28 giugno 2008

Contro l’omofobia a scuola oggi sfila mezzo milione di francesi

Non credo di poter dire che la mia sia stata un’adolescenza facile. A un’infanzia passata ad inventare e a mettere in scena storie fantasiose e il più delle volte drammatiche (nobiluomini che morivano alla fatidica età di 22 anni, per me allora un traguardo lontanissimo) o a riempire i lunghi e talvolta solitari pomeriggi estivi in provincia di letture assai leggere, si è contrapposta presto una realtà ben più dura da digerire. Il fatto di non riconoscermi nei modelli che mi erano proposti (il maschio che gioca a calcio o si appassiona a qualche sport, che compete, che gira intorno alle ragazze) creava un enorme disagio, che però restava silente, non trovava le parole per esprimersi, perché avrei dovuto ammettere, innanzitutto a me stesso, che l’incubo che cercavo di scacciare la notte, prima di addormentarmi, sperando di risvegliarmi al mattino diverso da come ero, costituiva invece la mia realtà: omosessuale, l’unico, il solo. Soltanto dopo molti anni e dopo alcuni passaggi dolorosi, avrei capito che il problema non ero io né il mio orientamento sessuale, ma l’omofobia che regnava nell’ambiente in cui vivevo (o sopravvivevo), riverberata mille volte dalle persone che mi erano più vicine ed infine, inevitabilmente, interiorizzata. 
La scuola. Questa è davvero, secondo me, la chiave di tutto. Ricordo ancora con astio la gran parte dei miei compagni di liceo, colpevole di avermi fatto passare anni orribili, fatti di prese in giro, emarginazione, piccole violenze psicologiche che però poi pesavano, eccome, sul mio equilibrio. Ma ancor più deprecabili, perché adulti e in teoria responsabili della nostra educazione, erano gli insegnanti: del tutto impreparati a capire che cosa sia la differenza e a come trasmettere il rispetto e la dignità (posto che ne avessero una), si voltavano dall’altra parte, chiudevano uno o a volte anche due occhi, quando non partecipavano direttamente a quel piccolo inferno (un cenno di assenso, un sorriso o anche un silenzio rivolti al piccolo tiranno di turno, alle volte bastano). Per non parlare delle vere e proprie cialtronerie declamate ex cathedra e quindi assorbite passivamente da noi studenti, come quando la professoressa di biologia ci spiegò che l’unica omosessualità della quale è legittimo parlare è quella indagabile scientificamente, una patologia derivante da una malformazione dei cromosomi (nientemeno!), mentre tutto il resto è “moda”. La fine delle scuole superiori fu per me un vero sollievo: oltre al fatto che non avrei più dovuto sottopormi alla tortura delle ore di educazione fisica, durante le quali bighellonavo evitando di osservare i miei compagni, indaffarati a correr dietro ad un pallone, l’università portava con sé il vento della libertà, l’allontanamento dalla mia famiglia e dalla mia città d’origine, un viaggio durante il quale non avrei tardato a trovare finalmente me stesso.
Ecco perché sono particolarmente felice della rivendicazione centrale del Pride francese di quest’anno, che sfilerà oggi pomeriggio per le vie di Parigi: Per una scuola senza alcuna discriminazione! Certo, sono ormai sedici anni che non frequento più i banchi di quel liceo e di acqua sotto i ponti ne è passata, ma mi chiedo quanto sia davvero cambiata oggi, soprattutto nella provincia italiana, la condizione di quelle persone che prendono coscienza della propria “diversità” sessuale rispetto a una norma tuttora imposta. Per la Francia (cioè per una situazione differente da quella italiana e, sotto tutti gli aspetti, migliore) i dati, purtroppo, parlano chiaro: secondo il rapporto stilato nel 2007 dal difensore dell’infanzia (un’istituzione creata nel 2000 per promuovere i diritti dei bambini), “un quarto dei tentativi di suicidio dei ragazzi tra i 15 e i 25 anni e il 10% di quelli delle ragazze della stessa età sono legati a un problema di omosessualità del