27 maggio 2008

Extra

Di Gigi Malaroda *

PARLAMENTARE?
Extraparlamentare… lo sono stato già da giovane, mi verrebbe da dire da piccolo, quando cioè liceale quattordicenne mi sono avvicinato alla politica come strumento dell’espressione dei bisogni e di un progetto di cambiamento di ciò che non va. Lo sono rimasto per qualche anno, all’interno di quella sinistra che si definiva rivoluzionaria e che dava voce a un’esigenza di cambiamento radicale. La partecipazione elettorale fu, a metà anni Settanta, una questione lungamente dibattuta. Molto insistevamo, allora, con l’affermazione che “è la lotta che decide, non il voto” e che entrare in un meccanismo istituzionale ci avrebbe per forza di cose “inquinato”; dall’altra parte veniva opposta una questione mica da poco: per cambiare davvero bisogna “conquistare la maggioranza”. Il voto per molt* di noi è rimasto comunque uno strumento, per alcuni versi esclusivamente tattico, per confrontarsi con una progettualità più ampia, sempre però dando maggior rilievo a percorsi di partecipazione reale, conservando un certo grado di diffidenza verso la delega indiretta.
Ora, tornando ad essere extraparlamentare, sono però più che altro “orfano” di una rappresentanza politica e la situazione si presenta assai diversa. Non solo nella mia condizione personale, che a 52 anni da due lavoro in una dimensione istituzionale, in qualità di presidente di Circoscrizione. Questo certo significa per me qualcosa e poiché resto convinto che “il personale è politico” non voglio ignorare questo dato. 

UN ALTRO MONDO È POSSIBILE?
Molto di più però importa il quadro generale. Non c’è dubbio che ben poco di “rivoluzionario” c’è nella situazione italiana ed anche quella internazionale, che tanto ci stimolava negli anni Settanta non sembra essere così positiva. È vero che solo qualche anno fa il nostro paese è stato attraversato da un formidabile movimento contro la guerra che sembrava aver conquistato una dimensione maggioritaria (basti pensare alla massiccia manifestazione identitaria rappresentata dalle “bandiere sul balcone”) mentre a livello internazionale il movimento pacifista veniva definito “una potenza mondiale”. Vien da chiedersi però dove si sian riversate quelle energie e come mai in Italia gli echi del Social Forum si siano così tanto ridimensionati. È sbagliato eccedere in provincialismo e un’analisi internazionale più accorta dovrebbe per esempio tener conto dei profondi cambiamenti che stanno avvenendo in America Latina, con un radicale ridimensionamento dello strapotere Usa proprio nel loro cortile di casa. Come andrebbe analizzato – ma un’accurata analisi della situazione internazionale non è nelle intenzioni di questa mia riflessione – l’effetto boomerang che l’interventismo yankee sta producendo sia negli equilibri mondiali che all’interno del capofila dell’imperialismo ma anche quali effetti dirompenti potranno essere prodotti dall’impellente crisi del modello energetico attuale. In Europa, che andrebbe mantenuta più spesso come terreno d’analisi di riferimento, sarebbe da studiare per esempio il caso della Spagna, in cui è pur vero che Izquierda Unida è stata risucchiata dall’egemonia di Zapatero, ma quanto meno questo è avvenuto sulla base di un’azione di governo laica e “modernizzatrice”.

LA NOSTRA PROVINCIA ASSOLUTA 
Restando a casa nostra però siamo in una situazione in cui la vittoria elettorale è andata ad una destra per certi versi impresentabile anche all’estero ma che, soprattutto, all’interno ha un disegno di restaurazione di cui abbiamo già alcune anticipazioni. Per la prima volta da più di cent’anni – con la sola parentesi del ventennio fascista – in Parlamento non siedono rappresentanti di partiti che con chiarezza facciano riferimento alla sinistra e al movimento operaio. 
Questo quadro ha gettato molt* di noi in uno sconforto profondissimo; io ho da parte mia avuto bisogno di qualche giorno di sospensione prima di provare a fare qualche considerazione personale. Che serve innanzi tutto a me, per provare a mettere un po’ d’ordine nel guazzabuglio che ho in testa: da tempo ho imparato a diffidare della validità eterna di molte cose e tra queste della massima maoista che ha affascinato la mia giovinezza e diceva “Grande il disordine è sotto il cielo, la situazione è quindi eccellente”. Il disordine, con procedura entropica, mi sembra effettivamente sempre crescente, ma un po’ più difficile appare intravedere segnali di entusiasmante cambiamento.

