04 luglio 2008

Un passo in più verso il matrimonio gay in Francia

La decisione, clamorosa, è stata adottata il 19 maggio scorso, ma è stata resa nota solo ieri, in esclusiva, dalla rivista glbt Têtu: secondo l’Autorità francese contro le discriminazioni e per l’uguaglianza (la Halde, creata nel 2005), le coppie pacsate sono discriminate “illegittimamente” e “ingiustificatamente” rispetto a quelle sposate, in materia di reversibilità della pensione.
È questo l’esito del ricorso presentato alla Halde da Jean-Marie Jacquemart. L’uomo, 62 anni, ex militare, desidererebbe che alla sua morte la pensione che oggi riceve, fosse passata al compagno con cui è pacsato, un invalido di 49 anni. Il sistema pensionistico francese, però, non prevede la reversibilità della pensione nel caso di una coppia pacsata. 
Nel suo pronunciamento, il presidente della Halde Louis Schweitzer nota allora che, se da un lato chi sottoscrive un PaCS è vincolato, per legge, ad alcuni doveri (in particolare l’assistenza reciproca, la vita in comune, la mutua solidarietà) che configurano l’esistenza di un vero e proprio “regime patrimoniale” della coppia pacsata, del tutto paragonabile a quello di una coppia sposata, dall’altro non è stato previsto un trattamento identico in ambito pensionistico.
“Gli obblighi che gravano sui congiunti [di una coppia sposata, n.d.r.] e sui partner [di una coppia pacsata, n.d.r.] sono sufficientemente comparabili, per quel che riguarda gli obiettivi della pensione, da rendere ingiustificata qualsiasi differenza di trattamento in questa materia”. Ma la parte più interessante è questa: “Allo stato attuale del diritto francese, poiché le coppie omosessuali non hanno il diritto di sposarsi, questa differenza di trattamento ingiustificata è tanto più illegittima in quanto si fonda su un criterio vietato sia dalla direttiva antidiscriminazioni adottata da Bruxelles sia dalla Convenzione europea dei diritti umani: l’orientamento sessuale”. La logica conclusione della Halde è che “le disposizioni legislative previste dal Codice sulla previdenza sociale costituiscono una discriminazione fondata sull’orientamento sessuale, poiché escludono dal diritto alla reversibilità della pensione i partner [delle coppie pacsate, n.d.r.] che restano in vita”.
Si tratta indubbiamente di un pronunciamento di portata storica poiché, come nota anche l’avvocato Caroline Mécary, citato da Têtu, “è la prima volta che un’autorità pubblica ufficiale afferma che esiste effettivamente una discriminazione fondata sull’orientamento sessuale che riguarda il trattamento delle coppie in Francia”. La logica conclusione dovrebbe essere l’apertura del matrimonio anche alle coppie formate da persone dello stesso sesso. L’avversione del presidente Sarkozy a un provvedimento di questo tipo, tuttavia, è nota da tempo. Entro tre mesi, comunque, il primo ministro François Fillon e la ministra del lavoro Christine Lagarde dovranno rispondere almeno alla richiesta della Halde “d’iniziare una riforma legislativa che estenda ai partner pacsati il beneficio della reversibilità della pensione”.

Fonte: Têtu.

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02 luglio 2008

Fuori la polizia dal Pride. Solidarietà a Graziella Bertozzo

Sono davvero sconcertato per quanto avvenuto a Bologna sabato scorso: Graziella Bertozzo, militante storica del movimento glbt, ex segretaria di Arcilesbica e ora nel coordinamento Facciamo Breccia, è stata oggetto di una violenta repressione poliziesca, conclusasi con un fermo di tre ore. La gravità dell’episodio, accaduto proprio sotto il palco del pride, sta nel fatto che la polizia è intervenuta dietro richiesta di alcune volontarie, dopo che queste avevano già provveduto a malmenare Graziella. L’organizzazione del Pride - Arcigay in primis - si è dunque assunta la responsabilità di aver richiesto l’intervento delle forze dell’ordine contro... una militante lesbica! 
Non ero presente al pride, dunque desumo la ricostruzione dei fatti dai racconti (divergenti) di chi si trovava là. Mentre parla Porpora Marcasciano, in rappresentanza del MIT, alcun* militanti di Facciamo Breccia accedono al palco e srotolano alle spalle dell’oratrice uno striscione che recita: “28 giugno 1982. Indietro non si torna”, per ricordare la storica assegnazione, da parte del Comune, della prima sede di un collettivo omosessuale a Bologna, il Cassero, "restituito" nel 2001 alla Curia di quella città. Non è un blitz o un’azione violenta, come poi si tenterà di far credere. Quello stesso striscione è già stato srotolato due ore prima, col sostegno di centinaia di partecipanti, proprio davanti al Cassero, quando il corteo è passato di lì. Anche Graziella Bertozzo chiede alle volontarie e ai volontari che vigilano gli ingressi al palco, di poter salire. Le viene opposto un netto rifiuto (pare che l'accesso fosse consentito soltanto a quelle organizzazioni che avevano aderito non criticamente alla piattaforma del Pride: ma allora come sono passati gli altri di Facciamo Breccia?), finché l’alterco degenera in rissa. Una volontaria del Comitato Bologna Pride addita Graziella Bertozzo ad un agente della Digos, non riconoscibile come tale, in quanto in borghese. “Graziella viene spintonata a terra” - riferisce Facciamo Breccia in un comunicato - “e quindi cerca di rialzarsi (non sapendo che l’uomo che l’aveva fermata era un funzionario di polizia), intervengono allora altri poliziotti in divisa, la ammanettano e la trascinano fuori dalla piazza tenendole una mano sul collo, abbassandole la testa verso terra, la caricano a forza su un cellulare e la portano via a sirene spiegate. Altri compagni di Facciamo Breccia cercano di intervenire e altre persone presenti al pride o affacciate alle finestre gridano che la ‘signora’ non aveva fatto niente e che la situazione era incomprensibile. Graziella viene rilasciata dopo tre ore di fermo, indagata per resistenza a pubblico ufficiale e lesioni finalizzate alla resistenza”.
“Non si era mai vista la polizia legittimata sul palco di un pride”, commentano da Facciamo Breccia, e in effetti questo è, anche secondo me, l’aspetto più inquietante della vicenda: “il concetto di ‘sicurezza’ messo in opera,” - continua il comunicato - “[...] è risultato un’azione violentemente repressiva e diffamatoria contro un’attivista riconosciuta da tutte e tutti”. Le pratiche di Facciamo Breccia sono, com’è ovvio, criticabili e ogni divergenza su di esse è legittima. Ma quale pericolo avrebbe mai potuto costituire Graziella Bertozzo su quel palco, insieme agli altri e alle altre di Facciamo Breccia che già ci stavano? Com’è potuto accadere che, per risolvere dissidi interni al movimento, si sia giunti a chiedere addirittura l’intervento della polizia? Mentre per quasi tre giorni sono arrivati a Graziella Bertozzo e a Facciamo Breccia tantissimi attestati di stima e di solidarietà per quanto era accaduto (da parte di molte realtà di movimento, ma anche della federazione di Rifondazione Comunista di Bologna, cui si è aggiunta oggi la federazione toscana e i Cobas), l’imbarazzato silenzio di Arcigay e del Comitato Bologna Pride è stato assordante. Andrea Benedino, l’inutile specchietto per le allodole gay prima nei DS e ora nel PD, ha riferito nel frattempo le voci che arrivavano dall’organizzazione del Pride: “Mi si racconta [...] che un poliziotto si sarebbe rotto un menisco in seguito ad un calcio della Bertozzo e che il segretario nazionale di Arcigay Riccardo Gottardi sarebbe stato preso a sberle da Elena Biagini e da un altro sempre del gruppo di Facciamo Breccia. Il tutto sarebbe stato originato dalla pretesa di occupare il palco da parte degli esponenti di Facciamo Breccia. Niente di nuovo, per carità: è la loro solita arroganza con la quale pretendono di imporre la loro linea al movimento”. Rincara la dose un commentatore (rigorosamente anonimo) di un post sull’argomento pubblicato da Queerblog: “Facciamo Breccia [è un] manipolo di opportunisti che vampirizza le manifestazioni altrui per portare contributi altri rispetto a quelli che sono stati discussi in più occasioni in incontri aperti a tutto il movimento ma che per snobismo politico Facciamo Breccia evita”. La Digos? “Ha visto una pazza isterica ed è intervenuta”. Inoltre, da più parti Graziella Bertozzo è stata dipinta come una spostata dedita all’alcol, questo il livello cui si è giunti.
Di tutt’altro avviso un testimone oculare con nome e cognome, il presidente del Movimento Omosessuale Sardo, Massimo Mele: “Con Graziella avevamo deciso di salire sul palco per dare sostegno all’intervento di Porpora. Ho assistito, e in parte subìto, la violenza delle volontarie dello staff del Pride, che avevo precedentemente informato su chi fossimo. Per loro noi non eravamo dei militanti che da vent’anni stanno sulla piazza e in posti molto più pericolosi e violenti di Bologna, ma dei semplici rompicoglioni [...]. Invece di chiamare gli organizzatori per risolvere il disguido politico” - continua Mele - “le volontarie [...], dopo aver sbattuto in terra e poi contro un camion Graziella, hanno subito chiamato la polizia. Un dirigente della mobile in borghese, senza qualificarsi, è passato subito alle maniere spicce e accusando Graziella di ‘avergli rotto un ginocchio’ l’ha fatta assalire da quattro poliziotti che l’hanno sbattuta a terra e con violenza le hanno messo le manette dietro la schiena”.
Appena ieri è giunto il durissimo comunicato firmato da Aurelio Mancuso, segretario di Arcigay e da Francesca Polo, segretaria di Arcilesbica, colmo di un livore francamente incredibile, nel quale Graziella Bertozzo viene accusata di non essere “nuova ad azioni ed atteggiamenti alterati e aggressivi” (quali, però, gli estensori del comunicato si astengono dal dirlo, chissà perché). “In nessun modo” - continua il comunicato - “vogliamo esprimere solidarietà nei confronti di una militante sempre in cerca dello scontro. [...] Riccardo Gottardi [di Arcigay, n.d.r.] è stato preso a schiaffi da Elena Biagini e altri militanti gli hanno messo le mani addosso in segno di sfida. Il Segretario nazionale di Arcigay è stato minacciato e tutta l’associazione insultata, nella migliore tradizione del fascismo violento”. Resta da capire come mai dal palco lo stesso Mancuso abbia parlato, rispetto al fermo di Graziella, di un “equivoco” e ne abbia chiesto il rilascio, per poi contraddirsi così palesemente nel suo comunicato.
Prima di concludere che Arcigay e Arcilesbica porteranno avanti il caso in tutte le sedi politiche e giuridiche, Mancuso e Polo affermano che le loro organizzazioni “d’ora in avanti non intratterranno più alcun rapporto politico con Facciamo Breccia, una rete che usa la pratica della slealtà, della ricerca dell’incidente, della manipolazione dei processi decisionali, della contrapposizione aprioristica con l’organizzazione di un Pride nazionale in quanto sostenuta dalle principali associazioni lgbt italiane”. Un analogo comunicato è stato emesso anche dal Comitato Bologna Pride, dal quale però si dissocia una delle tre portavoci, Marcella Di Folco del MIT. E sulla lista di Facciamo Breccia si registra un’analoga presa di distanza anche da parte di Eva Mamini, della segreteria nazionale di Arcilesbica. 
“Bertozzo non aveva diritto di salire sul palco [... e] ha creato un incidente di cui è la sola responsabile”, scrivono Mancuso e Polo. “Graziella non era ubriaca, né fuori di testa” - afferma invece Porpora Marcasciano - “aveva solamente tanta voglia di festeggiare il nostro pride. [...] Mentre ricordavo quel 28 giugno 69 [la rivolta di Stonewall, ricordata ogni anno dai Pride di tutto il mondo, n.d.r.], veniva srotolato alle mie spalle uno striscione [...] che ricordava (guarda un po’) la presa del Cassero. [...] Non abbiamo seguito il protocollo e abbiamo rotto il giocattolino proprio a chi, del contenuto di quello striscione, doveva essere orgoglioso! [...] Che cosa abbiamo fatto di tanto grave? E che cosa ha fatto di tanto grave Graziella?”.
Nel frattempo, Saverio Aversa, esponente del movimento glbt e responsabile nazionale del settore “Diritti e Culture delle Differenze” di Rifondazione Comunista e Sergio Rovasio, Segretario dell’Associazione radicale Certi Diritti, ricordando che “il Pride non appartiene solo agli organizzatori ma a tutti quelli che vi partecipano anche con posizioni critiche rispetto alla piattaforma politica della manifestazione”, hanno chiesto al Catania Pride, in programma sabato 5 luglio, “di far intervenire Graziella Bertozzo dal palco di piazza dell’Università, per un tempo uguale a quello dato a tutti gli altri esponenti del movimento, per chiarire definitivamente l’episodio increscioso e riprendere serenamente e rafforzati la difficile e lunga battaglia per i diritti ancora negati”.
E mentre quattro parlamentari radicali eletti nel PD (i deputati Marco Beltrandi e Matteo Mecacci e i senatori Marco Perduca e Donatella Poretti) hanno presentato oggi un’interrogazione al ministro dell’Interno “per sapere quali motivi di ordine pubblico possono giustificare un’azione che vede coinvolte decine di agenti in borghese e in divisa per bloccare una persona esile di 51 anni”, molt* - io tra quest* -, oltre a manifestare solidarietà a Graziella Bertozzo, continuano a chiedersi come sia possibile un atto tanto esecrabile e di tale cecità politica da parte di Arcigay e Arcilesbica...

