delle elezioni politiche che si terranno il 9 marzo prossimo. L’ho seguito in diretta via internet e la mia impressione è che sia stato un confronto molto serrato, estremamente ordinato e terribilmente tecnico. I candidati dovevano confrontarsi su cinque grandi temi (economia e impiego, politiche sociali, politica estera e sicurezza, politica istituzionale, sfide per il futuro) più un giro d’orizzonte all’inizio e uno alla fine. Entrambi hanno fatto un uso smodato di cifre, la cui somma, come spesso accade in questi casi, finiva per essere zero. Si sono squadernati dati, grafici e tabelle a più non posso, che dicevano tutto e il suo contrario: negli ultimi quattro anni la disoccupazione è aumentata, no, è diminuita; i prezzi sono alle stelle, no, sono rimasti invariati; il PP al governo ha ridotto le borse di studio, no, le ha aumentate. E così via. 
Esprimendomi ancora a caldo, direi che non ho trovato interessanti quelle parti del dibattito in cui i candidati sembravano distinguersi solo per il grado di efficienza nel mettere in pratica una certa politica (talvolta con una buona dose di demagogia e di cinismo: quanti immigrati hai respinto tu? E tu, quanti ne hai regolarizzati?), ma quelle dai cui contenuti emergeva una scelta di campo netta, una differenza fondamentale tra due opzioni ben distinte. Mi riferisco per esempio al fatto che Zapatero ha rivendicato per due volte la scelta di ritirare le truppe dall’Iraq o l’estensione del diritto al matrimonio anche alle coppie formate da persone dello stesso sesso o, ancora, lo snellimento delle procedure per il divorzio e la ricerca sulle staminali. Pace, ampliamento dei diritti civili, laicità: temi sui quali Rajoy non poteva intervenire; e infatti, su questi, neanche una parola da parte sua.
Mariano Rajoy ha dipinto una Spagna a tinte fosche, divisa, in preda alla crisi economica, con regioni sull’orlo della secessione, invasa da “bande di immigrati violenti” che possono rimanere in Spagna impuniti, manco a dirlo, grazie ai socialisti. Zapatero ha cercato di smontare tutte le accuse e ha sottolineato i progressi conseguiti dalla Spagna in quest’ultimo periodo: non ultimo, il fatto che il reddito medio ha superato quello dell’Italia, che la sua nazione è diventata l’ottava potenza più industrializzata, che pensioni e salario minimo sono stati aumentati, così come i sussidi agli studenti.
Tra i punti toccati ieri dai due candidati non poteva mancare uno dei temi più importanti di questa campagna, quello su cui il Partido Popular ha battuto durante tutta la legislatura: la lotta contro l’ETA. Rajoy tenta di accreditare la tesi secondo la quale il governo socialista ha infranto la linea della fermezza contro i terroristi, avviando con questi ultimi un dialogo e conferendogli un ruolo politico del tutto inopportuno. Avviando le trattative, Zapatero avrebbe mentito agli spagnoli e avrebbe mancato di rispetto alle vittime del terrorismo. È stato fin troppo facile, per il presidente del governo, ricordare che tutti i premier precedenti hanno avviato trattative con l’ETA, Aznar compreso. Tuttavia, mentre i socialisti hanno apoggiato Aznar nel suo tentativo, il PP non ha fatto altro che lavorare perché i socialisti fallissero, ben sapendo che la soluzione del conflitto, quando arriverà, premierà elettoralmente il governo che sarà riuscito ad ottenerla. 
Tutte le prime stime effettuate dopo la chiusura del dibattito mostrano che Zapatero ha riscosso, presso gli intervistati, la maggioranza dei consensi (tra il 46% e il 45,4%, mentre Rajoy è tra il 42% e il 30,1%). Il prossimo dibattito andrà in onda, ancora una volta in diretta, il 3 marzo.

Tutto il dibattito (video): El País. 
La trascrizione integrale del dibattito: El País.

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25 febbraio 2008

Sta per cominciare il primo confronto televisivo Zapatero-Rajoy

Tutto è pronto. Dopo quindici anni di assenza, nella campagna elettorale spagnola si riaffaccia il dibattito televisivo. Dopo essersi negato per tutto questo tempo, alla fine il PP ha accettato di organizzare due confronti con il PSOE: il primo, in onda tra pochi minuti, e il secondo il 3 marzo prossimo, a meno di una settimana dall'appuntamento con le urne.
Protagonisti: il socialista Zapatero, presidente del governo, e Rajoy, segretario del Partido Popular. Una scenografia dai toni grigio metallizzato, "sobria ed elegante", venti telecamere, sei assistenti per il candidato socialista e sei per quello popolare (uno di loro potrà avvicinarsi ai contendenti durante la pausa pubblicitaria), un cronometro manovrato  da rappresentanti della Federazione spagnola di pallacanestro. Tra tutti i dettagli diffusi dalla stampa, non manca neanche la temperatura dello studio: 21 gradi, non uno di più, non uno di meno.
Curiosità a parte, secondo alcuni esperti questo dibattito non farà cambiare idea a chi ha già deciso di votare l'uno o l'altro, ma servirà forse a convincere qualche indeciso. Per il momento, secondo i sondaggi (per quel che contano), Zapatero parte oggi con un vantaggio di quattro punti su Rajoy (44% di consensi contro 40%). I temi che i due candidati tratteranno questa sera: economia e impiego, politiche sociali, politica estera e sicurezza, politica istituzionale, sfide per il futuro. 

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13 febbraio 2008

Chi ha paura del matrimonio?

