29 novembre 2007

Tranquilli, qui in Francia tutto bene

Nove giorni consecutivi di sciopero, un grande tam tam mediatico per stigmatizzare l’egoismo dei manifestanti e allestire la tragicommedia degli utenti “ostaggi”, e ora? Nulla. Il governo e i sindacati hanno deciso di aprire dei negoziati con le direzioni delle società coinvolte nella riforma dei regimi pensionistici speciali (le più importanti, dal punto di vista simbolico, sono le ferrovie dello Stato – SNCF – e la metropolitana di Parigi – RATP), per trovare delle compensazioni all’applicazione della nuova soglia di contributi (40 anni per tutti). Ergo, di conflitto sociale nessuno parla più. Finito lo sciopero, gabbato il santo, potremmo dire. Già, ma chi è stato imbrogliato di più? La “base”, cioè quei lavoratori che, dopo una lunga e difficile lotta, accettano, loro malgrado, quelle mediazioni cercate fin dall’inizio da un sindacato che la percezione comune (non si sa quanto realistica) vuole debole e isolato? Oppure sono Sarkozy e il primo ministro Fillon ad aver ceduto di più? Certo, la loro faccia è salva (l’obiettivo di una rivincita dopo le elezioni presidenziali e politiche di appena qualche mese fa non è stato centrato), ma se dai negoziati la riforma dovesse uscire stravolta, la credibilità del presidente della Repubblica non ne uscirà rafforzata. E se a essere sconfitti fossero invece i sindacati? Pur consapevoli dell’asprezza del conflitto, hanno esitato molto, lanciando alla loro stessa base dei segnali contraddittori: vedere il segretario della principale organizzazione, la CGT, andare a colloquio dal ministro del lavoro poche ore prima dell’inizio dello sciopero, è sembrato ai più inopportuno. Eppure è stato un segnale che ha preparato il successivo cedimento sull’apertura di negoziati impresa per impresa, un’ipotesi che la CGT aveva nettamente scartato nelle settimane precedenti, chiedendo invece una contrattazione globale per l’insieme dei regimi speciali.
Per il momento la situazione resta fluida, le trattative sono in corso e se ne saprà di più tra qualche settimana. Certamente sin d’ora si può dire che è stata una crisi ambigua, gestita in modo tentennante, anche per l’inconfessato tentativo del governo, tanto evidente quanto vano, di soffiare sul fuoco del malcontento dei cittadini che non scioperavano e di piegare il movimento.

Il bastone e la carota, del resto, sono stati usati anche per cercare di spegnere la miccia delle università e di far digerire la legge sull’autonomia finanziaria che comporta l’ingresso dei privati negli atenei. Il ministro per l’Insegnamento superiore, Valérie Pécresse, pur rifiutando di ritirare il suo provvedimento, ha fatto una serie di concessioni, soprattutto per quanto riguarda le borse di studio e le condizioni di vita degli studenti. L’Unef, il principale sindacato studentesco, tra i massimi protagonisti della vittoriosa lotta contro il contratto di primo impiego di un anno e mezzo fa, si è dichiarato soddisfatto e pronto a far cessare le agitazioni. Eventuali sacche di resistenza da parte dell’ala radicale di un movimento già profondamente diviso, potrebbero essere spazzate via dalla mano dura della polizia, che ha già sgomberato gli atenei di Lione e Grenoble. Nel corso di una manifestazione svoltasi ieri a Nantes, le forze del disordine hanno ferito gravemente uno studente sparandogli in pieno volto un proiettile di gomma [1].

Come se il quadro non fosse già abbastanza fosco, nei giorni scorsi la periferia di Parigi si è incendiata nuovamente. Due ragazzini, sedici e diciassette anni, a bordo di una moto, sono stati urtati da una macchina della polizia, di ronda a Villiers-le-Bel. Sull’effettiva dinamica dell’incidente regna ancora l’incertezza, ma la reazione di una parte dei giovani di quella città non si è fatta attendere: devastazioni, incendi, saccheggi. Danni alla proprietà privata, certo, e anche ai simboli delle istituzioni e della repressione, come i commissariati di polizia. Ormai periodicamente, gente che è stata messa ai margini del benessere (dal punto di vista economico e quindi anche fisico) si ribella alla propria condizione nell’unica maniera che trova per farsi ascoltare. Stupefacente? Finché la risposta al disagio di chi vive in quei ghetti sarà data esclusivamente sul piano dell’ordine pubblico, del dispiegamento della polizia e del disprezzo orgogliosamente rivendicato (non molto tempo fa, l’allora ministro degli interni Sarkozy parlò di “feccia” e di quartieri da ripulire “con l’idrante”), qualcuno può davvero credere che episodi come quelli accaduti in questi giorni non si ripeteranno?
Ma il superpresidente è tornato ieri dalla Cina e adesso le cose le mette a posto lui. Potere del populismo, della demagogia e della strumentalizzazione, chi lo sa... Il fatto è che molti francesi sembrano credergli ancora.

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[1] Si tratta dei famigerati flashball, sparati dall’arma che vedete in questa fotografia. Ovvero: come ti risolvo il conflitto...

Sul sito del fabbricante, la Verney-Carron, leggiamo agghiacciati: “Grazie a dei proiettili studiati per evitare, anche a distanza molto ravvicinata, la penetrazione in un individuo normalmente abbigliato, [il Flash-Ball] provoca all’impatto l’equivalente di un KO tecnico. L’oppositore viene quindi messo fuori combattimento. [...] Con un look e una detonazione dissuasivi, un’impugnatura facile, una canna semplice o doppia, il Flash-Ball è leggero e robusto e si adatta a ogni situazione. Declinato in differenti versioni, possiede un’importante gamma di munizioni e di accessori che rendono completa quest’arma intelligente, tanto impressionante quanto efficace”. Munizioni, avete detto? Certo. Insieme a “tutta una serie di accessori”, vengono decantate le virtù dei proiettili: “La potenza dell’impatto del proiettile in caucciù morbido da 28 grammi è equivalente a quella di una 38 special e fa lo stesso effetto del pugno di un campione di pugilato. All’impatto esso si espande e distribuisce la forza su una superficie di circa 35 cm2”.
Il giocattolo in questione, oltre a essere intelligente e “rivoluzionario”, è classificato nella poco rassicurante categoria delle armi “a letalità attenuata”. E chi è il principale testimonial di cotanta tecnologia al servizio del bene pubblico? Lui, ovviamente, il piccolo Nicolas: “Quando i poliziotti ne sono dotati” – scrivono nel sito della Verney-Carron, riportando con orgoglio le parole del presidente Sarkozy – “i teppisti non si fanno vedere. Dire che la polizia deve restare democratica non significa condannarla all’inefficienza”, che diamine! E quindi Flash-Ball per tutti, per le Brigate anticriminalità, per i Gruppi d’intervento della polizia e per i RAID (sigla che sta per Ricerca Assistenza Intervento Dissuasione. Non vuol dire niente, ma faceva tanto legge e ordine...).



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1 commento:

meinong ha detto...

Comunque almeno questi combattono

Pensatoio