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30 giugno 2008

Gay e lesbiche di destra contestati al Pride di Parigi

Colorato e festoso come da tradizione, ma anche arrabbiato, il Pride francese ha visto sfilare per le vie di Parigi una folla enorme, stimata tra i cinquecentomila partecipanti (secondo la prefettura) e i settecentomila calcolati dagli organizzatori. Secondo Alain Piriou, portavoce della federazione delle associazioni francesi Inter-lgbt, i timori per la rivendicazione centrale di quest’anno - “una scuola senza nessuna discriminazione” - , ritenuta da alcuni poco attrattiva, sono stati clamorosamente smentiti. 
Il sindaco socialista Bertrand Delanöe, presente come sempre alla testa del corteo insieme all’ex ministro della cultura Jack Lang, ha ricordato che “nella scuola ci sono ancora dei tabù. [...] La comunità educativa è cosciente della necessità di accompagnare chiunque, fin dalla più tenera età, verso la propria libera realizzazione. Chi non è omosessuale e combatte un’identità, in effetti, fa del male a se stesso. [...] I bambini devono sapere che una ragazza è uguale a un ragazzo e un eterosessuale è uguale a un omosessuale”.
Molte le personalità politiche presenti, così come i gruppi o i carri dei partiti: c’erano i socialisti, i comunisti (che hanno assicurato anche in parte il servizio d’ordine), la Ligue Communiste Révolutionnaire, i Verdi, i centristi del MoDem di François Bayrou e i sindacati, tra cui molte sigle dei rappresentanti del corpo docente.
Jean-Luc Romero, esponente indipendente del partito di Nicolas Sarkozy (UMP), ha ammesso che “sotto i governi di destra le questioni sociali non fanno mai molti progressi. È da un anno,” - ha proseguito - “che le personalità più aperte della maggioranza non si fanno sentire”. E proprio il carro di GayLib, associazione di gay e lesbiche dell’UMP, è stato bloccato per oltre un’ora da militanti delle Panthères Roses, di ActUp e di Aides e da un centinaio di semplici partecipanti, che protestavano contro la politica del governo Fillon-Sarkozy e chiedevano la parità tra omo ed eterosessuali. Il boicottaggio, pienamente riuscito, è stato accompagnato da slogan come: “Niente UMP al Pride!” o “Sarko, Boutin [esponente ultracattolica dell’UMP, oggi ministro], Vanneste [esponente dell’UMP condannato più volte per omofobia], vi detestiamo!”.
Nel frattempo, commentando il Pride di quest’anno, gli organi d’informazione hanno diffuso i dati di un sondaggio IFOP secondo il quale il 51% dei francesi sarebbero favorevoli all’adozione da parte di gay e lesbiche, e il 62% si pronuncia per un’apertura del matrimonio anche alle coppie composte da persone dello stesso sesso. La società sembra pronta, mentre la classe politica è ferma ai PaCS, i patti civili di solidarietà voluti nel 1999 dal governo del socialista Lionel Jospin.

Fonti: Inter-lgbt, Le Figaro, Libération, Têtu.

Un bella testimonianza del lavoro svolto dalle associazioni francesi nelle scuole (audio, in francese, dal sito di LibéLabo): Bombe a scoppio ritardato contro l’omofobia.