Abituate a parare (invano) gli attacchi ormai quotidiani all’autodeterminazione rivolti dalle gerarchie cattoliche, dalla politica e ora anche dalle forze dell’ordine contro le cittadine e i cittadini di una Repubblica sedicente democratica, molte persone laiche, in Italia, non fanno più sentire la propria voce come invece dovrebbero. Sembra quasi abbiano abdicato al loro compito, che è quello di difendere la laicità dello Stato e di rimettere al proprio posto chiunque pretenda d’imporre la morale religiosa sulle scelte legislative. Quando prendono la parola, lo fanno timidamente, e quasi chiedendo scusa del disturbo. 
Chi legge questo blog queste cose le sa a memoria. O forse no. Vale la pena, io credo, quando il panorama nel proprio paese giunge ai minimi livelli e si ha bisogno di una boccata d’ossigeno, cercare appigli altrove. Io l’ho fatto andando a rileggere il dibattito tenuto in Spagna, al Congreso de los Diputados, il 30 giugno 2005, data nella quale l’equivalente della nostra Camera dei Deputati ha tolto il veto del Senato al provvedimento che stabiliva l’allargamento del diritto al matrimonio e all’adozione alle coppie formate da persone dello stesso sesso, trasformandolo in legge dello Stato. Tante sono le immagini di quel bel giorno che tornano alla mente: il discorso di Zapatero; il goffo tentativo di forzare la situazione da parte del rivale popolare, Mariano Rajoy, che chiede la parola a dibattito ormai chiuso; il Presidente del Congreso, che con fermezza rifiuta di concedergliela e apre la votazione; la gioia sulle tribune del pubblico, dove si riconoscono militanti storici (Zerolo, Jiménez) e volti meno noti dell’associazionismo gay e lesbico spagnolo; la mano di uno di loro, che si posa dolcemente sul ginocchio del compagno, in un momento di tensione in aula.
Avevo già letto e riletto le parole che il Presidente del Consiglio aveva scelto per difendere l’azione del Governo e la sua “legge sull’uguaglianza”. Ma non avevo prestato attenzione al discorso del gruppo socialista. Il partito sceglie d’inviare alla tribuna dell’oratore (così usa da quelle parti) una deputata alla sua prima legislatura, una ragazza di 29 anni. È Carmen Montón Giménez, studentessa di medicina, entrata nell’organizzazione giovanile del PSOE nel 1992 e nel partito dal 1996. Percorre l’emiciclo con grandi falcate, sfila davanti ai banchi del Governo senza gettare nemmeno un’occhiata, prende la parola e attacca subito con grande determinazione.
Leggete la traduzione del resoconto stenografico (è un po’ lungo, ma ne vale la pena, ve lo assicuro) e statela ad ascoltare (il video, tratto da Youtube, dura in tutto quattordici minuti ed è diviso in due parti). E se fosse questa la politica che abbiamo dimenticato?

Signor presidente, signore e signori, la storia è scritta dai vincitori, loro decidono quello che ricorderemo e quello che nasconderemo; così è stato con gli omosessuali. Leggendo un qualsiasi libro di storia saremmo portati a credere che nessuna società ha celebrato l’amore tra uomini o donne, che mai un pittore, un poeta o un politico hanno lasciato entrare nel loro letto o nel loro cuore un altro uomo o un’altra donna. Le prove dell’amore omosessuale sono state discretamente soppresse, come è stato fatto nel caso dei greci e dei romani. Liberati dalla censura, i precedenti storici rivelano che la realtà è esattamente il contrario, che l’amore tra uomini o tra donne è una costante universale; l’unica cosa che cambia è l’atteggiamento della società. Tutte le culture hanno regolato l’amore tra uomini o tra donne tessendo rituali diversi, più o meno elaborati, e alcune hanno provato, senza successo, a farlo sparire. Oggi, signore e signori, siamo davanti a un momento storico. Noi, deputati e deputate di questa legislatura, abbiamo l’opportunità, col nostro voto, di rendere possibile l’uguaglianza. Oggi siamo qui per togliere il veto del Senato a questa legge che parla di uguaglianza, libertà, giustizia, dignità, pluralismo, tolleranza, solidarietà; che parla di cittadinanza piena (Applausi). Noi socialisti voteremo in questo senso perché appoggiamo e difendiamo questa legge con pari o persino maggior convinzione, passione, decisione e ottimismo del primo giorno.
Il matrimonio è un’istituzione umana, culturale e non risponde al dettato di alcuna legge naturale e neppure divina, pertanto sarà ciò che la società deciderà in ogni momento, in funzione della realtà e delle sue necessità, democraticamente e legittimamente. Questa Camera, il Governo, non solo possono, ma devono regolare nel matrimonio le diverse forme di unioni affettive presenti nella nostra società, poiché questa legge non attacca né distorce l’istituzione matrimoniale, ma anzi la difende, la amplia, l’arricchisce e la rende più forte; non si oppone al matrimonio ecclesiastico, che non è materia di questa legge; non si oppone al matrimonio eterosessuale. Al Senato sono stati presentati due veti: uno da parte di Unió e l’altro da parte del PP; ciascuno brandisce questa o quella ragione, porta questo o quell’argomento, tuttavia, alla fine, il risultato è lo stesso: vogliono negare i diritti di gay e lesbiche a chi osa essere gay o lesbica. Signore e signori dell’Unió, in questo progetto dite che la legge parte da una confusione molto grave. Parlate - cito testualmente - di “un’inesistente discriminazione associata all’istituzione matrimoniale e all’adozione per le persone omosessuali”. Permettetemi di dirvi che siete voi a partire da una confusione grave, non volendo vedere o riconoscere ciò che è evidente, visto che, disgraziatamente, nel nostro paese, fino adesso, gli omosessuali non godono del rispetto e del riconoscimento pieno della loro unione né della possibilità di regolarizzare la situazione dei loro figli o di adottare come coppia. Bisogna capire che il diritto al matrimonio e al fatto che lo si chiami proprio matrimonio, è un diritto di tutti, senza distinzione, e in democrazia non può essere un privilegio per alcuni, con l’esclusione degli altri. Tratterò più tardi dei vostri dubbi su adozione, diritto comparato e frattura sociale. In ogni caso, di sicuro voglio ricordare ciò che ha detto il signor Guinart Solá in quest’Assemblea il 21 aprile: che nella sua qualità di sindaco, celebrerà matrimoni tra persone dello stesso sesso, funzione che eserciterà con assoluta lealtà e obbedienza alla legge che sicuramente sarà approvata.
C’è poi il veto del PP. In questo veto, del matrimonio tra persone dello stesso sesso voi dite che esso non è né possibile né appropriato. Appropriato già lo è, e dopo la votazione di oggi sarà anche possibile (Applausi). Voi non offrite le vostre ragioni, ma vi limitate a nascondervi dietro quelle altrui, come sempre. Ma adesso basta con le scuse o i giri di parole, chiamiamo le cose col loro nome; chiamiamo ogni cosa col nome giusto, non utilizziamo eufemismi. Voler mantenere la discriminazione per orientamento sessuale si chiama omofobia; voler trattare degli individui o una collettività come inferiori, si chiama discriminazione; quando si vuole che solo alcuni e non tutti i cittadini godano di vantaggi speciali o esclusivi, come il diritto al matrimonio, si tratta non più di un diritto ma di un privilegio; e fingere o far apparire qualcosa diversamente da come è o da come viene sentita, dire una cosa e farne un’altra, si chiama ipocrisia (Applausi).
Colleghe e colleghi, per anni il Partido Popular ci ha spiegato le sue ragioni, ha raccolto opinioni contro le persone omosessuali, e continua a farlo. Basti ricordare che nei suoi otto anni di governo, ha totalizzato più di trenta votazioni nelle quali non compariva, come invece compare ora, la parola matrimonio; perciò quella del nome è solo una scusa. In queste votazioni voi vi siete mostrati avversi alle persone omosessuali e continuate a farlo dall’opposizione. Non avete nemmeno permesso che cominciasse l’iter di una legge per le coppie di fatto, anche se adesso volete far credere che sia un problema che vi preoccupa, impegnandovi a legiferare sulla discriminazione con un progetto al quale è stato dato il nome di unioni civili (voi aggiungete “stabili”), tardivo e privo di ogni credibilità. Inoltre, vi ricordo che la Spagna è stato l’unico paese europeo che si è opposto alla possibilità per gay e lesbiche di essere ascoltati all’ONU, alleandosi con paesi che applicano la pena di morte agli omosessuali. Ancora, le emeroteche sono piene di dichiarazioni dei vostri massimi dirigenti contro i diritti delle persone omosessuali: Zaplana, Mato, Montoro, Fraga, Conde, Botella, e potremmo continuare. E a questo si deve aggiungere la manifestazione del 18 giugno scorso. Non sarò tanto dura quanto il vostro collega, il sindaco di Vitoria, che l’ha chiamata “miserabile”, ma dirò che quando la sinistra scende in piazza è per rivendicare diritti, per ampliarli; la destra, voi, siete scesi in piazza per eliminarli, per ridurli (Applausi). 