UNA SCONFITTA
La sconfitta della Sinistra Arcobaleno è stata nettissima, una vera e propria débacle. Superare di poco il tre per cento quando si partiva da un patrimonio elettorale che avrebbe potuto essere di quattro volte superiore è un dato davvero impressionante e nessun* di noi poteva prevedere un insuccesso di queste dimensioni. E qui sta la prima considerazione: se nessun* di noi poteva prevederlo vuol dire che abbiamo perso il polso reale della situazione, che non siamo più in una relazione diretta con la società, non siamo più “pesci che sanno nuotare nell’acqua in cui stanno”. Non capire i processi che si sviluppano, non saperli in qualche modo prevedere ed analizzare mentre si agisce è grave, esprime una vocazione all’autoreferenzialità.
Ma prima di tentare un’analisi sulle ragioni della nostra sconfitta vorrei aggiungere appena un accenno al quadro generale di risultati elettorali in cui si colloca. La sconfitta non è solo della sinistra, ma anche del progetto veltroniano: il PD ha risucchiato, su un programma spostato a destra, voti a sinistra, ma non ha certo avuto un successo simile al centro, che si è compattato intorno al “Popolo della Libertà” (sic!) ma con uno sbilanciamento su temi forcaioli e razzisti che trova nella Lega la migliore espressione. Messe insieme, le diverse formazioni di destra raccolgono un successo che esprime uno spostamento progressivo a destra del paese, a livello culturale ancor prima che politico e con una forte contraddittorietà sul piano sociale. Le speranze che queste contraddizioni possano implodere non possono essere messianiche: questo potrebbe essere il risultato invece di un costante lavoro politico, essenzialmente nostro. Un cenno andrebbe fatto su un aspetto che mi sembra sia stato scarsamente analizzato in questi giorni. Casini ha avuto un risultato accettabile ma non certo straordinario, nonostante gli espliciti appoggi della gerarchia ecclesiastica, mentre la lista antiaborista di Ferrara ha visto un vero e proprio naufragio. I temi della “difesa della famiglia”, dell’omofobia più squallida – che sembrano dare i primi segnali di preoccupante manifestazione nella realtà romana con l’attacco al Circolo Mario Mieli qualche settimana fa – e dell’attacco alla legge sull’aborto, che negli ultimi mesi avevano avuto un rilievo straordinario, non sono stati di per sé catalizzatore elettorale autonomo, sia perché sono stati integralmente assunti dalla destra tout court sia perché la risposta del PD – in primo luogo la pattuglia di candidati radicali, votati al silenzio stampa – e la stessa Sinistra Arcobaleno non li hanno certo posti al centro della propria campagna elettorale, accettando un’autosilenziazione preoccupante. In termini di laicità insomma la situazione è ancora più preoccupante che su altri temi, tenendo conto anche del miserrimo risultato ottenuto dal Partito socialista, che aveva puntato a differenziarsi proprio su questi temi.

