Catania Pride 2008 - 5 luglio

14 novembre 2007

Francia, sciopero a oltranza

Quando è carrée, significa che la mobilitazione sarà massiccia e molto estesa, ma avrà una durata prestabilita, per esempio ventiquattro ore: passata la giornata durante la quale l’attività lavorativa si blocca, i rappresentanti soppesano l’ampiezza dell’adesione per poi farla pesare al tavolo dei negoziati. Se invece è reconductible, si sa quando comincia ma non quando finisce, poiché può essere prolungata indefinitamente. È la grève, lo sciopero in Francia.
Quella proclamata per oggi dai sindacati del settore dei trasporti e dei servizi (come luce e gas) è la seconda grande astensione dal lavoro organizzata in un mese contro la riforma dei regimi pensionistici speciali, voluta da Sarkozy e dal suo Primo ministro François Fillon (ne ho già parlato qui e qui). Reconductible, a oltranza, il che presuppone, almeno in teoria, un lungo braccio di ferro. Oggi, mentre è in atto il primo grande conflitto sociale che Sarkozy si trova ad affrontare, il governo pare puntare tutto sul carattere cosiddetto “impopolare” dello sciopero: non siamo più al lungo conflitto del 1995, che coinvolgeva il settore pubblico e quello privato insieme ai regimi speciali, uniti e solidali contro la riforma delle pensioni. Le maggioranze di destra che da allora si sono succedute al governo, sono riuscite ad approvare, in momenti diversi, delle “riforme” per i differenti settori, separandone così le sorti, tanto da far apparire chi ancora oggi gode di un regime speciale, come un privilegiato che rifiuta di adeguarsi alla congiuntura. I media fanno da grancassa e chi non riesce a raggiungere il proprio posto di lavoro a causa del blocco nei trasporti (in Francia non esiste ancora il servizio minimo garantito), si vede appioppare il titolo di “ostaggio” nelle mani di manifestanti egoisti e viziati. È raro che si dia voce a chi, pur non interessato dalla riforma, si sente comunque solidale con i lavoratori in lotta. I sindacati francesi contrastano la propaganda governativa facendo notare che si parte dalla difesa dei diritti acquisiti per tornare a estenderli a tutti e per impedire che si continui su questa china, qualsiasi sia la categoria colpita. Che il conflitto in atto oggi, insomma, riguarda potenzialmente tutti i lavoratori. Impresa assai ardua.
Già ieri sera, comunque, a qualche ora dall’inizio dello sciopero, il sindacato ha fatto la prima mossa: Bernard Thibault, segretario della CGT, ha incontrato il ministro del lavoro, proponendogli di aprire “dei negoziati a tre, con le direzioni delle società e i rappresentanti dello Stato, per ognuno dei regimi speciali”, mentre fino a questo momento aveva richiesto l’apertura di un negoziato globale.
Non è ancora chiaro se la strategia del sindacato sia dettata da realismo o sia uno stratagemma per gettare subito, fin dall’inizio di questa nuova mobilitazione, la palla nel campo del governo. Da parte sua, fino adesso l’esecutivo non ha compiuto nessun passo significativo, anzi ha dato l’impressione di desiderare uno scontro quanto più aspro possibile. Spera che più forti e prolungati saranno i disagi provocati dallo sciopero, tanto più facile sarà isolare i sindacati dal resto della società, battendoli su un punto altamente simbolico del programma del presidente, umiliandoli. L’obiettivo sembra essere quello di lanciare un segnale forte che marchi indelebilmente e durevolmente il quinquennio di Sarkozy.
Tuttavia, a rendergli il compito più difficile potrebbero essere i funzionari pubblici e gli insegnanti, che scenderanno in piazza il 20 novembre prossimo per protestare contro il progetto governativo di riduzione degli organici. Un conflitto sociale che si preannuncia quindi molto acuto ed assai vasto, quello che ricomincia oggi, se si considera che anche il mondo universitario è estremamente inquieto: gli studenti si oppongono da circa un mese alla riforma che introduce l’autonomia finanziaria degli atenei (legge Pécresse). Sono circa trenta le università in agitazione (ieri gli insegnanti dell’ateneo di Tolosa hanno deciso di scioperare insieme agli studenti) e, fra queste, una quindicina attua il blocco dei corsi.
Forse non aveva torto Sarkozy col suo slogan: “Insieme, tutto diventa possibile”. Se voleva fare da catalizzatore del malcontento, infatti, la missione può già dirsi compiuta.


Fonti: Le Figaro, Le Monde, Libération.