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28 giugno 2008

Contro l’omofobia a scuola oggi sfila mezzo milione di francesi

Non credo di poter dire che la mia sia stata un’adolescenza facile. A un’infanzia passata ad inventare e a mettere in scena storie fantasiose e il più delle volte drammatiche (nobiluomini che morivano alla fatidica età di 22 anni, per me allora un traguardo lontanissimo) o a riempire i lunghi e talvolta solitari pomeriggi estivi in provincia di letture assai leggere, si è contrapposta presto una realtà ben più dura da digerire. Il fatto di non riconoscermi nei modelli che mi erano proposti (il maschio che gioca a calcio o si appassiona a qualche sport, che compete, che gira intorno alle ragazze) creava un enorme disagio, che però restava silente, non trovava le parole per esprimersi, perché avrei dovuto ammettere, innanzitutto a me stesso, che l’incubo che cercavo di scacciare la notte, prima di addormentarmi, sperando di risvegliarmi al mattino diverso da come ero, costituiva invece la mia realtà: omosessuale, l’unico, il solo. Soltanto dopo molti anni e dopo alcuni passaggi dolorosi, avrei capito che il problema non ero io né il mio orientamento sessuale, ma l’omofobia che regnava nell’ambiente in cui vivevo (o sopravvivevo), riverberata mille volte dalle persone che mi erano più vicine ed infine, inevitabilmente, interiorizzata. 
La scuola. Questa è davvero, secondo me, la chiave di tutto. Ricordo ancora con astio la gran parte dei miei compagni di liceo, colpevole di avermi fatto passare anni orribili, fatti di prese in giro, emarginazione, piccole violenze psicologiche che però poi pesavano, eccome, sul mio equilibrio. Ma ancor più deprecabili, perché adulti e in teoria responsabili della nostra educazione, erano gli insegnanti: del tutto impreparati a capire che cosa sia la differenza e a come trasmettere il rispetto e la dignità (posto che ne avessero una), si voltavano dall’altra parte, chiudevano uno o a volte anche due occhi, quando non partecipavano direttamente a quel piccolo inferno (un cenno di assenso, un sorriso o anche un silenzio rivolti al piccolo tiranno di turno, alle volte bastano). Per non parlare delle vere e proprie cialtronerie declamate ex cathedra e quindi assorbite passivamente da noi studenti, come quando la professoressa di biologia ci spiegò che l’unica omosessualità della quale è legittimo parlare è quella indagabile scientificamente, una patologia derivante da una malformazione dei cromosomi (nientemeno!), mentre tutto il resto è “moda”. La fine delle scuole superiori fu per me un vero sollievo: oltre al fatto che non avrei più dovuto sottopormi alla tortura delle ore di educazione fisica, durante le quali bighellonavo evitando di osservare i miei compagni, indaffarati a correr dietro ad un pallone, l’università portava con sé il vento della libertà, l’allontanamento dalla mia famiglia e dalla mia città d’origine, un viaggio durante il quale non avrei tardato a trovare finalmente me stesso.
Ecco perché sono particolarmente felice della rivendicazione centrale del Pride francese di quest’anno, che sfilerà oggi pomeriggio per le vie di Parigi: Per una scuola senza alcuna discriminazione! Certo, sono ormai sedici anni che non frequento più i banchi di quel liceo e di acqua sotto i ponti ne è passata, ma mi chiedo quanto sia davvero cambiata oggi, soprattutto nella provincia italiana, la condizione di quelle persone che prendono coscienza della propria “diversità” sessuale rispetto a una norma tuttora imposta. Per la Francia (cioè per una situazione differente da quella italiana e, sotto tutti gli aspetti, migliore) i dati, purtroppo, parlano chiaro: secondo il rapporto stilato nel 2007 dal difensore dell’infanzia (un’istituzione creata nel 2000 per promuovere i diritti dei bambini), “un quarto dei tentativi di suicidio dei ragazzi tra i 15 e i 25 anni e il 10% di quelli delle ragazze della stessa età sono legati a un problema di omosessualità del quale non possono parlare se non attraverso questo gesto. Il concetto di normalità generalmente veicolato dall’ambiente sociale, anche in assenza di un comportamento apertamente omofobo, diventa un peso insopportabile per alcuni di questi giovani che si sentono diversi e lo vivono difficilmente”. L’Institut de veille sanitaire (autorità di sorveglianza sanitaria) giustamente ricorda che “la società attuale dà una maggiore visibilità all’omosessualità e sembra più aperta rispetto alla sessualità, tuttavia non per questo un orientamento sessuale diverso dalla norma è più facile da dire, in particolare per i più giovani”. E il Ministero della sanità francese, il 27 febbraio di quest’anno, nel suo “Piano per la salute giovanile” conclude che “il rischio di suicidio presso i giovani omosessuali maschi è 13 volte superiore rispetto a quello dei giovani maschi eterosessuali”.
Qualche timido passo verso l’educazione alla diversità anche sessuale è stato fatto in questi anni. Nel 2000, l’allora sottosegretaria per l’insegnamento scolastico, Ségolène Royal, diffonde in tutte le scuole medie francesi un dossier pedagogico nel quale si trova anche una scheda sull’omosessualità. Il ministero della pubblica istruzione, diretto all’epoca dal socialista Jack Lang, il 21 novembre 2001 emette una circolare nella quale stabilisce che l’educazione sessuale “deve oggi tenere conto delle questioni legate alle differenze di genere, alla lotta contro il sessismo e l’omofobia, e deve permettere di affrontare meglio le attese dei giovani, con le loro differenze e le loro preoccupazioni specifiche”. Se nel 2003 il governo della destra sembra continuare su questa linea e fa stilare al ministro della pubblica istruzione, Luc Ferry, un’altra circolare nella quale si promuove “la lotta contro i pregiudizi sessisti e omofobi”, in realtà l’effetto di questa presa di posizione viene decisamente attenuato dal distinguo, presente nello stesso documento, secondo cui tale lotta non deve “urtare le famiglie o le convinzioni personali”.
Il dialogo tra l’Inter-lgbt (la federazione francese delle associazioni arcobaleno) e il Ministero della pubblica istruzione rimane fermo fino all’anno scorso quando, alla vigilia del Pride, una delegazione viene finalmente ricevuta ottenendo la messa in cantiere di alcune misure, come la diffusione nelle scuole di manifesti con i numeri dei telefoni amici sulle questioni inerenti la sessualità. Il 4 aprile 2008 il ministro Xavier Darcos firma una documento che costituisce una piccola vittoria per il movimento glbt: per la prima volta nella storia, la circolare ministeriale che prepara il rientro dalle vacanze estive di quest’anno (questo tipo di documenti ha un peso maggiore rispetto agli altri, considerati più “ordinari”) si concentra anche sulla lotta “contro tutte le violenze e tutte le discriminazioni, in particolare l’omofobia”. 
È evidente che tutto ciò non basta. L’Inter-lgbt si propone dunque, attraverso la mobilitazione di quest’anno, di ottenere l’affissione in tutte le scuole medie, nei licei e nelle università dei manifesti del telefono amico della Ligne Azur; la diffusione a tutti gli insegnanti della guida “Omofobia: sapere e reagire”, pubblicata dalla Ligne Azur; la redazione e la diffusione di uno strumento pedagogico rivolto agli insegnanti, sul modello di quanto già sperimentato in Belgio; un modulo di formazione per gli aspiranti insegnanti; la diffusione tra i giovani di una guida; la partecipazione dell’Inter-lgbt alle azioni previste dal Ministero della sanità nel quadro del “Piano sulla salute giovanile”, in particolare con la guida “Scoprire la propria omosessualità”; facilitare l’intervento delle associazioni glbt nelle scuole.
Al Pride dovrebbe partecipare, come accade ormai da qualche anno, più di mezzo milione di persone. E io mi auguro davvero che questa marcia abbia un gran successo.

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10 giugno 2008

Podcast 6 - La marche de nuit

Il mio intervento alla trasmissione Flash Beat su Radio Flash. Conduce Marina Paganotto. La marcia notturna organizzata a Parigi (e a Bologna) da un collettivo femminista e lesbico, contro la violenza sulle donne.









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09 giugno 2008

Le donne si riprendono la notte

Sabato prossimo, 14 giugno, per le strade di Parigi sfilerà un insolito corteo. Inconsueto non perché composto solo da donne, decise a gridare tutta la loro rabbia contro la violenza maschile, ma per il suo orario di convocazione: le manifestanti, infatti, si concentreranno in Place Armand Carrel alle 19,30 e, a partire da lì, daranno vita, nelle ore che seguiranno, a una marche de nuit. Lo stesso giorno è prevista una marcia analoga anche a Bologna, con le stesse parole d’ordine. Per saperne di più, ho rivolto qualche domanda a Isabelle, una delle ragazze del collettivo femminista che organizza il corteo.
La marche de nuit è stata convocata da “un collettivo di ragazze, di donne, di femministe e di lesbiche”. Quando è nato questo collettivo e perché?
Il nostro gruppo è stato creato qualche mese fa, spontaneamente, per rispondere all’esigenza di fare insieme una marcia notturna. Riunisce militanti femministe e lesbiche di orizzonti molto diversi fra loro.

Sabato prossimo renderete visibile la vostra lotta contro la violenza maschile sulle donne. Come si esprime questa violenza e da che cosa è generata?
Noi denunciamo questa violenza come manifestazione e conseguenza del sistema di dominazione eteropatriarcale sulle donne. Essa può assumere, ovviamente, forme diverse: esiste una condanna implicita nei confronti delle donne che escono da sole la sera e per questo noi sfileremo contro le minacce fatte alle donne di notte nei luoghi pubblici. Ma manifesteremo anche contro le violenze che avvengono in famiglia o nella coppia o sul posto di lavoro. L’idea di una marcia notturna, del resto, non è nuova: già dai tempi del MLF (Mouvement de Libération des Femmes) è in uso questa pratica ed esiste da molto anche l’esperienza dei Take back the night...

Gli uomini non sono invitati a partecipare a questa manifestazione: perché avete fatto la scelta di una marcia non mista?
È una strategia di lotta che risulta ancor più valida se applicata al caso di una marcia notturna: proprio perché esiste una pressione sociale affinché le donne circolino la notte solo se protette da un uomo, noi marceremo numerose ma da sole, senza uomini.

Il 24 novembre scorso, è stato convocato a Roma, sugli stessi temi, un corteo di donne che ha visto una grande partecipazione. Qualcuno ha parlato allora di un “ritorno del femminismo”, dopo anni in cui le donne sembravano aver disertato le piazze. Sta succedendo la stessa cosa in Francia?
Difficile dirlo, la struttura dei gruppi femministi è diversa in Francia e in Italia. In ogni caso, un nuovo slancio femminista sarebbe benvenuto!

Lo stesso giorno, il 14 giugno prossimo, una marcia notturna è stata convocata anche a Bologna, con le stesse parole d’ordine. Avete dei contatti frequenti con collettivi di altri paesi? Vi sentite parte di un movimento femminista internazionale?
Sicuramente abbiamo contatti con diversi gruppi in vari paesi, come l’Italia o la Turchia. Non a caso, abbiamo tradotto il nostro volantino in diverse lingue, per poterlo distribuire a tutte, ma anche per farlo circolare all’estero. D’altra parte, diffondiamo in Francia le informazioni sulle iniziative che si svolgono altrove, ad esempio in Italia.

In cosa consiste il legame, da voi denunciato, tra politica securitaria e razzismo da un lato, e violenza contro le donne dall’altro? 
I politici strumentalizzano la lotta contro le violenze maschili. Quando denunciano la violenza contro le donne non lo fanno certo per senso di giustizia, quanto piuttosto per attuare repressioni razziste. La protezione delle vittime diventa solo un pretesto per far passare leggi liberticide, magari sul piano dell’espressione della propria fede religiosa o delle pene detentive. Credo che sia un po’ quello che è successo a Roma, quando il sindaco di quella città ha lanciato una vera e propria repressione contro i rom, in seguito a un episodio di violenza carnale contro una donna da parte di un rom. Cosa è stato fatto in quel caso? Invece di colpire la violenza maschile per quello che è e dove si esercita maggiormente, cioè la coppia o la famiglia, si sono stigmatizzati dei capri espiatori, alimentando così il razzismo e la politica securitaria. Noi siamo fermamente contrarie alla strumentalizzazione della lotta per la nostra libertà a fini razzisti.

Voi sostenete che esiste un legame tra il nostro sistema economico (capitalista) e violenza contro le donne. Me lo puoi spiegare?
Per rispondere, basta pensare che il 70% della forza lavoro è costituita da donne, spesso impiegate in compiti ingrati e part-time, e che la loro fatica avvantaggia gli uomini. Inoltre, gli stipendi delle donne sono inferiori a quelli degli uomini e non superano mai una certa soglia di incremento.

