12 dicembre 2007

I democratici (cristiani) per la legge e l’ordine

Una delle perversioni più devastanti che di tanto in tanto mi concedo è, oltre al fugace brivido di uno o due post dei piddini di Kilombo (metablog delle... “sinistre”), la lettura di quell’autentica grancassa che è la Repubblica. Il partito è sempre quello, ovviamente: Democratico (Cristiano, perché in Italia la divisione fra Stato e Chiesa deve ancora venire. Aspettate, c’è tempo, è solo il 2007 in fin dei conti!). Conosci il nemico, si diceva una volta. E va bene, ma svegliarsi e leggersi gli editoriali di Massimo Giannini è qualcosa di più, è la realizzazione di un insano masochismo: so con certezza, dalle prime righe, che la mia giornata sarà irrimediabilmente rovinata*.
Oggi estraggo solo l’ultima parte del suo pezzo sullo sciopero degli autotrasportatori, che porta un titolo da “è arrivato il castigamatti”: “Non si tratta con chi protesta così”, lotta dura senza paura. Dice il nostro, per concludere: “Con chi tiene sotto ricatto la collettività, non si dovrebbe mai trattare. Non c’è bisogno di scomodare la Gran Bretagna di Margareth Thatcher, che al tempo delle lotte durissime dei minatori inglesi ripeteva ‘niente birra e panini al numero 10 di Downing Street’. Basta guardare alla Francia di Sarkozy, che ha retto l’urto dei ferrovieri e degli autotrasportatori per un’intera settimana. Alla fine hanno ceduto loro. E solo a quel punto hanno trovato udienza a Palazzo Matignon”.
Peccato davvero che la storia di quest’ultimo conflitto in Francia non sia andata esattamente come piacerebbe a Giannini, non a caso estimatore di un politico di destra molto insidioso come il piccolo Nicolas. Intanto lo sciopero non riguardava affatto gli autotrasportatori, ma i ferrovieri, i conducenti della metropolitana e più in generale tutti i lavoratori dei cosiddetti “regimi speciali” (per esempio anche quelli delle aziende dell’elettricità o del gas), cioè quelli ai quali era fin qui riconosciuta una specificità che consentiva loro di andare in pensione con 37 anni e mezzo di contributi anziché gli attuali 40 previsti per le altre categorie (la riforma Sarkozy-Fillon vuole innalzare a 40 anni i contributi anche per loro e portarli a 41 o 42 anni per gli altri lavoratori nel 2008). Lo sciopero è durato nove giorni, non una settimana e al di là degli atteggiamenti fintamente baldanzosi del governo, che fosse necessario aprire una trattativa con i sindacati era ben chiaro a tutti già dalle prime ore, vista l’adesione massiccia e la rabbia della base. Non si è atteso che l’agitazione finisse per comprenderlo. Pare che ai negoziati, cui partecipano tuttora anche le direzioni delle società interessate (la SNCF, per esempio, o la RATP), si stia ottenendo qualche misura che riduce l’impatto della cosiddetta “riforma” (che è, in realtà, un arretramento rispetto ai diritti acquisiti) . Questo, poco o tanto che sia (lo si vedrà al termine dei negoziati), è possibile non perché gli scioperanti hanno ceduto davanti alla presunta “fermezza” del governo, ma al contrario, perché hanno resistito oltre le sue previsioni, attuando, oltre ai classici picchetti, anche sporadiche forme di boicottaggio dei crumiri come il blocco dei treni in partenza. Sembra persino superfluo dirlo, ma tant’è...
Ci si chiede sinceramente fin dove può arrivare l’attacco al diritto di sciopero - che è il vero obiettivo di Giannini, secondo una moda che non conosce confini. Posto che l’astensione dal lavoro non è proclamata per fare “ostaggi” (versione francese del “ricatto alla collettività” italiano) ma per ottenere soddisfazione una volta aperta una vertenza, forse è proprio di questo che Giannini avrebbe potuto parlarci: di come i media come quello su cui scrive sollecitino, ingigantiscano e poi utilizzino il malcontento di chi non sciopera, in chiave antisindacale e autoritaria. In questo caso (ma solo in questo), il paragone tra la Francia e l’Italia sarebbe stato opportuno.

* Tranquillizzatevi, comunque, sto cercando di smettere! E vi risparmio il coretto di Giovanni Valentini, per il quale “una sfida tuttora attuale per i riformisti italiani, a cominciare naturalmente dal Partito democratico” sarebbe quella di fare proprio, sulla scia di quanto fatto da Tony Blair, il proposito di instaurare “law and order, legge e ordine”. E adesso un consiglio. Se rifuggite la propaganda e avete voglia di vederci un po’ più chiaro sul contesto di questa protesta (durissima, certo, ma chi l’ha detto che il conflitto deve essere dolce e innocuo, sopportabile perché non incide sulla nostra quotidianità?), andate a leggere questa analisi controcorrente di Mario. Difficile che possiate trovare sui nostri media qualcosa di simile.


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1 commento:

Massimo ha detto...

Che dire Gab? Mi conosci e non posso che darti ragione: l'obiettivo di scioperare è quello di uscire dalle quattro pareti della quotidianità del proprio lavoro e far sapere agli altri che c'è un sopruso, un malessere, un conflitto. Insomma è una specie di coming out. L'idea che lo sciopero sia una specia di masochista cattiveria inflitta alla collettività è assurda ma abilmente coltivata -intenzionalmente se vuoi il mio parere- da media e classe politica, che preferiscono stordire con allarmismi piuttosto che informare. Io personalmente, gli unici servizi che garantirei sono i servizi sanitari, per il resto, diritto allo sciopero.
Per esempio, qualche giorno fa a Torino, sciopero dei trasporti pubblici, dalle 9:00 alle 18:00, così per non urtare troppo quelli che devono andare al lavoro e tornare a casa... Boh!