quale non possono parlare se non attraverso questo gesto. Il concetto di normalità generalmente veicolato dall’ambiente sociale, anche in assenza di un comportamento apertamente omofobo, diventa un peso insopportabile per alcuni di questi giovani che si sentono diversi e lo vivono difficilmente”. L’Institut de veille sanitaire (autorità di sorveglianza sanitaria) giustamente ricorda che “la società attuale dà una maggiore visibilità all’omosessualità e sembra più aperta rispetto alla sessualità, tuttavia non per questo un orientamento sessuale diverso dalla norma è più facile da dire, in particolare per i più giovani”. E il Ministero della sanità francese, il 27 febbraio di quest’anno, nel suo “Piano per la salute giovanile” conclude che “il rischio di suicidio presso i giovani omosessuali maschi è 13 volte superiore rispetto a quello dei giovani maschi eterosessuali”.
Qualche timido passo verso l’educazione alla diversità anche sessuale è stato fatto in questi anni. Nel 2000, l’allora sottosegretaria per l’insegnamento scolastico, Ségolène Royal, diffonde in tutte le scuole medie francesi un dossier pedagogico nel quale si trova anche una scheda sull’omosessualità. Il ministero della pubblica istruzione, diretto all’epoca dal socialista Jack Lang, il 21 novembre 2001 emette una circolare nella quale stabilisce che l’educazione sessuale “deve oggi tenere conto delle questioni legate alle differenze di genere, alla lotta contro il sessismo e l’omofobia, e deve permettere di affrontare meglio le attese dei giovani, con le loro differenze e le loro preoccupazioni specifiche”. Se nel 2003 il governo della destra sembra continuare su questa linea e fa stilare al ministro della pubblica istruzione, Luc Ferry, un’altra circolare nella quale si promuove “la lotta contro i pregiudizi sessisti e omofobi”, in realtà l’effetto di questa presa di posizione viene decisamente attenuato dal distinguo, presente nello stesso documento, secondo cui tale lotta non deve “urtare le famiglie o le convinzioni personali”.
Il dialogo tra l’Inter-lgbt (la federazione francese delle associazioni arcobaleno) e il Ministero della pubblica istruzione rimane fermo fino all’anno scorso quando, alla vigilia del Pride, una delegazione viene finalmente ricevuta ottenendo la messa in cantiere di alcune misure, come la diffusione nelle scuole di manifesti con i numeri dei telefoni amici sulle questioni inerenti la sessualità. Il 4 aprile 2008 il ministro Xavier Darcos firma una documento che costituisce una piccola vittoria per il movimento glbt: per la prima volta nella storia, la circolare ministeriale che prepara il rientro dalle vacanze estive di quest’anno (questo tipo di documenti ha un peso maggiore rispetto agli altri, considerati più “ordinari”) si concentra anche sulla lotta “contro tutte le violenze e tutte le discriminazioni, in particolare l’omofobia”. 
È evidente che tutto ciò non basta. L’Inter-lgbt si propone dunque, attraverso la mobilitazione di quest’anno, di ottenere l’affissione in tutte le scuole medie, nei licei e nelle università dei manifesti del telefono amico della Ligne Azur; la diffusione a tutti gli insegnanti della guida “Omofobia: sapere e reagire”, pubblicata dalla Ligne Azur; la redazione e la diffusione di uno strumento pedagogico rivolto agli insegnanti, sul modello di quanto già sperimentato in Belgio; un modulo di formazione per gli aspiranti insegnanti; la diffusione tra i giovani di una guida; la partecipazione dell’Inter-lgbt alle azioni previste dal Ministero della sanità nel quadro del “Piano sulla salute giovanile”, in particolare con la guida “Scoprire la propria omosessualità”; facilitare l’intervento delle associazioni glbt nelle scuole.
Al Pride dovrebbe partecipare, come accade ormai da qualche anno, più di mezzo milione di persone. E io mi auguro davvero che questa marcia abbia un gran successo.

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