Foto: Bernard Thibault (Alain Bachellier, licenza CC).


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07 novembre 2007

Agire prima del boia, urgente

L’allarme è partito dall’Irqo, l’associazione queer iraniana con sede in Canada, ed è stato rilanciato dai gruppi francesi e inglesi: Makwan Moloudzadeh, un kurdo iraniano di 21 anni, potrebbe essere presto impiccato. La sua colpa? Quella di aver commesso, almeno secondo le autorità iraniane che l’hanno processato, il crimine di lavat-e iqabi, cioè rapporti anali.
Il giudizio è stato emesso in prima istanza il 7 giugno scorso dalla prima camera del tribunale penale di Kermanshah, nell’Iran dell’ovest. A portare alla sbarra Makwan Moloudzadeh è stato un altro ragazzo che lo ha accusato di averlo violentato. Durante gli interrogatori in carcere, Makwan avrebbe subito maltrattamenti, e solo in seguito a questi avrebbe confessato di aver avuto un rapporto sessuale con il suo accusatore. È importante notare che all’epoca in cui sarebbero avvenuti i fatti, cioè nel 1999, i due ragazzi avevano appena tredici anni.
Per tutti i minori di quattordici anni colpevoli di “atti omosessuali”, la legge iraniana prevede “solo” 74 frustate. Questa volta, però, e nonostante la ritrattazione scritta dei testimoni dell’accusa, il giudice, esercitando una sua facoltà, cioè l’affermazione di una convinzione personale che non necessita di prove (elm-e qazi), si è detto certo che tra i due c’è stata penetrazione. Da qui la condanna a morte per Makwan Moloudzadeh, una sentenza che la Corte Suprema non ha mancato di confermare il 1° agosto scorso. Makwan dovrà essere ucciso in pubblico, non lontano dalla propria abitazione.
Le varie fonti reperibili (che trovate, come sempre, alla fine di questo post) non precisano se sia una questione di giorni o di ore. Probabilmente nessuno lo sa, viste le scontate difficoltà frapposte dall’Iran alla circolazione di notizie di questa natura. È chiaro, però, che bisogna intervenire in fretta perché l’esecuzione della sentenza venga bloccata. L’associazione francese SOS-Homophobie, così come la sezione belga di Amnesty International, chiedono di fare pressione sulle autorità di quel paese, inviando loro delle e-mail (in persiano, in arabo, in inglese o nella vostra lingua), nelle quali:

- si preghi il responsabile del potere giudiziario di chiedere alla Corte Suprema di riesaminare il caso di Makwan Moloudzadeh, che era minorenne al momento del presunto delitto, secondo il Codice civile e il Codice penale iraniani;
- ci si mostri preoccupati all’idea che Makwan Moloudzadeh non abbia beneficiato di un procedimento equo, dal momento che il giudice si è basato su criteri soggettivi e arbitrari, contrari alla Convenzione sui diritti dell’infanzia, e che nessuno sembra aver tenuto conto, nella procedura d’appello, del fatto che i testimoni avevano ritrattato le loro dichiarazioni;
- ci si dichiari preoccupati all’idea che Makwan Moloudzadeh sia mandato a morte per fatti commessi quando aveva meno di diciotto anni, e si chieda alle autorità di impedire immediatamente l’esecuzione e a commutare la pena;
- si ricordi alle autorità che il Patto internazionale sui diritti civili e politici e la Convenzione sui diritti dell’infanzia, due trattati che l’Iran ha sottoscritto, vietano il ricorso alla pena capitale contro i minori di diciotto anni al momento dei fatti contestati, e che l’esecuzione di Makwan Moloudzadeh costituirebbe una violazione del diritto internazionale;
- si chieda alle autorità iraniane l’impegno ad abolire la pena di morte per i delitti commessi dai minori di diciotto anni, al fine di rendere il diritto iraniano conforme agli impegni presi da quello stato nei confronti del diritto internazionale;
- si faccia presente che riconoscete a tutti gli Stati il diritto e il dovere di processare le persone sospettate di aver infranto la legge, ma che vi opponete alla pena di morte in qualsiasi circostanza;
- si chieda il più generale rispetto per i diritti di gay, lesbiche, bisessuali e transessuali.

Potete spedire le vostre e-mail di protesta a

Guida spirituale della Repubblica islamica d'Iran:
His Excellency Ayatollah Sayed 'Ali Khamenei
info@leader.ir
(Formula d'inizio: Your Excellency oppure Excellence,...)