Avete voluto dividere la società e la sola cosa che avete ottenuto è di dividere i capi della Chiesa e il vostro stesso partito.
Signore e signori del Partido Popular, stare dalla parte delle famiglie significa offrire borse di studio, aumentare il salario minimo interprofessionale, conciliare la vita familiare con quella lavorativa; questo vuol dire stare dalla parte delle famiglie. Quelli che non stanno con le famiglie siete voi, che escludete gran parte di esse. Tanti sforzi, tanti allarmismi, tante divisioni, tanto lavoro, tanta energia, tanti ricorsi, tanti autobus per opporsi ai diritti, all’uguaglianza degli altri cittadini (Una voce: Brava!). Perché siete contro i diritti degli altri cittadini (Applausi)? Perché siete contro i diritti delle persone omosessuali? Essere eterosessuali non costituisce merito alcuno, perché allora per voi essere omosessuali sarebbe un demerito? Non desidero continuare con questa domanda, perché a tutto ciò si deve aggiungere il vostro comportamento al Senato, i vostri esperti. L’audizione del vostro esperto, il signor Polaino, qualifica il gruppo che l’ha richiesta e la storia saprà opportunamente inquadrarla. Vi siete sbagliati oppure quelle cose non osavate dirle da soli (Applausi)? Questo esperto continua a esporre gli stessi argomenti, anche nei suoi libri, perciò se ne può facilmente dedurre che il PP conosceva bene le sue opinioni e gli sembravano buone, e che proprio per queste sue opinioni lo ha invitato a parlare al Senato e solo dopo la polemica ha deciso di fare marcia indietro.
Colleghe e colleghi, nella società e nel paese che vogliamo, ci sono alcune cose che oggi non possono più essere permesse. Come nel caso di Buttiglione, candidato a commissario europeo per le libertà, quando ha pronunciato quelle sgradevoli dichiarazioni contro le donne e gli omosessuali, non si può permettere che con un invito e con la complicità prima e con i complimenti in Senato poi, si dichiari che l’omosessualità è una patologia da curare, causata da genitori ostili e alcolizzati, per non citare che alcune di quelle affermazioni destituite di ogni fondamento. Avete avuto l’opportunità di portare al Senato qualcuno che dimostrasse o avallasse le vostre tesi in modo serio, credibile e scientifico, e non ne avete trovato nessuno. Gli altri esperti hanno mostrato chiaramente che non esistono effetti negativi nello sviluppo dei minori che convivono con coppie omosessuali, che non ci sono problemi per i bambini. Perché, signore e signori, è pura ipocrisia parlare di adozione o di figli come se fosse un’ipotesi. Gli omosessuali hanno figli, e questi figli non sono protetti e sono discriminati proprio per il fatto di non essere riconosciuti. Volete mantenere anche questa discriminazione? Parlate dell’interesse del minore. Noi stiamo dalla parte del Tribunale Europeo dei Diritti Umani, dalla parte della sua sentenza del 26 febbraio 2002, la stessa che ogni volta avete citato per giustificare la vostra tesi. In quella sentenza, come tutti già sappiamo, si riconosce che l’adozione serve a dare una famiglia a un bambino, non a dare un bambino a una famiglia. Siamo d’accordo, ma non saremo mai d’accordo sul fatto che voi possiate imporre la vostra morale rispetto al modello familiare. Dirò di più. È inutile che continuiate a suscitare timori, ditelo apertamente: proverete ad abrogare questa legge sull’uguaglianza? Voi sapete bene che ciò è impossibile.
Signore e signori, per concludere, benché potremmo continuare, oltre a tutte queste posizioni contro il diritto delle persone omosessuali c'è anche il veto posto dal Senato alla legge. Oggi ci riuniamo qui, alla Camera; avete la vostra ultima opportunità. Oggi si mette un punto finale a questa riprovevole vicenda. Come desiderate passare alla storia? Colleghe e colleghi, voi avete detto e fatto molte cose, ma non tratterrò nella memoria nessuna di esse, perché il più grande risultato è quello che otterremo noi, che è infinitamente più grande di tutto ciò che voi avete fatto e detto. Ricorderò quello che oggi otterremo, cioè che la nostra democrazia si rafforzerà, che tutti i cittadini e tutte le cittadine godranno degli stessi diritti. E, per quanti sforzi facciate per affermare il contrario, questo non sarà mai un male. Come potrebbe esserlo il fatto che noi spagnoli saremo uguali per quanto riguarda i diritti civili e le libertà pubbliche? Non mi stancherò di dire che è ingiusto essere cittadino di seconda categoria per amore, che questa norma non va contro nessuno, che è a favore dell’uguaglianza, della tolleranza e del pluralismo, che non porterà pregiudizio a nessuno. Ricordate: non volevate il divorzio e adesso ne fate uso; non volevate il matrimonio tra persone dello stesso sesso e sicuramente vi sposerete (Commenti), sarete testimoni di nozze e brinderete alla salute e alla felicità degli sposi o delle spose. Sì, perché questa legge parla anche di felicità, della felicità di molte persone, di molte famiglie, e credo che nessuno abbia il diritto di negarla.
Infine, a proposito di diritto comparato, un mio amico dice: chi non vorrebbe che la Spagna fosse stata tra i primi paesi ad abolire la schiavitù o a riconoscere i diritti delle donne? Eppure siamo stati fra gli ultimi. Peccato! Bene, adesso abbiamo l’opportunità di essere fra i primi nel riconoscimento dei diritti degli omosessuali. Il matrimonio fra persone dello stesso sesso esiste già in Olanda e in Belgio, l’altroieri è stato il Canada ad ampliare questo diritto. È l’inizio di un nuovo periodo di uguaglianza. Io sono nata nel 1976 e in una generazione siamo passati da una legge sui fannulloni e i malviventi, che considerava l’omosessuale come pericoloso di per sé, lo privava della libertà e lo sottoponeva a vigilanza per tenerlo lontano dai suoi istinti degenerati, alla piena equiparazione dei diritti di gay e lesbiche con la riforma del Codice Civile che oggi approveremo. Per questo mi sento orgogliosa di vivere in questo paese oggi (Applausi). Oggi dimostriamo la maturità della nostra società e dimostriamo che siamo in molti a non essere disposti a sopportare e a permettere ancora l’ingiustizia. Oggi guarderemo avanti perché indietro abbiamo guardato già abbastanza. Guardiamo avanti perché adesso ci resta un grande lavoro per eliminare la discriminazione quotidiana e questo è un compito per il quale sono necessari tutti i partiti politici, i governi, i collettivi e ognuno di noi, perché la più grande rivoluzione che possiamo fare è cambiare noi stessi.
Termino con un ringraziamento alle organizzazioni gay, lesbiche e transessuali per il loro lavoro costante, paziente ed esemplare. Congratulazioni! Oggi, più che mai, è il vostro giorno (Prolungati applausi. Molte congratulazioni).