In che cosa le violenze contro le lesbiche sono specifiche, rispetto a quelle nei confronti delle altre donne?
La violenza che si esprime contro le lesbiche è specifica poiché riunisce in sé la violenza sessista, rivolta a tutte le donne, la violenza contro l’omosessuale (qualunque sia il suo genere) e soprattutto la violenza contro quelle donne che organizzano la loro vita affettiva e sessuale senza gli uomini.

Ne parlerò ancora in un collegamento in diretta domani, intorno alle 16, durante la trasmissione Flash Beat, con Marina Paganotto di Radio Flash e Roberta Padovano, portavoce del coordinamento Torino Pride 2006. Per chi è a Torino la frequenza è: 97,6. Altrimenti, per ascoltare in streaming, click qui.

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05 giugno 2008

Piazza San Giovanni negata al Pride. E il movimento che fa?

Bene, è definitivo, nero su bianco: il Prefetto di Roma, nonostante un permesso già accordato lo scorso 11 aprile, ha rifiutato di autorizzare la conclusione del Pride in piazza San Giovanni. Il motivo, di una pretestuosità che si dimostra da sola, è che il Comitato per la Sicurezza ha espresso parere contrario. Nella basilica di San Giovanni, infatti, la sera del 7 giugno prossimo si deve svolgere un concerto di musica sacra. Quale problema di ordine pubblico avrebbe creato questa concatenazione di eventi, cioè la conclusione del Pride in Piazza San Giovanni nel pomeriggio e il concerto nella basilica la sera? Impossibile saperlo, tanto più che le associazioni romane organizzatrici della manifestazione glbt si erano offerte di anticipare di mezz’ora il comizio finale e avevano chiesto di far posticipare di mezz’ora il concerto. Il contatto tra gli spettatori delle sacre arie e i portatori di quelle tremende patologie che rispondono al nome di omosessualità, bisessualità e transgenderismo, sarebbe così stato accuratamente evitato.
Niente da fare. Dalla Prefettura è giunto il niet. E da Piazza San Govanni il Pride si sposta a Piazza Navona. Siamo davanti a un sopruso, a una prepotenza, a un fatto antidemocratico così evidente che dovrebbe far gridare allo scandalo chiunque sia ancora dotato di una coscienza civile nel nostro paese. Invece: l’avete letto da qualche parte, voi? Poniamo il caso che, domani, a una manifestazione sindacale sia negata piazza san Giovanni con un pretesto simile a quello invocato oggi: la reazione sarebbe la stessa? Hanno cominciato (anzi, continuato) con i migranti, oggi cominciano (anzi, continuano) a dare addosso a gay, lesbiche, bisessuali e transgender e a chiunque chieda di poter vivere in uno Stato laico, le cui istituzioni non siano assoggettate alle gerarchie cattoliche. Din-don, vi siete risvegliat*? Ancora no? 
A chi toccherà domani? Questa è la domanda che si deve rivolgere in Italia, oggi, chi migrante o gay o lesbica o bisessuale o transgender non è. E dovrebbe darsi urgentemente una risposta. La domanda che si pone invece alla comunità glbt è: ma il movimento, che fa? Leggo, infatti, il comunicato del Circolo Mario Mieli di Roma: “siamo stati sconfitti dalla cecità di chi non ha compreso la gravità etica e politica di negare una piazza per motivi risibili. Testardamente il RomaPride si svolgerà ugualmente e in maniera pacifica, perché così  è nella sua natura. Studieremo il percorso alternativo da presentare domani [oggi, n.d.r.] alla Questura”. E basta? Ti negano una piazza a tre giorni dalla manifestazione perché quest'ultima è sgradita alla Chiesa e l’unica reazione è un comunicato all’acqua di rose in cui porgi l’altra guancia?
In quale altro paese occidentale istituzioni che si dicono democratiche potrebbero porre un simile limite alla libertà di espressione, senza suscitare scandalo e proteste? E in quale altro paese occidentale le associazioni organizzatrici di un Pride accetterebbero un simile sopruso, rinunciando a mobilitare su questo la comunità che prentende di rappresentare?

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29 maggio 2008

La piazza al Pride? No, una via ad Almirante

Ieri sera è giunta la notizia, divulgata dal Circolo Mario Mieli di Roma, che la Questura della capitale intende vietare al Pride di concludersi in Piazza San Giovanni. Questo a poco più di una settimana all’evento, che si svolgerà sabato 7 giugno. Incredibile la motivazione: “un concomitante convegno e concerto corale all’interno dei Palazzi Lateranensi”. Si tratta del Sesto simposio dei docenti universitari europei. Una prima autorizzazione per l’uso di Piazza San Giovanni, dove l’anno scorso confluì un milione di persone in occasione del Pride nazionale, era già stata concessa al Circolo Mario Mieli l’11 aprile scorso.
In un’Italia sempre più clericale e spostata a destra, stigmatizzata da governi esteri (viva Zapatero) e da organizzazioni internazionali (come Amnesty International) per i suoi rigurgiti razzisti, non stupisce che qualcuno, mentre si pensa d’intitolare qualche via a Giorgio Almirante, decida di negare le piazze al movimento glbt. Speriamo che la reazione del movimento sia decisa e unitaria. Per il momento, Facciamo Breccia ha già diffuso un comunicato nel quale si afferma: “l'iniziativa in questione, il solito convegno ecclesiastico contro il relativismo culturale con udienza papale, viene aperta (il 5 giugno) anche da Zingaretti, presidente della provincia di Roma, che ha dato il patrocinio al Pride. Zingaretti dimostrerebbe serietà e coerenza se in conseguenza di questo fatto facesse sapere di ritirare la sua partecipazione (o al Pride, o al convegno)”. Aurelio Mancuso, presidente di Arcigay, parla di “provocazione politica”: “Quali problemi d'ordine pubblico, potrebbero sorgere tra una parata che sfila nelle vie di Roma e si conclude nella serata nella storica piazza e un'iniziativa della gerarchia cattolica dentro le mura della Basilica?”.
Il Circolo Mario Mieli ha convocato una conferenza stampa per questo pomeriggio, alle 17,30, in via Efeso 2/A.

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27 maggio 2008

Extra

Di Gigi Malaroda *

PARLAMENTARE?
Extraparlamentare… lo sono stato già da giovane, mi verrebbe da dire da piccolo, quando cioè liceale quattordicenne mi sono avvicinato alla politica come strumento dell’espressione dei bisogni e di un progetto di cambiamento di ciò che non va. Lo sono rimasto per qualche anno, all’interno di quella sinistra che si definiva rivoluzionaria e che dava voce a un’esigenza di cambiamento radicale. La partecipazione elettorale fu, a metà anni Settanta, una questione lungamente dibattuta. Molto insistevamo, allora, con l’affermazione che “è la lotta che decide, non il voto” e che entrare in un meccanismo istituzionale ci avrebbe per forza di cose “inquinato”; dall’altra parte veniva opposta una questione mica da poco: per cambiare davvero bisogna “conquistare la maggioranza”. Il voto per molt* di noi è rimasto comunque uno strumento, per alcuni versi esclusivamente tattico, per confrontarsi con una progettualità più ampia, sempre però dando maggior rilievo a percorsi di partecipazione reale, conservando un certo grado di diffidenza verso la delega indiretta.
Ora, tornando ad essere extraparlamentare, sono però più che altro “orfano” di una rappresentanza politica e la situazione si presenta assai diversa. Non solo nella mia condizione personale, che a 52 anni da due lavoro in una dimensione istituzionale, in qualità di presidente di Circoscrizione. Questo certo significa per me qualcosa e poiché resto convinto che “il personale è politico” non voglio ignorare questo dato. 

UN ALTRO MONDO È POSSIBILE?
Molto di più però importa il quadro generale. Non c’è dubbio che ben poco di “rivoluzionario” c’è nella situazione italiana ed anche quella internazionale, che tanto ci stimolava negli anni Settanta non sembra essere così positiva. È vero che solo qualche anno fa il nostro paese è stato attraversato da un formidabile movimento contro la guerra che sembrava aver conquistato una dimensione maggioritaria (basti pensare alla massiccia manifestazione identitaria rappresentata dalle “bandiere sul balcone”) mentre a livello internazionale il movimento pacifista veniva definito “una potenza mondiale”. Vien da chiedersi però dove si sian riversate quelle energie e come mai in Italia gli echi del Social Forum si siano così tanto ridimensionati. È sbagliato eccedere in provincialismo e un’analisi internazionale più accorta dovrebbe per esempio tener conto dei profondi cambiamenti che stanno avvenendo in America Latina, con un radicale ridimensionamento dello strapotere Usa proprio nel loro cortile di casa. Come andrebbe analizzato – ma un’accurata analisi della situazione internazionale non è nelle intenzioni di questa mia riflessione – l’effetto boomerang che l’interventismo yankee sta producendo sia negli equilibri mondiali che all’interno del capofila dell’imperialismo ma anche quali effetti dirompenti potranno essere prodotti dall’impellente crisi del modello energetico attuale. In Europa, che andrebbe mantenuta più spesso come terreno d’analisi di riferimento, sarebbe da studiare per esempio il caso della Spagna, in cui è pur vero che Izquierda Unida è stata risucchiata dall’egemonia di Zapatero, ma quanto meno questo è avvenuto sulla base di un’azione di governo laica e “modernizzatrice”.