EXTRA
Cioè fuori. Fuori dai meccanismi della rappresentanza, non riconosciut* come espressione di una volontà popolare degna di contare. È bruciante questa esclusione perché decretata certo da meccanismi elettorali perversi ma anche da un’espressione di voto tangibile, e siccome non ci è utile trovarne le motivazioni in complotti esterni forse serve fare quello che stiamo cercando di fare e chiederci perché è successo.
Quando si parla di cause della nostra sconfitta spesso in questi giorni mi è successo di sentire elencati come motivi l’imbroglio del “voto utile”, l’aumento dell’astensionismo e la “dispersione” di voti a sinistra. Forse però sarebbe più opportuno in questo caso parlare di conseguenze e non di cause e cercare invece di capire perché è risultato così poco credibile il progetto della Sinistra Arcobaleno.
Non mi soffermerei molto sull’effetto della presenza di due liste elettorali a sinistra di quella di S.A. anche se certo molt* di noi avranno considerato come i voti attribuiti alle tre liste sommate avrebbero consentito di ottenere almeno una presenza alla Camera. Tutto sommato si sarebbe trattato comunque di un risultato poco soddisfacente e, partendo da valutazioni politiche evidentemente distanti, si sarebbe riflesso in una difficoltà a mantenere una strategia parlamentare comune in una pattuglia a ranghi ridotti. Piuttosto ci sarebbe da chiedersi quali ragioni possano portare a dare il proprio voto a liste senza nessuna possibilità di successo nell’ottenimento di seggi e che piuttosto si fondano sulla necessità di esprimere una sorta di testimonianza politica. Personalmente non capisco questa logica minoritaria e mi sembra che in questo caso si attribuisca al voto una funzione impropria, dato che se si decide di concorrere a una votazione bisognerebbe porsi un obiettivo concreto, altrimenti davvero la “contaminazione” istituzionale esprime una dimensione frustrante ed un po’ perversa.
Più comprensibili mi sembrano le ragioni dell’astensionismo, che in questa tornata pare indubbio abbia avuto una connotazione politica maggioritaria di sinistra. Questi due anni di convivenza con logiche politiche distanti hanno certamente seminato sfiducia sulla possibilità di passare attraverso un sistema di democrazia parlamentare dato che, nonostante l’impegno di chi è stato al governo o sui banchi di Camera e Senato ben poco è filtrato dei bisogni e delle ragioni di coloro che avrebbero dovuto esserne rappresentati. Da un lato mi chiedo quali ragioni etiche avrebbero potuto convincere per esempio a sostenere un alleato di governo raccapricciante come Mastella ma, soprattutto, è evidente che molti temi di movimento (penso alle posizioni del movimento pacifista, di fronte per esempio alle vergognose posizioni della maggioranza del governo rispetto a una questione come la base NATO di Vicenza, ma anche, in relazione al movimento glbt, alla pantomima sul riconoscimento dei diritti delle coppie conviventi, che non è riuscita a portare a casa nemmeno un risultato arretrato come il progetto dei DICO) siano stati resi del tutto marginali da un governo che ci si aspettava avrebbe potuto assumerli. Le ragioni di chi ha espresso questa sfiducia attraverso il rifiuto di partecipare al voto andrebbero ascoltate di più, non solo perché ora ci accomuna una stessa sorte di esclusione dalla rappresentanza, ma soprattutto perché qualsiasi strategia di lavoro all’interno delle istituzioni prevede di definire obiettivi e limiti del proprio ruolo e quindi il senso di esclusione subito dalle ragioni di movimento in molte azioni del governo Prodi sono un utile monito.

IL PIFFERAIO
Rispetto all’attrazione suscitata dal pifferaio Veltroni credo ci possano essere pochi dubbi per chiunque di noi si sia confrontato con persone con cui ha condiviso e condivide ragioni d’impegno politico e sociale, ma poi di fronte al meccanismo elettorale han pensato che solo un voto al PD potesse costituire un argine alla Vandea montante. Mi sembra che a ciò abbia contribuito, in questi anni, un ragionamento politico a cui noi stess* abbiamo preso parte, per naturale e sana repulsione verso l’immagine ributtante che della politica rappresenta un personaggio come Berlusconi. La personalizzazione dell’immagine della politica stessa è un errore comune, da cui è difficile distogliersi, ma sarebbe importante confrontarsi non con l’arrogante pigliatutto di turno ma con quello che esprime e rappresenta, ossia una perdita delle ragioni etiche dell’azione comune e il trionfo di valori e modalità, ragionamenti che da lui vengono espressi. Insomma non dovrebbe preoccuparci tanto Berlusconi, quanto la dimensione berlusconiana che si è impadronita dell’immaginario collettivo e che costituisce una variazione non temporanea ma di lungo periodo della dimensione culturale, per certi versi addirittura antropologica, della società italiana. Da questo punto di vista certamente i meccanismi di rappresentanza elettorale che hanno governato il confronto sono stati esiziali e quel che dovremmo fare è confrontaci con logiche come quella della “governabilità” del paese e delle contraddizioni che nella società sono presenti. Quello che è avvenuto è stato, anche a livello elettorale, un massiccio spostamento a destra del voto, perché moltissim* hanno pensato di poter essere rappresentat* da un programma di fatto moderato conservando un animus di sinistra, non comprendendo che la logica di fondo che Veltroni ha espresso e manifestato era ed è quella dell’esclusione non solo e non tanto della rappresentanza politica di sinistra ma dell’elemento di contraddizione che essa rappresenta. Dovevamo quindi insistere sulla necessità di non delegare una funzione di opposizione, ma certo la necessaria “responsabilizzazione” derivata da una compartecipazione al governo ha ridimensionato la forza della nostra voce. È con questa logica, prima ragione della sconfitta che abbiamo subito, che dovremo confrontaci.