Fonti: Diario de sesiones del Congreso de los Diputados (30 giugno 2005, traduzione mia), El Mundo, knorpel26, Woman.

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31 dicembre 2007

Via di qua (diario della fine) - 2

Venerdì 28 dicembre. Dolcissimo risveglio in una delle camere destinate agli ospiti della casa di J. Un vecchio letto la cui rete ci ha fatto precipitare inesorabilmente verso il centro (non quello politico, evidentemente), pochi ed essenziali mobili, i genitori di J. che ci osservano clementi da una foto in bianco e nero scattata il giorno del loro matrimonio, la luce che filtra dalle imposte: il nuovo giorno si è presentato così. Restiamo a letto a raccontarci cose, poi scendiamo e dopo un’abbondante colazione andiamo a B., a fare una passeggiata lungo il lago. La giornata è soleggiata e la temperatura relativamente alta, ma Staou si sente poco bene, perciò intorno all’una facciamo rotta verso la farmacia e poi in pescheria a comprare qualcosa che servirà per il pranzo. Mangeremo verso le tre, una volta tornati a casa di J. Il resto del pomeriggio trascorre nell’ozio assoluto per me e Staou e nei preparativi per T. e J. Verso le sei arriva una loro cara amica, A.: trovo che abbia la pelle molto liscia e che sembri più giovane dell’ultima volta che l’ho vista, e rischio quasi di dirglielo. Molto gentile, porta tutti e quattro all’aeroporto di Girona. Dopo i controlli saliamo sull’aereo e un’ora dopo siamo in Sardegna. Prendiamo una macchina in affitto e ci rechiamo a B. Quando arriviamo, troviamo i genitori di Staou ad accoglierci insieme alla sorella. Sono caldi abbracci, una rapida visita alla casa e poi una cena a notte ormai inoltrata, a base di malloreddus, carne di cinghiale e di capretto. Il fuoco arde nel caminetto.

Sabato 29 dicembre. La mattina ci inerpichiamo insieme a T. e J. su su lungo le vie che risalgono il colle sul quale è stato costruito il centro storico di B. I nostri due amici gradiscono la visita. Pranzo a casa, a base di pesce. Il pomeriggio usciamo solo io, T. e J, Staou resta a casa a discutere con gli operai per il proseguimento dei lavori nella casa. Un concerto nella cattedrale e poi a cena.

Domenica 30 dicembre. La giornata comincia presto, con una visita al sito archeologico di Cornus. Passeggiamo tra le rovine dell’insediamento punico-romano lasciate in uno stato di pressoché totale e scandaloso abbandono. Nei pressi dell’area troviamo un edificio molto recente, rigorosamente chiuso, di cui forse indoviniamo la destinazione: biglietteria e sorveglianza per il sito. Una scritta tracciata con il gesso su una parete parla di spreco e di vergogna.
Proseguiamo lungo la strada per Oristano e in breve tempo arriviamo a Is Arutas. Là accarezziamo con le mani e con lo sguardo la famosa sabbia bianchissima, i cui grani di quarzo, molto levigati, hanno le dimensioni dei chicchi di riso. Il sole fa i capricci, eppure il fondale marino vicino alla spiaggia manda rilessi azzurri splendidi.
Dopo qualche tempo siamo a San Salvatore, incredibile villaggio fatto di piccolissime case a un solo piano, disposte intorno a un perimetro quadrangolare al cui centro si trova una chiesetta che sorge sul luogo nel quale, fin dall’antichità, si veneravano le divinità delle acque. Il villaggio è deserto, pare che si riempia solo per nove giorni all’anno, tra la fine di agosto e l’inizio di settembre, in occasione della procesione religiosa da e verso Cabras. È a San Salvatore che sono stati girati alcuni spaghetti western.
Dopo aver mangiato a Cabras, visitiamo Tharros, città fondata dai fenici e poi abitata dai cartaginesi, infine conquistata dai romani. Gli scavi hanno permesso di riportare alla luce, fino a questo momento, circa un terzo della superficie della città che, al suo massimo splendore, contava diecimila abitanti. La visita è davvero interessante, anche grazie alle spiegazioni di una guida molto abile, ma resa un po’ dura da un maestrale implacabile. Abbiamo chiuso la giornata con una visita al museo civico di Cabras che, tra le altre cose, di Tharros conserva gli elementi del tofet (la necropoli dove erano sepolti i bambini - sono stati rinvenuti circa cinquemila resti, di cui l’80% appartengono a neonati da 0 a 6 mesi).
Durante la cena ascoltiamo molto distrattamente il telegiornale; quando appaiono le immagini di un Family Day che a Madrid avrebbe raccolto oggi un milione e mezzo di persone, i nostri amici spagnoli hanno un moto di sgomento; sullo schermo si vede ondeggiare una Madonna portata in processione ed è quasi il panico. Discutiamo su come il Partido Popular di Rajoy e la Chiesa cattolica propizino questo tipo di manifestazioni nella speranza di provocare divisioni nella società spagnola che, in massima parte, ha accolto benevolmente la politica di Zapatero riguardante i matrimoni fra persone dello stesso sesso. Le elezioni in Spagna sono davvero vicine. (Continua)

Via di qua (diario della fine): 1, 3.