LA NOSTRA PROVINCIA ASSOLUTA 
Restando a casa nostra però siamo in una situazione in cui la vittoria elettorale è andata ad una destra per certi versi impresentabile anche all’estero ma che, soprattutto, all’interno ha un disegno di restaurazione di cui abbiamo già alcune anticipazioni. Per la prima volta da più di cent’anni – con la sola parentesi del ventennio fascista – in Parlamento non siedono rappresentanti di partiti che con chiarezza facciano riferimento alla sinistra e al movimento operaio. 
Questo quadro ha gettato molt* di noi in uno sconforto profondissimo; io ho da parte mia avuto bisogno di qualche giorno di sospensione prima di provare a fare qualche considerazione personale. Che serve innanzi tutto a me, per provare a mettere un po’ d’ordine nel guazzabuglio che ho in testa: da tempo ho imparato a diffidare della validità eterna di molte cose e tra queste della massima maoista che ha affascinato la mia giovinezza e diceva “Grande il disordine è sotto il cielo, la situazione è quindi eccellente”. Il disordine, con procedura entropica, mi sembra effettivamente sempre crescente, ma un po’ più difficile appare intravedere segnali di entusiasmante cambiamento.

UNA SCONFITTA
La sconfitta della Sinistra Arcobaleno è stata nettissima, una vera e propria débacle. Superare di poco il tre per cento quando si partiva da un patrimonio elettorale che avrebbe potuto essere di quattro volte superiore è un dato davvero impressionante e nessun* di noi poteva prevedere un insuccesso di queste dimensioni. E qui sta la prima considerazione: se nessun* di noi poteva prevederlo vuol dire che abbiamo perso il polso reale della situazione, che non siamo più in una relazione diretta con la società, non siamo più “pesci che sanno nuotare nell’acqua in cui stanno”. Non capire i processi che si sviluppano, non saperli in qualche modo prevedere ed analizzare mentre si agisce è grave, esprime una vocazione all’autoreferenzialità.
Ma prima di tentare un’analisi sulle ragioni della nostra sconfitta vorrei aggiungere appena un accenno al quadro generale di risultati elettorali in cui si colloca. La sconfitta non è solo della sinistra, ma anche del progetto veltroniano: il PD ha risucchiato, su un programma spostato a destra, voti a sinistra, ma non ha certo avuto un successo simile al centro, che si è compattato intorno al “Popolo della Libertà” (sic!) ma con uno sbilanciamento su temi forcaioli e razzisti che trova nella Lega la migliore espressione. Messe insieme, le diverse formazioni di destra raccolgono un successo che esprime uno spostamento progressivo a destra del paese, a livello culturale ancor prima che politico e con una forte contraddittorietà sul piano sociale. Le speranze che queste contraddizioni possano implodere non possono essere messianiche: questo potrebbe essere il risultato invece di un costante lavoro politico, essenzialmente nostro. Un cenno andrebbe fatto su un aspetto che mi sembra sia stato scarsamente analizzato in questi giorni. Casini ha avuto un risultato accettabile ma non certo straordinario, nonostante gli espliciti appoggi della gerarchia ecclesiastica, mentre la lista antiaborista di Ferrara ha visto un vero e proprio naufragio. I temi della “difesa della famiglia”, dell’omofobia più squallida – che sembrano dare i primi segnali di preoccupante manifestazione nella realtà romana con l’attacco al Circolo Mario Mieli qualche settimana fa – e dell’attacco alla legge sull’aborto, che negli ultimi mesi avevano avuto un rilievo straordinario, non sono stati di per sé catalizzatore elettorale autonomo, sia perché sono stati integralmente assunti dalla destra tout court sia perché la risposta del PD – in primo luogo la pattuglia di candidati radicali, votati al silenzio stampa – e la stessa Sinistra Arcobaleno non li hanno certo posti al centro della propria campagna elettorale, accettando un’autosilenziazione preoccupante. In termini di laicità insomma la situazione è ancora più preoccupante che su altri temi, tenendo conto anche del miserrimo risultato ottenuto dal Partito socialista, che aveva puntato a differenziarsi proprio su questi temi.

EXTRA
Cioè fuori. Fuori dai meccanismi della rappresentanza, non riconosciut* come espressione di una volontà popolare degna di contare. È bruciante questa esclusione perché decretata certo da meccanismi elettorali perversi ma anche da un’espressione di voto tangibile, e siccome non ci è utile trovarne le motivazioni in complotti esterni forse serve fare quello che stiamo cercando di fare e chiederci perché è successo.
Quando si parla di cause della nostra sconfitta spesso in questi giorni mi è successo di sentire elencati come motivi l’imbroglio del “voto utile”, l’aumento dell’astensionismo e la “dispersione” di voti a sinistra. Forse però sarebbe più opportuno in questo caso parlare di conseguenze e non di cause e cercare invece di capire perché è risultato così poco credibile il progetto della Sinistra Arcobaleno.
Non mi soffermerei molto sull’effetto della presenza di due liste elettorali a sinistra di quella di S.A. anche se certo molt* di noi avranno considerato come i voti attribuiti alle tre liste sommate avrebbero consentito di ottenere almeno una presenza alla Camera. Tutto sommato si sarebbe trattato comunque di un risultato poco soddisfacente e, partendo da valutazioni politiche evidentemente distanti, si sarebbe riflesso in una difficoltà a mantenere una strategia parlamentare comune in una pattuglia a ranghi ridotti. Piuttosto ci sarebbe da chiedersi quali ragioni possano portare a dare il proprio voto a liste senza nessuna possibilità di successo nell’ottenimento di seggi e che piuttosto si fondano sulla necessità di esprimere una sorta di testimonianza politica. Personalmente non capisco questa logica minoritaria e mi sembra che in questo caso si attribuisca al voto una funzione impropria, dato che se si decide di concorrere a una votazione bisognerebbe porsi un obiettivo concreto, altrimenti davvero la “contaminazione” istituzionale esprime una dimensione frustrante ed un po’ perversa.
Più comprensibili mi sembrano le ragioni dell’astensionismo, che in questa tornata pare indubbio abbia avuto una connotazione politica maggioritaria di sinistra. Questi due anni di convivenza con logiche politiche distanti hanno certamente seminato sfiducia sulla possibilità di passare attraverso un sistema di democrazia parlamentare dato che, nonostante l’impegno di chi è stato al governo o sui banchi di Camera e Senato ben poco è filtrato dei bisogni e delle ragioni di coloro che avrebbero dovuto esserne rappresentati. Da un lato mi chiedo quali ragioni etiche avrebbero potuto convincere per esempio a sostenere un alleato di governo raccapricciante come Mastella ma, soprattutto, è evidente che molti temi di movimento (penso alle posizioni del movimento pacifista, di fronte per esempio alle vergognose posizioni della maggioranza del governo rispetto a una questione come la base NATO di Vicenza, ma anche, in relazione al movimento glbt, alla pantomima sul riconoscimento dei diritti delle coppie conviventi, che non è riuscita a portare a casa nemmeno un risultato arretrato come il progetto dei DICO) siano stati resi del tutto marginali da un governo che ci si aspettava avrebbe potuto assumerli. Le ragioni di chi ha espresso questa sfiducia attraverso il rifiuto di partecipare al voto andrebbero ascoltate di più, non solo perché ora ci accomuna una stessa sorte di esclusione dalla rappresentanza, ma soprattutto perché qualsiasi strategia di lavoro all’interno delle istituzioni prevede di definire obiettivi e limiti del proprio ruolo e quindi il senso di esclusione subito dalle ragioni di movimento in molte azioni del governo Prodi sono un utile monito.

IL PIFFERAIO
Rispetto all’attrazione suscitata dal pifferaio Veltroni credo ci possano essere pochi dubbi per chiunque di noi si sia confrontato con persone con cui ha condiviso e condivide ragioni d’impegno politico e sociale, ma poi di fronte al meccanismo elettorale han pensato che solo un voto al PD potesse costituire un argine alla Vandea montante. Mi sembra che a ciò abbia contribuito, in questi anni, un ragionamento politico a cui noi stess* abbiamo preso parte, per naturale e sana repulsione verso l’immagine ributtante che della politica rappresenta un personaggio come Berlusconi. La personalizzazione dell’immagine della politica stessa è un errore comune, da cui è difficile distogliersi, ma sarebbe importante confrontarsi non con l’arrogante pigliatutto di turno ma con quello che esprime e rappresenta, ossia una perdita delle ragioni etiche dell’azione comune e il trionfo di valori e modalità, ragionamenti che da lui vengono espressi. Insomma non dovrebbe preoccuparci tanto Berlusconi, quanto la dimensione berlusconiana che si è impadronita dell’immaginario collettivo e che costituisce una variazione non temporanea ma di lungo periodo della dimensione culturale, per certi versi addirittura antropologica, della società italiana. Da questo punto di vista certamente i meccanismi di rappresentanza elettorale che hanno governato il confronto sono stati esiziali e quel che dovremmo fare è confrontaci con logiche come quella della “governabilità” del paese e delle contraddizioni che nella società sono presenti. Quello che è avvenuto è stato, anche a livello elettorale, un massiccio spostamento a destra del voto, perché moltissim* hanno pensato di poter essere rappresentat* da un programma di fatto moderato conservando un animus di sinistra, non comprendendo che la logica di fondo che Veltroni ha espresso e manifestato era ed è quella dell’esclusione non solo e non tanto della rappresentanza politica di sinistra ma dell’elemento di contraddizione che essa rappresenta. Dovevamo quindi insistere sulla necessità di non delegare una funzione di opposizione, ma certo la necessaria “responsabilizzazione” derivata da una compartecipazione al governo ha ridimensionato la forza della nostra voce. È con questa logica, prima ragione della sconfitta che abbiamo subito, che dovremo confrontaci.