POPULISMI
Lo faremo da una posizione di debolezza a livello istituzionale e con mezzi molto più deboli in termini di visibilità comunicativa. Si tratta indubbiamente di una grave menomazione, ma che si può trasformare in un’occasione reale di riflessione e rinnovamento. Perché prevalga questa seconda ipotesi vanno cercate più a fondo le ragioni della sconfitta.
Un tema centrale pare quello della comunicazione, perché è questo il campo in cui abbiamo registrato il più grave deficit, dato che anche rispetto al nostro potenziale elettorale il pifferaio Veltroni ha avuto buon gioco a presentarsi in modo convincente mentre le nostre “truppe” - mi si perdoni l’odiosa metafora militare, ma decontaminare il linguaggio è sempre difficile – si presentavano in ordine decisamente sparso. Il tema della comunicazione ci urge se ci poniamo a confronto con un fenomeno come quello di attrazione massmediatica di effetto significativo di Grillo e dei suoi V-Day: a prescindere dal fatto che mi colpisce che si sia così poco evidenziato il portato omofobo di uno slogan che riproduce le peggiori e ritrite formule per cui si manda “affanculo”, andrebbero indagate con maggior cura le ragioni che han portato nelle piazze italiane, compresa quella torinese del 25 aprile, decine di migliaia di persone, tra cui tantissimi giovani. Sono assolutamente certo che non è il numero dei partecipanti di per sé a dar ragione, ma per noi che abbiamo dato un fondamento così rilevante alle “masse” non è nemmeno evitabile una riflessione sui meccanismi del consenso, specialmente quando questo è ottenuto presso un “popolo” che nutre profondi convincimenti anti-istituzionali e che molto spesso ha sentimenti di radicale contrapposizione al sistema, avendo condiviso o condividendo per altro molte delle ragioni della propria capacità di scandalizzarsi con noi.
Il grillismo rischia cioè di essere un fenomeno per molti versi speculare al berlusconismo per quanto se ne proclami fiero avversario. Da questo punto di vista non c’è da stupirsi di alcune contiguità – probabilmente espressasi anche nei comportamenti elettorali – con Di Pietro. Per altri versi c’è in questo fenomeno, come in una capacità delle destre di fomentare ed esprimere insieme i peggiori sentimenti “di popolo”, una manifestazione di quel mai abbastanza indagato populismo, che invece avrebbe dovuto meritare ben altra attenzione in casa nostra, magari guardando anche ad esperienze europee lontane ma vicine, come quelle di Fortuyn in Olanda e di Haider in Austria. Siamo forse più capaci di leggere e prevedere incubi Orwelliani e da Quarto Potere ma meno capaci di collegare meccanismi di forte creazione del consenso in termini populisti; la lettura di questi fenomeni potrebbe essere invece tra i nostri principali compiti in questa fase.

CONFUSIONE A SINISTRA
Abbiamo comunicato molto male durante questa campagna elettorale, pur con qualche pregevole eccezione. Del resto è necessario sapere che cosa si vuol dire prima di comunicarlo e forse qui stava la ragione della nostra fragilità strutturale. La S.A. si è creata come aggregazione politica più in funzione di alternativa al PD che su un autonomo ed approfondito percorso di condivisione. Non paghi di osservare le conseguenze di un’alleanza di governo fondata sulla contrapposizione a Berlusconi che su una progettualità comune, abbiamo probabilmente ripetuto l’errore, unendo le forze per opporci ad una pericolosa strategia ma senza superare gli ostacoli che lo avevano impedito fino ad allora. Le reazioni che si osservano in buona parte delle forze politiche che hanno composto l’alleanza appaiono significative e offrono una lettura a posteriore della debolezza strategica dell’alleanza elettorale. Rinchiudersi dentro i propri steccati identitari in un momento di difficoltà è legittimo, ma può risultare autodistruttivo. Capisco che la mia esperienza di attivista di movimento mai iscritto ad un partito sia da questo punto di vista significativa ma la rivendico e la offro per un confronto a tutto campo, anche a que* compagn*, in primo luogo di Rifondazione Comunista. Un corpo sociale e politico per molti versi ora smarrito, ma che tanti segnali di apertura ha saputo dare ai movimenti negli anni passati, compresa la mia candidatura, con cui so di condividere il bisogno di ricostituire un senso comune della nostra azione. 
Se il messaggio che si darà all’esterno sarà quello di far prevalere un percorso di distinzione, il proprio orgoglio ferito di appartenenza – anche qui lo dico come chi ha riflettuto a lungo dentro il movimento glbt sull’importanza di conquistare un orgoglio di sè quando la propria stessa natura viene negata, ma sa anche quali pericoli di autoreferenzialità presenti il meccanismo identitario – ben difficilmente si potrà avere capacità non solo attrattiva ma espressiva dei bisogni e delle ragioni che stanno dietro le nostre scelte politiche. Da questo punto di vista già tutto il percorso pre-elettorale di S.A. ha dimostrato enormi limiti, dato che la formazione delle liste e la stessa definizione del programma o hanno per lo più espresso meccanismi di mantenimento delle logiche delle formazioni partitiche che componevano l’alleanza o comunque han dimostrato una scarsa capacità di confrontarsi con le soggettività di movimento. È vero che il tempo è nemico ed è vero anche che la scelta di S.A. era in qualche modo obbligata, ma per noi perdere le radici della relazione coi movimenti è una scelta imperdonabile e soprattutto perdente. Un rischio che evidentemente stiamo correndo.

