14 novembre 2007

Francia, sciopero a oltranza

Quando è carrée, significa che la mobilitazione sarà massiccia e molto estesa, ma avrà una durata prestabilita, per esempio ventiquattro ore: passata la giornata durante la quale l’attività lavorativa si blocca, i rappresentanti soppesano l’ampiezza dell’adesione per poi farla pesare al tavolo dei negoziati. Se invece è reconductible, si sa quando comincia ma non quando finisce, poiché può essere prolungata indefinitamente. È la grève, lo sciopero in Francia.
Quella proclamata per oggi dai sindacati del settore dei trasporti e dei servizi (come luce e gas) è la seconda grande astensione dal lavoro organizzata in un mese contro la riforma dei regimi pensionistici speciali, voluta da Sarkozy e dal suo Primo ministro François Fillon (ne ho già parlato qui e qui). Reconductible, a oltranza, il che presuppone, almeno in teoria, un lungo braccio di ferro. Oggi, mentre è in atto il primo grande conflitto sociale che Sarkozy si trova ad affrontare, il governo pare puntare tutto sul carattere cosiddetto “impopolare” dello sciopero: non siamo più al lungo conflitto del 1995, che coinvolgeva il settore pubblico e quello privato insieme ai regimi speciali, uniti e solidali contro la riforma delle pensioni. Le maggioranze di destra che da allora si sono succedute al governo, sono riuscite ad approvare, in momenti diversi, delle “riforme” per i differenti settori, separandone così le sorti, tanto da far apparire chi ancora oggi gode di un regime speciale, come un privilegiato che rifiuta di adeguarsi alla congiuntura. I media fanno da grancassa e chi non riesce a raggiungere il proprio posto di lavoro a causa del blocco nei trasporti (in Francia non esiste ancora il servizio minimo garantito), si vede appioppare il titolo di “ostaggio” nelle mani di manifestanti egoisti e viziati. È raro che si dia voce a chi, pur non interessato dalla riforma, si sente comunque solidale con i lavoratori in lotta. I sindacati francesi contrastano la propaganda governativa facendo notare che si parte dalla difesa dei diritti acquisiti per tornare a estenderli a tutti e per impedire che si continui su questa china, qualsiasi sia la categoria colpita. Che il conflitto in atto oggi, insomma, riguarda potenzialmente tutti i lavoratori. Impresa assai ardua.
Già ieri sera, comunque, a qualche ora dall’inizio dello sciopero, il sindacato ha fatto la prima mossa: Bernard Thibault, segretario della CGT, ha incontrato il ministro del lavoro, proponendogli di aprire “dei negoziati a tre, con le direzioni delle società e i rappresentanti dello Stato, per ognuno dei regimi speciali”, mentre fino a questo momento aveva richiesto l’apertura di un negoziato globale.
Non è ancora chiaro se la strategia del sindacato sia dettata da realismo o sia uno stratagemma per gettare subito, fin dall’inizio di questa nuova mobilitazione, la palla nel campo del governo. Da parte sua, fino adesso l’esecutivo non ha compiuto nessun passo significativo, anzi ha dato l’impressione di desiderare uno scontro quanto più aspro possibile. Spera che più forti e prolungati saranno i disagi provocati dallo sciopero, tanto più facile sarà isolare i sindacati dal resto della società, battendoli su un punto altamente simbolico del programma del presidente, umiliandoli. L’obiettivo sembra essere quello di lanciare un segnale forte che marchi indelebilmente e durevolmente il quinquennio di Sarkozy.
Tuttavia, a rendergli il compito più difficile potrebbero essere i funzionari pubblici e gli insegnanti, che scenderanno in piazza il 20 novembre prossimo per protestare contro il progetto governativo di riduzione degli organici. Un conflitto sociale che si preannuncia quindi molto acuto ed assai vasto, quello che ricomincia oggi, se si considera che anche il mondo universitario è estremamente inquieto: gli studenti si oppongono da circa un mese alla riforma che introduce l’autonomia finanziaria degli atenei (legge Pécresse). Sono circa trenta le università in agitazione (ieri gli insegnanti dell’ateneo di Tolosa hanno deciso di scioperare insieme agli studenti) e, fra queste, una quindicina attua il blocco dei corsi.
Forse non aveva torto Sarkozy col suo slogan: “Insieme, tutto diventa possibile”. Se voleva fare da catalizzatore del malcontento, infatti, la missione può già dirsi compiuta.


Fonti: Le Figaro, Le Monde, Libération.

Foto: Bernard Thibault (Alain Bachellier, licenza CC).


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