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28 dicembre 2007

Via di qua (diario della fine) - 1

Giovedì 27 dicembre. La sveglia suonerà solo alle 7,30, ma è una notte un po’ agitata, io e Staou ci risvegliamo a più riprese. Usciamo di casa un po’ in ritardo sulla tabella di marcia, prendiamo la metropolitana per arrivare a Porte Maillot, dove facciamo appena in tempo a fare il biglietto e salire sulla navetta per l’aeroporto di Beauvais. Durante tutto il tragitto (un’ora e mezza circa) non faccio che pensare alla poposta di M., giunta inaspettatamente qualche giorno fa. È al tempo stesso il migliore e il peggiore momento per prendere una decisione di tale importanza. Tuttavia mi sento stranamente ottimista e comincio già a fantasticare sul progetto e sui contenuti che vorrei avesse. Ancora sulla corriera, penso che i primi giorni di gennaio saranno importanti, che dovrò risentire M. e prendere con lui una decisione definitiva. Intanto Staou ascolta musica con il lettore mp3. È contento e mi sorride spesso.
In aereo tento di concentrarmi sulla traduzione, nonostante le turbolenze che di tanto in tanto si fanno sentire. Ma l’atterraggio all’aeroporto di Girona arriva presto e già scendendo la scaletta e guardandomi intorno, mi sembra di essermi lasciato alle spalle il grigio e il freddo degli ultimi giorni a Parigi. Abbracciamo J. che è venuto a prenderci. Mentre andiamo in macchina a B., il paese dove vive insieme al suo compagno T., osservo il paesaggio e mi riempio gli occhi dei colori dell’inverno. Penso che sole e tanta natura siano esattamente ciò di cui ora ho bisogno, e questo viaggio comincia sotto i migliori auspici. Il pranzo a B. è una delizia e tra i piatti spicca l’oca alle mandorle e alle rape (in castigliano rapa si dice nabo, che è anche il nome non propriamente scientifico che si dà all’organo sessuale maschile. Dopo la breve spiegazione, battute e risate). Ancor più piacevole, però, è l’affetto di cui questi amici carissimi sanno circondarci. Ogni volta, venire qui per noi significa ricaricarsi psicologicamente e distendersi al tempo stesso, lontano dalle frenesie parigine. Ci vogliono un gran bene e lo fanno sentire a ogni gesto. “Sono molto contento che siate qui”, dice a un certo punto T. Un sentimento ricambiato.
Il pomeriggio lo passiamo a fare un po’ di spesa: mangime per le loro galline e dolci per la famiglia di Staou, che vedremo domani. Andiamo anche a F., a cercare delle improbabili lenzuola di seta “alla Falcon Crest”, che alcuni loro amici gradirebbero ricevere come regalo. Mi diverte molto vedere le reazioni dei negozianti alla strampalata richiesta. Uno di loro afferma che “sono passate di moda”... In effetti: da quanto tempo non va più in onda Falcon Crest?
In macchina racconto in breve i miei ultimi mesi e troviamo anche il tempo di accennare alla situazione politica spagnola. Le elezioni si avvicinano e la vittoria di Zapatero è tutt’altro che scontata. Per come la vedono loro, la strategia della destra spagnola, in quest’ultimo periodo, è quella di un’opposizione relativamente tranquilla, dopo anni di critiche feroci e martellanti al governo socialista. Due sembrano essere i temi che possono influenzare maggiormente l’esito delle prossime elezioni: la politica istituzionale nei confronti dell’ETA, dopo il fallimento delle trattative, e l’atteggiamento del governo verso le regioni autonome, dopo che al recente referendum sul nuovo statuto catalano hanno partecipato pochissimi elettori. Secondo la loro previsione allo stato attuale delle cose, i socialisti perderanno voti ma saranno ugualmente chiamati a un governo di coalizione, vista l’indisponibilità degli altri partiti ad allearsi con il PP che fu di Aznar ed ora è nelle mani di Mariano Rajoy.
La sera, intorno a una tisana, commentiamo distrattamente alcuni srvizi della rivista gay e lesbica Zero e discutiamo ancora una volta della monarchia spagnola. Felipe regnerà, ma secondo T. sarà lui l’ultimo re di Spagna, visto il crescente sentimento antimonarchico di una parte della popolazione. J. invece pensa che gli avversari della monarchia non siano cresciuti di numero: se prima erano repubblicani, ora sono semplicemente antimonarchici, ma il risultato non cambia; l’immagine del re, secondo lui, non si è realmente appannata, anche se è vero che certe esibizioni di sfarzo che la corte non disdegna, vengono digerite con sempre maggiore difficoltà.
Il menù della cena prevede invece un dialogo molto sincero e sentito sulla sessualità, la loro e la nostra. Ho la sensazione netta che la nostra amicizia si stia approfondendo e arricchendo e che la fiducia reciproca sia grande. Sto bene. Me ne vado a dormire sereno. (Continua)

Via di qua (diario della fine): 2, 3.

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28 maggio 2007

Spagna, sirena d'allarme per i socialisti

Si sono svolte ieri le elezioni amministrative spagnole, un test importantissimo per capire le tendenze elettorali in vista delle politiche previste per il 2008. Per il Partito Socialista dell’attuale presidente del Consiglio Zapatero, è suonata la sirena d’allarme: anche se di poco, il PP supera il PSOE in numero di voti.
Per un’analisi del voto di ieri, eccovi una traduzione da me curata dell’editoriale di oggi del quotidiano El País (mi scuso sin d’ora per eventuali errori che vi invito a segnalare).