POPULISMI
Lo faremo da una posizione di debolezza a livello istituzionale e con mezzi molto più deboli in termini di visibilità comunicativa. Si tratta indubbiamente di una grave menomazione, ma che si può trasformare in un’occasione reale di riflessione e rinnovamento. Perché prevalga questa seconda ipotesi vanno cercate più a fondo le ragioni della sconfitta.
Un tema centrale pare quello della comunicazione, perché è questo il campo in cui abbiamo registrato il più grave deficit, dato che anche rispetto al nostro potenziale elettorale il pifferaio Veltroni ha avuto buon gioco a presentarsi in modo convincente mentre le nostre “truppe” - mi si perdoni l’odiosa metafora militare, ma decontaminare il linguaggio è sempre difficile – si presentavano in ordine decisamente sparso. Il tema della comunicazione ci urge se ci poniamo a confronto con un fenomeno come quello di attrazione massmediatica di effetto significativo di Grillo e dei suoi V-Day: a prescindere dal fatto che mi colpisce che si sia così poco evidenziato il portato omofobo di uno slogan che riproduce le peggiori e ritrite formule per cui si manda “affanculo”, andrebbero indagate con maggior cura le ragioni che han portato nelle piazze italiane, compresa quella torinese del 25 aprile, decine di migliaia di persone, tra cui tantissimi giovani. Sono assolutamente certo che non è il numero dei partecipanti di per sé a dar ragione, ma per noi che abbiamo dato un fondamento così rilevante alle “masse” non è nemmeno evitabile una riflessione sui meccanismi del consenso, specialmente quando questo è ottenuto presso un “popolo” che nutre profondi convincimenti anti-istituzionali e che molto spesso ha sentimenti di radicale contrapposizione al sistema, avendo condiviso o condividendo per altro molte delle ragioni della propria capacità di scandalizzarsi con noi.
Il grillismo rischia cioè di essere un fenomeno per molti versi speculare al berlusconismo per quanto se ne proclami fiero avversario. Da questo punto di vista non c’è da stupirsi di alcune contiguità – probabilmente espressasi anche nei comportamenti elettorali – con Di Pietro. Per altri versi c’è in questo fenomeno, come in una capacità delle destre di fomentare ed esprimere insieme i peggiori sentimenti “di popolo”, una manifestazione di quel mai abbastanza indagato populismo, che invece avrebbe dovuto meritare ben altra attenzione in casa nostra, magari guardando anche ad esperienze europee lontane ma vicine, come quelle di Fortuyn in Olanda e di Haider in Austria. Siamo forse più capaci di leggere e prevedere incubi Orwelliani e da Quarto Potere ma meno capaci di collegare meccanismi di forte creazione del consenso in termini populisti; la lettura di questi fenomeni potrebbe essere invece tra i nostri principali compiti in questa fase.

CONFUSIONE A SINISTRA
Abbiamo comunicato molto male durante questa campagna elettorale, pur con qualche pregevole eccezione. Del resto è necessario sapere che cosa si vuol dire prima di comunicarlo e forse qui stava la ragione della nostra fragilità strutturale. La S.A. si è creata come aggregazione politica più in funzione di alternativa al PD che su un autonomo ed approfondito percorso di condivisione. Non paghi di osservare le conseguenze di un’alleanza di governo fondata sulla contrapposizione a Berlusconi che su una progettualità comune, abbiamo probabilmente ripetuto l’errore, unendo le forze per opporci ad una pericolosa strategia ma senza superare gli ostacoli che lo avevano impedito fino ad allora. Le reazioni che si osservano in buona parte delle forze politiche che hanno composto l’alleanza appaiono significative e offrono una lettura a posteriore della debolezza strategica dell’alleanza elettorale. Rinchiudersi dentro i propri steccati identitari in un momento di difficoltà è legittimo, ma può risultare autodistruttivo. Capisco che la mia esperienza di attivista di movimento mai iscritto ad un partito sia da questo punto di vista significativa ma la rivendico e la offro per un confronto a tutto campo, anche a que* compagn*, in primo luogo di Rifondazione Comunista. Un corpo sociale e politico per molti versi ora smarrito, ma che tanti segnali di apertura ha saputo dare ai movimenti negli anni passati, compresa la mia candidatura, con cui so di condividere il bisogno di ricostituire un senso comune della nostra azione. 
Se il messaggio che si darà all’esterno sarà quello di far prevalere un percorso di distinzione, il proprio orgoglio ferito di appartenenza – anche qui lo dico come chi ha riflettuto a lungo dentro il movimento glbt sull’importanza di conquistare un orgoglio di sè quando la propria stessa natura viene negata, ma sa anche quali pericoli di autoreferenzialità presenti il meccanismo identitario – ben difficilmente si potrà avere capacità non solo attrattiva ma espressiva dei bisogni e delle ragioni che stanno dietro le nostre scelte politiche. Da questo punto di vista già tutto il percorso pre-elettorale di S.A. ha dimostrato enormi limiti, dato che la formazione delle liste e la stessa definizione del programma o hanno per lo più espresso meccanismi di mantenimento delle logiche delle formazioni partitiche che componevano l’alleanza o comunque han dimostrato una scarsa capacità di confrontarsi con le soggettività di movimento. È vero che il tempo è nemico ed è vero anche che la scelta di S.A. era in qualche modo obbligata, ma per noi perdere le radici della relazione coi movimenti è una scelta imperdonabile e soprattutto perdente. Un rischio che evidentemente stiamo correndo.

CHE FARE?
Se lo chiedeva Lenin, che per alcun* di noi è stato un leader esemplare di una rivoluzione possibile. Ma spesso si ignora che prese spunto, nella titolazione di quel “testo sacro” per i rivoluzionari di professione, da un romanzo di un ormai quasi sconosciuto romanziere utopista russo dell’Ottocento, Cernysevskij, che racconta la scommessa di un superamento della coppia monogamica come forma di espressione dei bisogni affettivi e sessuali della persona, in un tentativo di costruire solidarietà umana e sociale insieme. Partire dalla quotidianità dei bisogni piuttosto che dalle forme politiche che sinteticamente vogliono rappresentarli, che ne dovrebbero essere piuttosto una conseguenza, mi sembra allora l’unica vera possibilità che abbiamo.
Certo innanzi tutto partire dalle condizioni di lavoro e di esistenza, dall’ambiente in cui viviamo, da un’esigenza di laicità per non essere soffocat* dal moralismo usato come clava per soffocare la presenza di diversità plurali. Non voglio qui arrogarmi il ruolo di compiere una sintesi forzata della “lista dei bisogni”, alla cui espressione possiamo credibilmente pensare di giungere con un lavoro sociale di lungo periodo. Nel lavoro di circoscrizione in questi due anni mi ha colpito come, mentre al nostro interno le energie venivano spese in gran parte a discutere delle formule politiche più adeguate per dare forma all’azione, sul territorio capita spesso che le formazioni di destra populista – Lega e A.N. soprattutto – abbiano la capacità non solo di intercettare ma anche di dar voce a forme di disagio; certo questo è più facile rispetto ad un paese che ha una cultura sempre più conservatrice ma è comunque con questo paese che dobbiamo saperci confrontare, per disegnare prospettive alternative ai sentimenti di rancoroso egoismo che vi si annidano.
Tra i mille commenti sentiti in questo periodo uno mi ha colpito particolarmente: quello di chi (per esempio Cossiga, che di terrorismo in effetti se ne intende assai) ha ipotizzato che l’esclusione della sinistra dal parlamento possa ridar fiato ai gruppi armati. Si tratta certo di una semplificazione opportunistica, innanzi tutto perché parte da chi ha voluto ridurre tutto il percorso politico degli anni Settanta in quella formula che ne ha manifestato invece la sconfitta strategica. Ma ci ricorda anche che con quelle proiezioni utopistiche noi stess* non abbiamo fatto abbastanza i conti e c’è un richiamo reale in questa malaugurata ammonizione. Da un lato ci preavvisa di come si ipotizza di trattare chi darà espressione a voci fuori dal coro (Genova docet?) ma dall’altro ci richiama ad una necessità impellente. Ripartire dal basso, essere capac* di dar fiato all’esclusione, non seguire logiche opportunistiche. Può essere un’impresa ardua, ma stimolante oltre che necessaria. Una volta dicevamo di non voler morire democristiani. Le declinazioni di un incubo da 1984 ora sono molteplici ed all’elenco va aggiunto certo Berlusconi. Ma senza perciò arrendersi a un “realismo” veltroniano né ad un reducismo perdente. Buon viaggio allora!


* Acquario del 1956, Gigi Malaroda ha sempre vissuto a Torino quando non è stato in viaggio. Le prime esperienze politiche risalgono al movimento studentesco e poi nella sinistra rivoluzionaria. Da una trentina d’anni si sente parte del movimento glbt, particolarmente nel Circolo Maurice, di cui è tra i fondatori. Laureatosi in Storia ha insegnato per anni e ha lavorato, a fine anni Novanta, alle due edizioni della Università Gay e Lesbica d’Estate, a Livorno e Pisa. Ha rappresentato il Comitato Torino Pride 2006 nei rapporti col movimento nazionale e dal giugno dello stesso anno è stato eletto presidente di Circoscrizione e si confronta con splendori e miserie della pratica politica sociale ed istituzionale.


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30 aprile 2008

Ricostruire a sinistra

A causa di un contrattempo, non ho potuto partecipare, ieri, al collegamento con la trasmissione Flash Beat, condotta da Marina Paganotto su Radio Flash. Pubblico comunque la traccia che avevo preparato per il mio intervento.

