05 giugno 2008

Piazza San Giovanni negata al Pride. E il movimento che fa?

Bene, è definitivo, nero su bianco: il Prefetto di Roma, nonostante un permesso già accordato lo scorso 11 aprile, ha rifiutato di autorizzare la conclusione del Pride in piazza San Giovanni. Il motivo, di una pretestuosità che si dimostra da sola, è che il Comitato per la Sicurezza ha espresso parere contrario. Nella basilica di San Giovanni, infatti, la sera del 7 giugno prossimo si deve svolgere un concerto di musica sacra. Quale problema di ordine pubblico avrebbe creato questa concatenazione di eventi, cioè la conclusione del Pride in Piazza San Giovanni nel pomeriggio e il concerto nella basilica la sera? Impossibile saperlo, tanto più che le associazioni romane organizzatrici della manifestazione glbt si erano offerte di anticipare di mezz’ora il comizio finale e avevano chiesto di far posticipare di mezz’ora il concerto. Il contatto tra gli spettatori delle sacre arie e i portatori di quelle tremende patologie che rispondono al nome di omosessualità, bisessualità e transgenderismo, sarebbe così stato accuratamente evitato.
Niente da fare. Dalla Prefettura è giunto il niet. E da Piazza San Govanni il Pride si sposta a Piazza Navona. Siamo davanti a un sopruso, a una prepotenza, a un fatto antidemocratico così evidente che dovrebbe far gridare allo scandalo chiunque sia ancora dotato di una coscienza civile nel nostro paese. Invece: l’avete letto da qualche parte, voi? Poniamo il caso che, domani, a una manifestazione sindacale sia negata piazza san Giovanni con un pretesto simile a quello invocato oggi: la reazione sarebbe la stessa? Hanno cominciato (anzi, continuato) con i migranti, oggi cominciano (anzi, continuano) a dare addosso a gay, lesbiche, bisessuali e transgender e a chiunque chieda di poter vivere in uno Stato laico, le cui istituzioni non siano assoggettate alle gerarchie cattoliche. Din-don, vi siete risvegliat*? Ancora no? 
A chi toccherà domani? Questa è la domanda che si deve rivolgere in Italia, oggi, chi migrante o gay o lesbica o bisessuale o transgender non è. E dovrebbe darsi urgentemente una risposta. La domanda che si pone invece alla comunità glbt è: ma il movimento, che fa? Leggo, infatti, il comunicato del Circolo Mario Mieli di Roma: “siamo stati sconfitti dalla cecità di chi non ha compreso la gravità etica e politica di negare una piazza per motivi risibili. Testardamente il RomaPride si svolgerà ugualmente e in maniera pacifica, perché così  è nella sua natura. Studieremo il percorso alternativo da presentare domani [oggi, n.d.r.] alla Questura”. E basta? Ti negano una piazza a tre giorni dalla manifestazione perché quest'ultima è sgradita alla Chiesa e l’unica reazione è un comunicato all’acqua di rose in cui porgi l’altra guancia?
In quale altro paese occidentale istituzioni che si dicono democratiche potrebbero porre un simile limite alla libertà di espressione, senza suscitare scandalo e proteste? E in quale altro paese occidentale le associazioni organizzatrici di un Pride accetterebbero un simile sopruso, rinunciando a mobilitare su questo la comunità che prentende di rappresentare?

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1 commento:

Andrea Maccarrone ha detto...

Io concordo nella necessità di una risposta più energica. Forse la risposta più forte sarà un Pride oceanico, ma io per mio conto ho anche scritto al Presidente della Repubblica e chiesto a quanti ritengono di fare altrettanto.

ecco il post: http://liberocanto.blogspot.com/2008/06/caro-presidente-difenda-la-libert-di.html

Voglio soltanto rilevare che se pur può apparire rinunciatario l'attegiamento degli organizzatori, questi sono stati lasciati piuttosto soli sia dal resto del mondo associativo che da parte della società civile che su questa questione non era certo mobilitata! Purtroppo ne pagheremo tutti le conseguenze!