I socialisti guadagnano potere, il PP voti

Ieri il Partito Popolare (PP) è stata la formazione più votata nell’insieme dei comuni spagnoli con una differenza di 160.000 voti, leggermente superiore a quella che quattro anni fa permise al Partito Socialista (PSOE) di proclamarsi vincitore delle elezioni. Questo risultato è in gran parte l’effetto del trionfo a Madrid di Esperanza Aguirre [presidente uscente della Regione di Madrid, PP, ndt] e Alberto Ruiz-Gallardón [sindaco uscente di Madrid, PP, ndt] a spese di un PSOE che registra un fallimento senza rimedio nella capitale spagnola. Il paradosso della situazione è che, nonostante questo arretramento nella somma dei voti, i socialisti non solo avranno più consiglieri comunali e regionali, ma potrebbero conquistare anche la guida di alcune amministrazioni locali per effetto della perdita, da parte del PP, della maggioranza assoluta nelle regioni e nei comuni che quest’ultimo stava governando.
Sarebbe il caso delle Canarie e della Navarra, e forse delle Baleari, benché in quest’ultimo caso anche i socialisti avrebbero difficoltà a negoziare alleanze stabili. Il PP continua a essere il partito più votato nella maggioranza dei capoluoghi di provincia, però la somma di PSOE e Izquierda Unida [IU, formazione politica fondata dal Partito Comunista Sapgnolo e da altri partiti della sinistra radicale, ndt] potrebbe fargli perdere una decina di comuni, equilibrando un rapporto che è stato molto favorevole al partito di Rajoy da dodici anni in qua.
L’aumento dell’astensione (di quasi quattro punti rispetto alle elezioni del 2003) sembra aver nuociuto proporzionalmente più al PSOE. L’elettorato del PP era apparentemente più mobilitato, sicuramente a causa delle aspettative, alimentate da Rajoy, che le elezioni di ieri fossero il primo turno delle politiche del 2008. È possibile che sia così: dal 1983, il vincitore delle comunali, quand’anche lo fosse stato per uno stretto margine, ha vinto anche le politiche seguenti. Ciò nonostante, i risultati di ieri mettono in guardia sul problema di un PP praticamente senza alleati per governare là dove non raggiunge da solo la maggioranza assoluta.
Inoltre, nelle elezioni comunali (e anche in quelle regionali), fattori come la personalità del candidato determinano il voto tanto quanto o più dell’identificazione ideologica. D’altra parte, nelle elezioni comunali i partiti di ambito regionale ottengono di solito risultati migliori che nelle elezioni politiche: con i voti che i partiti nazionalisti e regionalisti ottennero nel 2003, nelle politiche dell’anno successivo questi avrebbero dovuto avere 17 seggi in più rispetto a quelli che realmente gli furono assegnati. Pertanto, è rischioso proiettare automaticamente i risultati di ieri sulle elezioni del 2008. Nel 1999, il PSOE ottenne solo 40.000 voti in meno del PP e un anno dopo Aznar raggiunse la maggioranza assoluta.
Tuttavia, con un corpo elettorale di 35 milioni di persone (del quale questa volta facevano parte 330.000 residenti stranieri), le comunali di ieri possono certamente considerarsi un maxisondaggio indicativo delle tendenze dell’elettorato. Qualsiasi compiacimento da parte socialista sarebbe per questo fuori luogo. In questi tre anni di governo, la crescita economica in un quadro stabile ha permesso ai socialisti di dispiegare delle politiche redistributive di forte impatto sociale. Il che, logicamente, avrebbe dovuto favorire una crescita generalizzata del voto per il PSOE. I dirigenti di quel partito dovrebbero cercare di capire che cosa è mancato nella politica (nel discorso politico) e ha fatto sì che ciò non si sia realizzato.
Il caso di Madrid, in particolare, è rivelatore. Con il 39% degli elettori che dice di identificarsi nelle posizioni della sinistra, contro un 27% che si considera di destra, il PP governa da 16 anni con la maggioranza assoluta. E il 16%, che si considera di centro, vota il PP in una proporzione doppia rispetto a quella di chi vota PSOE. Candidati che hanno qualche possibilità di farcela ma non detengono l’appoggio del partito o candidati che godono di questo appoggio e però non hanno chance elettorali: questa dialettica più volte ripetuta significa puntare sul fallimento. Senza la differenza colossale registrata nella Comunità di Madrid, dove il PP toglie al PSOE mezzo milione di voti, la sinistra avrebbe vinto ampiamente sul totale della Spagna.
In Navarra, il navarrismo (Unión del Pueblo Navarro [partito di destra molto vicino al PP, ndt] più Convergencia de Demócratas de Navarra [partito di centrodestra, ndt]) raggiunge la maggioranza solo sommandosi agli altri tre partiti rappresentati nel consiglio regionale: Nafarroa Bai [Navarra Sì, cartello elettorale di partiti di sinistra legati al nazionalismo basco, ndt], PSOE, IU. L’allarmismo dell’UPN, incoraggiato dalla direzione del PP, ha limitato il declino del partito di Miguel Sanz [presidente uscente della Navarra, UPN, ndt], ma non ha impedito la perdita della maggioranza in giunta. Sicuramente l’eccesso di drammatizzazione che associava il futuro della Navarra (e dell’unità della Spagna) alla vittoria dell’UPN, ha stimolato in molti elettori, più che altro, il desiderio di alternanza. L’ascesa di Nafarroa Bai, la legittima a essere presa in considerazione in vista di questa alternanza, però non sarebbe realista ignorare il fatto che i partiti contrari a ogni cambio istituzionale sommano il 77% dei voti sul territorio.
La giornata è stata tranquilla, eccezion fatta per lo spettacolo dei soliti sbruffoni che hanno dato il la in varie località del Paese Basco, con aggressioni e schiamazzi offensivi: è stato il presidente del PNV [Partito Nazionalista Basco, che si definisce “pluralista, umanista e democratico”, ndt], Josu Jon Imaz, a centrare meglio l’obiettivo quando ha risposto loro che quelli che sbraitavano di più erano quelli che più erano rimasti zitti davanti all’ETA dopo l’attentato di Barajas.

Fonte: El País.

14 febbraio 2007

Ancora sui DiCo: coraggio!