C’è qualcosa di davvero stupefacente nell’esito delle ultime elezioni politiche e in quello delle comunali romane? Dov’è la sorpresa? È la vittoria della peggiore destra immaginabile oggi in Europa? È il pericolo che si avverte per l’ulteriore degrado che subirà la vita pubblica - e, di conseguenza, la nostra stessa vita? O è la scomparsa della sinistra dal Parlamento italiano a rendere tutti così ansiosi?
Eppure, le ragioni della sconfitta della sinistra erano sotto i nostri occhi da tempo. Seduti attorno a un tavolo, qualche tempo prima delle politiche del 2006, i rappresentanti del centro sinistra avevano stilato un programma inservibile: o perché faceva promesse che erano chiaramente destinate ad essere disattese (vedi la riduzione delle servitù militari, trasformata poi nell’esatto contrario: ampliamento della base di Vicenza) o perché giocava cinicamente al ribasso sui diritti civili, come quello dei gay e delle lesbiche di vedere riconosciute le loro unioni. Due anni fa, abbiamo fatto finta di crederci, sperando che l’Italia che “cambia davvero” (come recitava lo slogan elettorale di Rifondazione comunista nel 2006) potesse scaturire - non si sa per quale miracolo - dai partiti che avevamo deciso, tra mille dubbi, di votare. Abbiamo fatto lo sforzo di credere che almeno alcune delle rivendicazioni dei movimenti potessero essere recepite. Ma la verità, attesa, si è presentata subito in modo molto crudo e, mi pare, nessuno meglio di chi fa parte del movimento glbt potrebbe testimoniare la frustrazione, durata due anni, nel vedere la sinistra al governo digerire qualsiasi cosa senza ottenere in cambio nulla, lasciando invece campo libero ai ricatti dei vari teodem e dei vari Mastella. Il problema, però, stava all’origine della coalizione, nell’accettazione di compromessi poco onorevoli. Dov’è, allora, lo stupore per il massiccio rifiuto di confermare questa sinistra al potere?
Sembra che l’unico problema della sinistra fosse, fino a due mesi fa, quello di assicurare la governabilità. Il grande risultato lo abbiamo visto: una crisi di governo a neanche due anni dalle ultime elezioni. Nel frattempo: nessuna legge sul conflitto d’interessi; nessuna legge sul sistema radiotelevisivo; nessuna revisione della legge elettorale in senso democratico; la laicità fatta a pezzi quotidianamente da ampi settori della maggioranza, nel silenzio imbarazzante degli alleati; il disprezzo per gay e lesbiche, ostentato non solo da quegli esponenti della maggioranza che rispondono del loro operato direttamente all’Opus Dei, ma anche - tra gli altri - di Rosi Bindi, di Massimo D’Alema, dello stesso Veltroni o del suo degno candidato, il generale Del Vecchio. A questi attacchi la sinistra non ha saputo o non ha voluto reagire efficacemente: perché, allora, stupirsi delle conseguenze, a danno ormai ampiamente consumato?
La crisi della sinistra, che oggi è diventata particolarmente evidente nel nostro paese, non è un fenomeno solo italiano ma si può riscontrare anche qui in Francia. Certo, le condizioni sono parzialmente differenti e le proporzioni della deriva sono meno impressionanti che in Italia. È un fatto però che il partito socialista francese ha perso (e male) due presidenziali e due legislative di seguito, e che ciò che si trova a sinistra del PS, la cosiddetta sinistra “estrema”, non gode certo di buona salute. Ecco allora che scatta, anche qui, la grande tentazione: quella di aprire al centro, di rincorrere l’elettorato moderato anche da sinistra. Ségolène Royal, candidata socialista alle ultime presidenziali, è stata la prima ad inaugurare questa strategia: tra il primo e il secondo turno ha provato a stringere un accordo con François Bayrou, leader della formazione centrista Modem, senza successo. La mossa ha comunque suscitato un dibattito che non si è ancora concluso ed è anche per questo motivo che la stampa francese e l’opinione pubblica hanno seguito con un certo interesse le ultime vicende elettorali italiane: coloro che, all’interno del Partito socialista francese, si dicono contrari a un’alleanza del PS con il centro, dopo la sconfitta del PD veltroniano sono oggi un po’ più forti. “È un pericolo mortale” - afferma l’esponente socialista Jean-Luc Mélenchon - “Se facciamo un altro passo in quella direzione, accadrà la stessa cosa anche al Partito Socialista. Questa formula all’italiana non può dare alcun risultato, ogni volta a vincere sono Berlusconi e Sarkozy”. Mélenchon si è spinto a bocciare persino il sistema delle primarie à l’italienne, “un sistema idiota, nel quale chiunque passi per strada può, dopo un’adesione simbolica, scegliere il leader del partito”. 
Un’altra voce contraria allo spostamento al centro del Partito Socialista, che i detrattori più accesi - non a caso - chiamano droitisation, cioè spostamento a destra, è quella di Benoît Hamon. Quarant’anni, membro della segretria del PS, Hamon ha fatto notare come, “dal novembre del 2006, quella italiana è l’undicesima sconfitta del centro sinistra in Europa. È la prova” - ancora secondo Hamon - “che la ricollocazione al centro non serve a niente”.
Il quotidiano comunista L’Humanité ha recentemente pubblicato un dibattito proprio tra Hamon - che, fra l’altro, è anche deputato europeo - e Marie-Pierre Vieu, anche lei quarantenne, che fa parte invece del Comitato esecutivo nazionale del Partito Comunista Francese. È un dibattito secondo me molto interessante, se non altro per lo sforzo che questi due esponenti, seppur non molto conosciuti, cercano di mettere in campo per trovare una soluzione alla crisi della sinistra che vada al di là delle scorciatoie sin qui intraprese. Entrambi partono dall’idea che cercare di conquistare il centro non potrà che far perdere voti a sinistra ma sono anche consapevoli che, se non riuscirà a interpretare con coraggio e decisione i cambiamenti sociali che avvengono oggi sempre più rapidamente, la sinistra non sarà mai udibile e nemmeno credibile. 
Non posso adesso, per motivi di tempo, entrare nel dettaglio di quel dibattito, ma voglio dire che anche questo è un segnale di come la sinistra stia tentando, pur tra mille difficoltà, di trovare una soluzione alla crisi che la investe, e di come si stia facendo strada, anche se lentamente e fra mille contraddizioni, l’idea che niente potrà cambiare se le forze in campo a sinistra non sapranno rimettersi in discussione. Non per approdare, come è accaduto in Italia, a una brutta copia delle politiche di destra; non per fare, a sinistra, da sostegno al campo liberale e conservatore; ma per ripartire dai bisogni di quella che una volta si chiamava “base”. Questo presuppone, ovviamente, la capacità di ascoltare i movimenti, di aprirsi alle loro istanze sapendo istituire, con loro, un dialogo continuo. Non attraverso manovre meramente partitiche o aggregazioni di vertici, ma con le pratiche concretamente vissute e attuate.
Questa pare anche a me l’unica strada da percorrere, in Francia come in Italia, perché la sinistra possa parlare ancora alla sua gente, essere credibile e sconfiggere la destra in modo efficace e duraturo.


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28 aprile 2008

Presto, un pompiere!

«È una gravissima sconfitta». Il sindaco di Venezia, Massimo Cacciari ha commentato così la sconfitta di Rutelli a Roma. «Il segretario del Pd - spiega - ha dovuto giocare il ruolo del perfetto continuatore, sia rispetto al governo Prodi sia rispetto all'Amministrazione Veltroni. E per questo, probabilmente, l'ha pagata cara». Secondo Cacciari «soltanto un pazzo potrebbe chiedere a Veltroni di dimettersi. Ma neanche la benché minima autocritica. È una cosa che razionalmente si poteva mettere in conto».
Quanti pazzi a Roma, oggi...


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16 aprile 2008

Una batosta per chi?

In queste settimane di campagna elettorale - ma che dico, in questi due anni di governo di centro “sinistra” - ho visto e ho letto di tutto. Le arrabbiature, le docce fredde e le vere e proprie umiliazioni provenienti dal governo Prodi e da una maggioranza per nulla convinta di dover estendere anche alla minoranza omosessuale i diritti di cui godono gli eterosessuali, sono state tante. La parità - un atto di civiltà che, va detto, sarebbe assolutamente sproporzionato all’indegnità morale di quasi tutta la nostra classe politica e di una gran parte dei nostri concittadini - è rimasta una chimera. Nonostante questo, alcuni di noi hanno fatto buon viso a cattivo gioco e hanno imboccato di nuovo la via delle urne: all’ultimo minuto, senza alcuna convinzione, invano. Non che non avessero minacciato l’astensione: credo che tutti i froci e tutte le lesbiche di sinistra, chi più chi meno, in occasione di questa o quella dichiarazione omofoba di esponenti della maggioranza e di fronte alla sostanziale acquiescenza della sinistra cosiddetta “radicale”, debbano aver pensato (molti l’avevano dichiarato o scritto) di disertare i seggi. 
Ciononostante, sapevo perfettamente che, al momento decisivo, molti e molte avrebbero riconsiderato la propria posizione. Avrebbero giudicato la scelta di non votare un atto “troppo grave”. Avrebbero rinviato quest’ultimo - per la centocinquantesima volta - alle prossime elezioni, “se le promesse non saranno mantenute” (fingendo di dimenticare tutte le volte in cui ciò è già successo). E così è stato. Tra la punizione per una linea politica contraddittoria e incocludente (quando non offensiva per le persone glbt) e il voto per il “meno peggio”, molti hanno preferito il secondo atteggiamento. Sono stati invocati tanti motivi per questo repentino cambiamento d’opinione, il più nobile dei quali era il sangue versato dai resistenti per darci la democrazia e il diritto di voto: qualcuno si è chiesto, però, se valeva la pena dare la vita per permetterci di andare al seggio come si va in una latrina, con la molletta al naso e cercando di schivare gli escrementi? Davvero è per arrivare a questo che sono morti i partigiani? Chi spreca davvero il proprio diritto di voto e chi invece crede sul serio nella democrazia?
Di quelli che hanno deciso di votare PD e hanno abboccato all’amo del voto “utile” non parlo, altrimenti dovrei chiedere loro quando si sono fumati quel po’ di autostima rimastagli, o se l’indignazione la rispolverano solo quando devono scrivere bellissimi e arrabbiatissimi post, salvo poi riporla in soffitta quando si deve passare al dunque. L’orrendo babau di Arcore è sempre lì a spaventarci, per la gioia di grandi dirigenti ed elettori piccini: o voi che avete votato PD in chiave antiberlusconiana, dite, cos’ha fatto il PD per abrogare le leggi del centro destra, per riscrivere in senso democratico la legge elettorale, per imporre una legge sul conflitto d’interessi che sradicasse dal panorama politico italiano il berlusconismo?
No, vorrei soltanto dire che non riesco a dolermi troppo della batosta subita dalla sinistra “radicale” istituzionale. Mi preoccuperei se a essere spazzata via fosse stata l’idea della sinistra, dei diritti civili, delle lotte sociali, del miglioramento della condizione di tutti gli esseri umani, e dunque anche di gay, lesbiche, bisessuali e transessuali. Invece, nonostante il ritorno al governo di Berlusconi (ma se n’era mai andato?), so che quell’idea rimane nella società e nel movimento e, anche se non è rappresentata né alla Camera né al Senato, niente potrà metterla a tacere; anzi, vista la situazione, questa consapevolezza non potrà che crescere e, speriamo, tradursi in nuove pratiche e successivamente in una nuova, credibile e maggioritaria rappresentanza istituzionale. Tutto il resto sono scorciatoie illusorie. È stato invece eliminato l’insulso equivoco di una dirigenza che in campagna elettorale promette di rappresentare le spinte che provengono dalla società, salvo tradirle, una volta occupato un ministero o la presidenza di una delle due camere. È questo, oltre al travaso di voti per il PD, il motivo per cui la Sinistra Arcobaleno ha perso queste elezioni: una sinistra che rinuncia a fare il suo mestiere e che perde la sua identità, non può che risultare indigesta.
Ho letto ieri l’autocritica di Piero Sansonetti, direttore di Liberazione, il quale cita, fra gli errori commessi dai partiti che compongono la Sinistra Arcobaleno, anche “la poca convinzione con la quale abbiamo battuto sul tema dei diritti civili, l’aver messo in secondo piano la battaglia delle donne, i diritti degli omosessuali, l’opposizione al clericalismo”. Se ne sono accorti, finalmente, era ora. Per un partito che prima candida Vladimir Luxuria alla Camera e poi le fa pronunciare un discorsino che giustifica il voto contrario di Rifondazione a un emendamento per far pagare l’Ici anche alla Chiesa cattolica, è un’ammissione non da poco. Certo, è facile dirlo adesso che la frittata è fatta, ma intanto l’errore è stato notato. Spero che rimanga agli atti come monito per il futuro, anche se, vista la cronica e inguaribile smemoratezza degli italiani, ci credo poco.
Il problema, detto in breve, è di dignità. Per quanto so e posso, mi riprometto di non mollare. Nel frattempo, senza aspettare le prossime elezioni, ho almeno smesso di svendere il mio voto a chi, con le proprie parole o i propri atti, ha dimostrato di considerare la mia esistenza, al massimo, come una scomoda parentesi.