CHE FARE?
Se lo chiedeva Lenin, che per alcun* di noi è stato un leader esemplare di una rivoluzione possibile. Ma spesso si ignora che prese spunto, nella titolazione di quel “testo sacro” per i rivoluzionari di professione, da un romanzo di un ormai quasi sconosciuto romanziere utopista russo dell’Ottocento, Cernysevskij, che racconta la scommessa di un superamento della coppia monogamica come forma di espressione dei bisogni affettivi e sessuali della persona, in un tentativo di costruire solidarietà umana e sociale insieme. Partire dalla quotidianità dei bisogni piuttosto che dalle forme politiche che sinteticamente vogliono rappresentarli, che ne dovrebbero essere piuttosto una conseguenza, mi sembra allora l’unica vera possibilità che abbiamo.
Certo innanzi tutto partire dalle condizioni di lavoro e di esistenza, dall’ambiente in cui viviamo, da un’esigenza di laicità per non essere soffocat* dal moralismo usato come clava per soffocare la presenza di diversità plurali. Non voglio qui arrogarmi il ruolo di compiere una sintesi forzata della “lista dei bisogni”, alla cui espressione possiamo credibilmente pensare di giungere con un lavoro sociale di lungo periodo. Nel lavoro di circoscrizione in questi due anni mi ha colpito come, mentre al nostro interno le energie venivano spese in gran parte a discutere delle formule politiche più adeguate per dare forma all’azione, sul territorio capita spesso che le formazioni di destra populista – Lega e A.N. soprattutto – abbiano la capacità non solo di intercettare ma anche di dar voce a forme di disagio; certo questo è più facile rispetto ad un paese che ha una cultura sempre più conservatrice ma è comunque con questo paese che dobbiamo saperci confrontare, per disegnare prospettive alternative ai sentimenti di rancoroso egoismo che vi si annidano.
Tra i mille commenti sentiti in questo periodo uno mi ha colpito particolarmente: quello di chi (per esempio Cossiga, che di terrorismo in effetti se ne intende assai) ha ipotizzato che l’esclusione della sinistra dal parlamento possa ridar fiato ai gruppi armati. Si tratta certo di una semplificazione opportunistica, innanzi tutto perché parte da chi ha voluto ridurre tutto il percorso politico degli anni Settanta in quella formula che ne ha manifestato invece la sconfitta strategica. Ma ci ricorda anche che con quelle proiezioni utopistiche noi stess* non abbiamo fatto abbastanza i conti e c’è un richiamo reale in questa malaugurata ammonizione. Da un lato ci preavvisa di come si ipotizza di trattare chi darà espressione a voci fuori dal coro (Genova docet?) ma dall’altro ci richiama ad una necessità impellente. Ripartire dal basso, essere capac* di dar fiato all’esclusione, non seguire logiche opportunistiche. Può essere un’impresa ardua, ma stimolante oltre che necessaria. Una volta dicevamo di non voler morire democristiani. Le declinazioni di un incubo da 1984 ora sono molteplici ed all’elenco va aggiunto certo Berlusconi. Ma senza perciò arrendersi a un “realismo” veltroniano né ad un reducismo perdente. Buon viaggio allora!


* Acquario del 1956, Gigi Malaroda ha sempre vissuto a Torino quando non è stato in viaggio. Le prime esperienze politiche risalgono al movimento studentesco e poi nella sinistra rivoluzionaria. Da una trentina d’anni si sente parte del movimento glbt, particolarmente nel Circolo Maurice, di cui è tra i fondatori. Laureatosi in Storia ha insegnato per anni e ha lavorato, a fine anni Novanta, alle due edizioni della Università Gay e Lesbica d’Estate, a Livorno e Pisa. Ha rappresentato il Comitato Torino Pride 2006 nei rapporti col movimento nazionale e dal giugno dello stesso anno è stato eletto presidente di Circoscrizione e si confronta con splendori e miserie della pratica politica sociale ed istituzionale.


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