Quando, in un post di qualche giorno fa, riprendevo l’affermazione del ministro Amato e la trasformavo in una domanda (I DiCo meglio dei PaCS?), intendevo appunto confrontare le due leggi e capire quali potessero essere le affinità e quali le differenze tra la norma italiana e quella francese. Al termine del confronto, concludevo così: “Come si vede, i DiCo sembrano offrire ai conviventi alcuni diritti in più e alcuni diritti in meno rispetto a quelli concessi ai partner che hanno sottoscritto un PaCS in Francia. La risposta alla domanda iniziale, dunque, è meno agevole di quanto sembri a prima vista”.
Ora vorrei superare il puro e semplice paragone tra la norma italiana e quella francese e chiarire la mia opinione non sull’aspetto tecnico, bensì su quello simbolico derivato dall’approvazione dei DiCo da parte del Consiglio dei ministri.
Io non credo si possa sostenere che i DiCo rappresentino un reale passo avanti per il riconoscimento della vita affettiva e sessuale di tante e tanti di noi, gay e lesbiche. Se così fosse – tanto per fare un esempio – a nessuno sarebbe venuto in mente d’imporre la dichiarazione contestuale e non congiunta o l’umiliante letterina (con ricevuta di ritorno) da spedire al proprio partner per avvisarlo che – toh, sorpresa! – desideriamo certificare la nostra convivenza con lui. È infatti evidente, per come si è articolata la polemica – più che il dibattito – intorno all’elaborazione del disegno di legge sui DiCo, che questa postilla è stata aggiunta per compiacere chi temeva una sorta di cerimonia all’anagrafe che facesse apparire ciò che invece andava a tutti i costi occultato: l’esistenza stessa della coppia. Se davvero non si desiderava umiliare le coppie omosessuali o, più in generale, quelle conviventi fuori dal matrimonio, perché non è stato istituito presso il Comune – così come era inizialmente previsto – il registro delle unioni di fatto? Perché imporre un’attesa di nove anni di convivenza per elargire il diritto alla successione? Perché rinviare la reversibilità della pensione ad una ipotetica futura legge di riordino della previdenza sociale?
Non si tratta di meri cavilli, perché è proprio sulla mancanza di un inequivocabile riconoscimento della piena legittimità e dignità alle coppie di fatto davanti allo Stato, che si è giocata l’intera credibilità del provvedimento, minata proprio dai mille espedienti utilizzati per allontanare da essa lo spettro dell’omosessualità. Non basta, infatti, che all’articolo 1 facciano capolino “due persone maggiorenni e capaci, anche dello stesso sesso”, per fare di questa legge una norma all’avanguardia, conta anche il modo in cui si è giunti a vararla.
Le sette righe di programma dell’Unione che sulle coppie di fatto risultano insufficienti e ambigue; i mesi che trascorrono inutilmente dopo le elezioni senza che l’argomento venga sollevato; la bocciatura dell’emendamento alla Finanziaria che avrebbe introdotto la successione anche tra le persone che fanno parte di una coppia non sposata; la discussione sulle proposte di legge già presentate che comincia alla Commissione Giustizia del Senato in novembre e subito si arena; l’ordine del giorno votato, poi decaduto, poi votato di nuovo, che impegna il governo a presentare un disegno di legge entro il 31 gennaio; le bozze del ddl Bindi-Pollastrini, circolate per giorni in varie versioni, una peggio dell’altra. E, in mezzo, i pesantissimi pronunciamenti delle gerarchie vaticane, Ruini e Benedetto XVI in testa, ripetuti decine di volte al fine di influenzare le decisioni politiche; ma anche e soprattutto le dichiarazioni di tanti, troppi esponenti del centro sinistra, anche non teodem (due su tutti: il segretario dei DS Fassino e consorte), pervase da una cinica omofobia, sintomo di genuflessione ormai cronica. Prostrazione alla quale non si è sottratto nemmeno il vostro presidente, Giorgio Napolitano, quando ha ammesso che l’Italia è una Repubblica che legifera sotto condizionamento vaticano (“Non ho dubbi che si possa trovare una sintesi sulle unioni civili anche nel dialogo con la Chiesa cattolica e tenendo conto delle preoccupazioni espresse dal Pontefice e dalle alte gerarchie della Chiesa”, ha dichiarato). Abbiamo una memoria così corta da non ricordare nemmeno quello che è accaduto solo qualche giorno o qualche settimana fa?
Inoltre, c’è qualcosa di ancor più importante che dovrebbe essere messo in evidenza. Anche escludendo dal presente ragionamento il percorso che ha portato il governo ad adottare i DiCo (un iter catastrofico che tra le macerie, oltre alla dignità dei nostri affetti, lascia anche la laicità dello Stato, e non è poca cosa) a nulla servirebbe vantarsi di aver ottenuto oggi una normativa migliore rispetto ai PaCs francesi – ammesso e non concesso che questa affermazione sia vera. Va ricordato infatti che la legge sui PaCS è del 1999, che quando è stata approvata essa ha segnato in Francia un progresso reale, perché si trattava del primo riconoscimento di questo tipo da parte di un Paese a noi così vicino per tradizioni e cultura. È mai possibile che nell’Italia del 2007 la nostra pietra di paragone rimanga una norma che, nel dibattito europeo, è stata ampiamente superata dalla legislazione di altri paesi come la Spagna, dove il matrimonio e l’adozione sono aperti, sic et simpliciter, alle coppie formate da persone dello stesso sesso? Che quella sia una legge obsoleta, frutto di una cautela che oggi non ha più ragione di essere, qui a Parigi se ne sono ormai accorti proprio tutti. Sia la sinistra che sostiene, non senza qualche imbarazzo, l’estensione del matrimonio anche a gay e lesbiche, sia la destra che, pur essendo contraria a una completa parificazione dei diritti delle coppie omosessuali e di quelle eterosessuali, promette comunque dei “miglioramenti” alla legge sui Pactes Civils de Solidarité. A Roma si preferisce ignorare questo dibattito. Sarà la vicinanza dell’Oltretevere, e non mi riferisco solo a quella geografica.
Infine, davvero non capisco che senso abbia oggi, mentre la discussione in Parlamento si preannuncia lunga e ardua, sostenere che questa legge debba essere approvata a tutti i costi. Mi sembra un atteggiamento frutto di un realismo perfino eccessivo, ed è l’ovvia conclusione alla quale ci siamo condannati da quando abbiamo lasciato l’Arcigay rivendicare – con ingiustificato orgoglio – soluzioni di compromesso, anziché puntare al massimo.
Non si sarà mai ripetuto abbastanza: non spetta al movimento glbt il compito di mediare ed offrire alla classe politica italiana delle proposte già ampiamente ridimensionate rispetto alle attese di gay e lesbiche e rispetto anche alle conquiste dei movimenti di paesi a noi vicini, confidando nella bontà di questa o di quella forza politica o in governi più o meno “amici”. Le associazioni facciano il loro mestiere, cioè inneschino un dibattito finalmente serio nella nostra società e sostengano con forza le rivendicazioni del movimento glbt. Alla mediazione, al compromesso, sono già preposte le forze politiche, nelle sedi (governo e parlamento) che sono loro proprie.
Presentarsi all’inizio della discussione sui DiCo, in quanto movimento, a difendere una proposta elaborata esclusivamente dalla classe politica con atteggiamenti che più miseri di così, nel 2007, sarebbe difficile immaginare, significa avere già perso. Significa ammettere che, tutto sommato, la svendita dei significati simbolici che ci sono cari sull’altare delle manovre politiche dei DS e della Margherita, tutto sommato, non è poi così sbagliata. Che l’intervento della Chiesa per regolare le nostre vite è non solo efficace, ma anche giusto e opportuno. Che rinunciamo consapevolmente non all’ampliamento dei nostri diritti, bensì alla piena uguaglianza tra gay e lesbiche da una parte ed eterosessuali dall’altra.
E ora mi si dia pure dell’estremista o del massimalista, ma, per cortesia, lo si faccia solo dopo aver considerato la “cattolicissima” Spagna e come è stata vinta da quelle parti una campagna di libertà, portata a termine da un leader non certo rivoluzionario come Zapatero. Forse, più che di estremismo, avremmo solo bisogno di una dose maggiore di coraggio.