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11 aprile 2008

Questa volta no (breve invito all’astensione)

Rimasto solo don Fabrizio ritardò il proprio tuffo nelle nebulose. Era irritato non già contro gli avvenimenti che si preparavano, ma contro la stupidaggine di Ferrara nel quale aveva ad un tratto identificato una delle classi che sarebbero divenute dirigenti. “Quel che dice il buon uomo è proprio l’opposto della verità. Compiange i molti figli di mamma che creperanno e questi saranno invece molto pochi, se conosco il carattere dei due avversari; proprio non uno di più di quanto sarà necessario alla compilazione di un bollettino di vittoria a Napoli o a Torino, che è poi la stessa cosa. Crede invece ai ‘tempi gloriosi per la nostra Sicilia’ come si esprime lui; il che ci è stato promesso in occasione di ognuno dei cento sbarchi, da Nicia in poi, e che non è mai successo. E del resto, perché avrebbe dovuto succedere? E allora che cosa avverrà? Trattative punteggiate da schioppettate quasi innocue e, dopo, tutto sarà lo stesso mentre tutto sarà cambiato”.

Tomasi di Lampedusa, Il gattopardo.

Una cara amica, con la quale sento una grande affinità politica e intellettuale, una sera di una decina di anni fa se ne uscì, sollecitata da me, con una dichiarazione per me inattesa. Attivisti entrambi nel movimento glbt della città in cui all’epoca abitavo, ci trovavamo a festeggiare il pride in un centro sociale nel quale la nostra presenza destava ben poco interesse. Le chiesi che cosa avrebbe votato alle elezioni che si sarebbero tenute di lì a poco e lei mi rispose che si sarebbe astenuta. Ero sorpreso. Dalla mia posizione di elettore di sinistra convinto nonché di convinto militante gay, lo consideravo quasi un affronto. Difficile per me oggi ammettere di essere arrivato, alla vigilia di questo voto, alle stesse conclusioni. E tuttavia necessario.
Le motivazioni per le quali, dopo aver sempre votato, non intendo più partecipare a questa farsa nella quale il nostro ruolo è quello di comparse (per di più senza cestino per la pausa), hanno origini per me certamente lontane e già alle elezioni di due anni fa il disgusto aveva raggiunto soglie prima inimmaginabili. Ricordo infatti agli smemorati e ai “neodelusi” della coalizione di centro sinistra, agli adoratori del programmone che sarebbe stato tradito, che l’evidenza era davanti ai loro occhi ben prima che depositassero la scheda nell’urna. 
Ricordo le rassicurazioni che Prodi in persona diede alla comunità glbt sul fatto che nel programma sarebbe stato inserito un capitolo sui diritti di gay e lesbiche e ricordo anche che di quel capitolo, nel documento definitivo, rimase qualche miserrima riga di vaghe promesse facilmente eludibili. Ricordo che il futuro presidente della Camera (In)Fausto Bertinotti incontrò (proprio come ha fatto qualche giorno fa) la comunità glbt che gliele cantò di santa ragione per avere lui ceduto e sottoscritto quella presa in giro. “Ma sì” - venne a dire sostanzialmente - “quello è un compromesso, noi faremo di tutto perché l’interpretazione sia la più avanzata possibile”. Infatti, abbiamo visto quanto si sono spesi. In cambio di cosa l’attuale leader della Sinistra Arcobaleno ha sacrificato le rivendicazioni storiche di Rifondazione Comunista? Uno scranno più confortevole rispetto a quello dei suoi colleghi, ecco tutto. È mutato qualcosa nelle vostre vite da quando Bertinotti è presidente della Camera dei Deputati?
Al momento della firma del programma Emma Bonino s’impuntò proprio sul riconoscimento dei diritti delle persone glbt e tutti si chiesero se questo significasse l’uscita dei radicali dalla coalizione per una giusta questione di principio. Una parte della comunità glbt decise di votare Rosa nel pugno. Peccato che già cinque minuti dopo l’eroico gesto, la Bonino si premurò di farci sapere che il rifiuto dei radicali concerneva solo quella parte del programma: con i bizantinismi tipici della nostra politica, i radicali potevano così sottoscrivere tutto il resto, ottenere un ministero e sostenere lealmente Prodi. Risultato? Per la comunità glbt nulla, mentre la pattuglietta radicale si ritrova oggi nel PD di Veltroni, in una folta compagnia di clericali. Oltre al danno, la beffa. Per chi ha votato Rosa nel pugno, ovviamente.
“È meglio che un bambino resti in Africa piuttosto che sia adottato da una coppia omosessuale”. Queste amorevoli parole, segno di apertura mentale e di volontà di dialogo, provegono da uno degli esponenti più in vista del PD, Rosi Bindi. “L’omosessualità è una devianza” è invece un grande classico dell’ormai celebre senatrice Paola Binetti, PD. Ancora, dalla campagna V(u)oto a rendere dell’associazione Open Mind di Catania, traggo le esaltanti dichiarazioni di Massimo D’Alema, PD: “Il matrimonio tra omosessuali offenderebbe il sentimento religioso di tanta gente. Due persone dello stesso sesso possono vivere unite senza bisogno di simulare un matrimonio”. E il segretario del PD in persona, Walter Veltroni, nella sua qualità di sindaco della capitale, ha avuto modo di rassicurare il segretario di stato vaticano Tarcisio Bertone, sul fatto che a Roma non sarebbe stato approvato il registro delle unioni civili (come poi è puntualmente avvenuto): “Non se ne farà niente”. Andrebbero aggiunte le recenti dichiarazioni del generale Del Vecchio, candidato pure lui nel PD, sul fatto che i gay sono inadatti all’esercito (non vi ricorda tanto quella dichiarazione di finiana memoria, “un gay non può fare il maestro”?) e il disprezzo che quel partito dimostra nei confronti di qualsiasi tema che sfiori, da vicino o da lontano, il sacrosanto principio della laicità dello Stato.
Si potrebbero aggiungere molti altri argomenti, i motivi per i quali non continuare ad essere complici di questa classe politica indegna sarebbero tanti e certo non riguardano solamente la comunità glbt. Mi piacerebbe sapere, ad esempio, se quegli eterosessuali di sinistra che si apprestano a dare il proprio voto alla Sinistra Arcobaleno o al PD pur di non far tornare Berlusconi al governo, nel 2006 abbiano votato affinché si ampliasse la base di Vicenza o perché si facesse l’indulto. Tanto per dirne due. Siete soddisfatti del lavoro svolto, è per questo che riconfermate il vostro voto?
Se la classe dirigente di centro “sinistra” avesse voluto davvero eliminare dalla scena politica il capo eversivo di Forza Italia, avrebbe potuto farlo già da tempo. Il problema è che il berlusconismo, coniugato in tutte le sue forme, torna comodo a molti, troppi dirigenti di centro “sinistra”. Un po’ meno agli elettori, magari, ma gli elettori siete voi.
Allora, invece di scegliere la corda alla quale impiccarvi, questa volta potreste chiamarvi fuori e mandare un segnale forte di protesta non estemporaneo, per chiedere una rifondazione seria della sinistra e della politica italiana. Se invece decidete, col vostro voto, di avallare per l’ennesima volta questo sistema che per l’ennesima volta vi tradirà, se cioè dagli errori del passato non siete disposti ad imparare proprio nulla, poi fate almeno il favore di tacere e di risparmiarci i vostri lamenti: Veltroni, la Binetti e il generale, o l’alleanza della Sinistra Arcobaleno con questa gentaglia (il che alla fine è la stessa cosa), li avrete voluti anche voi.

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