04 febbraio 2007

Annuire e tacere

Per quanto incredibile possa sembrare, esistono governanti orgogliosi di aver contribuito ad estendere anche a gay e lesbiche i diritti di cui già gode il resto della popolazione. Proprio ieri, infatti, durante un meeting organizzato dal Partito socialista spagnolo a Madrid nell’ambito della campagna elettorale per le amministrative del maggio prossimo, Zapatero ha incluso l’estensione del matrimonio agli e alle omosessuali tra i successi della sua politica. L’istituzione familiare, secondo il presidente del consiglio spagnolo, “è sempre più in buona salute”, nonostante quello che “si gridava o si sbraitava” durante l’approvazione – avvenuta quasi due anni fa – della legge che consente il matrimonio anche a coppie formate da gay o da lesbiche.
Che differenza con i cauti esercizi di bizantinismo sui PaCS nostrani! Non è un caso se El País, nella sua corrispondenza sul voto delle mozioni in tema di famiglia, giudica “modesta” la bozza del disegno di legge sulla quale sta lavorando il governo Prodi: essa infatti “tiene lontane” le coppie di fatto “dai registri pubblici e proibisce loro di adottare figli o far ricorso alle tecniche di riproduzione assistita”. Anche sul ruolo giocato recentemente dal presidente Giorgio Napolitano, il quotidiano spagnolo non nutre dubbi: “Ha ristretto ulteriormente i margini di manovra di Prodi, dichiarando, durante una visita a Madrid lunedì scorso, che bisognava ‘tener conto dei timori della Chiesa’ e che conveniva ‘ricercare una sintesi tra le varie sensibilità’ attraverso il ‘dialogo con la Chiesa cattolica’. Prodi, cattolico” – conclude il giornalista spagnolo – “ha potuto soltanto annuire e tacere”.
Dunque non solo lo Stato della Città del Vaticano, ma anche la Spagna ci sta giustamente osservando per come trattiamo questo “problema tradizionalmente pericoloso nella politica italiana”. Con la differenza che la patria di tutte le “derive” si limita a guardare.

Fonti: Diario de Córdoba, El País.

07 gennaio 2007

La Catalogna d'inverno - 4

Nella provincia del Baix Empordà si possono trovare numerosi paesi di origine medievale molto ben conservati, come Pals, Peratallada e Ullastret, che abbiamo già visitato precedentemente. Questo primo gennaio decidiamo di fare un salto a Monells, che non abbiamo mai visto. Ci arriviamo quando il tramonto sta per cominciare e il villaggio è immerso in un torpore irreale. Per i primi minuti non incontriamo nessuno per strada e nessun segno di vita proviene dalle bellissime case in pietra, dalla piazza principale circondata dagli archi dei piccoli portici, dai vicoli stretti. La bellezza di questo villaggio e il silenzio che lo pervade ci deliziano non poco e, mentre passeggiamo con calma, scende la sera e delle luci discrete e molto scenografiche si accendono e illuminano le pareti delle case. Ne nasce persino una piccola polemica tra i nostri amici: J. trova quell’illuminazione perfetta e rispettosa dei luoghi, mentre T. dice che secondo lui è poco pratica perché non permette di vedere un granché. J. ci spiega che Monells è stato l’ultimo paesino medievale a essere restaurato da queste parti e ciò nel rispetto assoluto delle costruzioni esistenti, tanto da essere diventato un vero e proprio esempio per interventi di questo tipo. Delle famiglie che l’abitavano originariamente sono rimasti in pochi, ora sono soprattutto le persone che vivono in grandi città come Barcellona ad aver acquistato qui una seconda casa che utilizzano soltanto in determinati periodi dell’anno. La staticità di quello che a prima vista mi era sembrato un paese fantasma, comincia adesso a trovare una spiegazione razionale.
La presenza di villaggi antichi e ben conservati non è l’unico aspetto della Catalogna che ci aveva sorpreso le prime volte che siamo venuti a trovare T. e J.. C’era qualcos’altro che non credevamo possibile, e cioè che esistessero ancora, sulla Costa Brava, dei luoghi incontaminati e non urbanizzati. Possibile che l’industria turistica avesse preservato qualche chilometro di costa accessibile? Ed è così che, già qualche anno fa, abbiamo scoperto la bellezza della spiaggia naturista di Cala Estreta. Martedì scorso, con T., siamo andati a camminare non lontano da lì, precisamente alla spiaggia del Castell e negli immediati paraggi. Il tempo non era magnifico (ad un certo punto ha anche piovuto un po’) ma il paesaggio era splendido. T. ci ha spiegato che qualche anno fa Castell e i suoi dintorni erano stati minacciati da un progetto di urbanizzazione. Castell è stato salvato dalla mobilitazione dei cittadini che, dopo molte proteste, nel 1994 hanno ottenuto l’indizione di un referendum comunale nel quale una netta maggioranza si è espressa contro l’installazione di infrastrutture turistiche. A quel punto è intervenuta la Generalitat de Catalunya, cioè il governo catalano, che ha acquistato i terreni al proprietario. Un buon affare per quest’ultimo, visto che nel frattempo i terreni erano diventati edificabili e quindi molto più cari di quando li aveva comprati.
Percorrendo il cammino tra le rocce, vediamo delle meravigliose calette nelle quali sono letteralmente incastonate le case dei pescatori: Cala S’Alguer, Cala Canyers, Cala Corbs, la Foradada.
È stata l’ultima gita del nostro piccolo viaggio. Una boccata d’aria fresca, un grande regalo per i nostri polmoni e i nostri occhi, prima di immergerci di nuovo nella frenesia parigina.

Fine – Precedenti: 1, 2, 3.
Foto: Staou.