Responsabile del potere giudiziario:
Ayatollah Mahmoud Hashemi Shahroudi
Ministry of Justice, Ministry of Justice Building,
Panzdah-Khordad Square
info@dadgostary-tehran.ir
(nel campo destinato all’oggetto, scrivere: "FAO Ayatollah Shahroudi". Formula d’inizio: Your Excellency)

Mettere in copia

Presidente del Majlis-e Shoura-e Islami (Assemblea consultiva islamica):
hadadadel@majlis.ir
(Formula d’inizio: Your Excellency,...)

Direttore della prigione centrale di Kermanshah:
markazi@kermanshaprisons.ir
ahead@kermanshaprisons.ir
(Formula d’inizio: Dear Sir,...)

Fonti: Amnesty International Belgique, Irqo, Têtu, SOS-Homophobie.



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04 novembre 2007

È morto Massimo Consoli

A me sembrava instancabile. L’ultima mail di Massimo Consoli, di quelle che faceva girare a tutti i suoi contatti, l’ho avuta circa due mesi fa. Conteneva la proposta di istituire “un ufficio [...] che abbia lo scopo di ricordare le ricorrenze di personaggi e fatti importanti per la nostra storia e curarne la valorizzazione”, e parlava della storia del movimento gay, lesbico, bisessuale e transessuale, quella che fino all’ultimo non si è stancato d’indagare. La sua idea nasceva dal fatto di non aver potuto organizzare, a causa della malattia di cui soffriva da tempo e che l’ha portato via stanotte intorno alle 2, l’annuale commemorazione della nascita del suo amico Dario Bellezza, deceduto nel 1996. “Proprio non ce l’ho fatta”, aveva fatto sapere lo scrittore e giornalista romano in quella mail.
Il ricordo personale che ho di Consoli risale a qualche anno fa, quando lo incontrai per alcune ricerche storiche su un caso del quale lui si era occupato all’epoca dei fatti. Insieme ad un mio amico, m’intrattenni con lui per qualche ora, nella sua casa a Frattocchie, dove ci raccontò delle sue avventure in giro per il mondo, la sua eterna battaglia per costruire una comunità glbt degna di questo nome, con un entusiasmo ed un’esuberanza che a me, timidino e nordico, sembravano perfino eccessivi. Non mancò, ovviamente, di farmi visitare il suo sterminato archivio gay, sistemato in un capannone nel giardino di casa. Stramalediva il governo dell’epoca che aveva sì concesso all’archivio lo status di bene d’interesse storico e culturale, ma l’aveva lasciato poi in abbandono, impedendo peraltro a Consoli, in quanto ex proprietario, di continuare a gestirlo. La questione si è nel frattempo risolta e quell’incredibile raccolta di oggetti fa parte ora dell’Archivio di Stato ed è aperta alla consultazione. All’epoca in cui lo visitai io, però, a quel capannone mancava persino la luce e Consoli, che illuminava le sue relique con una torcia elettrica, scherzando lo chiamava “‘a dark-room de Frattocchie”.
Grazie di tutto, Massimo.



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23 ottobre 2007

Il Vaticano marcia su Roma

Domenica prossima, nella basilica di San Pietro, saranno beatificati 498 religiosi spagnoli uccisi alla fine della Seconda Repubblica spagnola e durante la guerra civile. Si tratta della più grande beatificazione di massa mai realizzata ed è previsto a Roma, manco a dirlo, l’arrivo di centinaia di migliaia di pellegrini (c’è chi dice che saranno un milione). A destare grande perplessità, fra le altre cose, è la scelta della data: si tratta dell’85° anniversario della marcia su Roma e del 25° della vittoria dei socialisti di Gonzales alle elezioni politiche spagnole.
Benché le gerarchie ecclesiastiche si affannino ad assicurare che si tratta di mere coincidenze, la scelta compiuta dalla Chiesa non inganna il quotidiano El País, che commenta così la notizia: “I vescovi vogliono riempire Roma per dimostrare che la loro egemonia continua anche nella Spagna del cosidetto fondamentalismo laicista” (questa espressione vi ricorda qualcosa?). Assurdo che la Chiesa pretenda di riscrivere la storia di una lotta della quale fu parte attiva negli anni 30, contribuendo ad alimentare la confusione su chi aveva fortemente voluto quella guerra civile e chi invece si difendeva dal sollevamento militare guidato da Francisco Franco. Il giornale di Madrid ricorda la feroce opposizione dei membri del clero alla Repubblica spagnola e il loro aperto sostegno al franchismo: “Così è stato sparso il seme di quello che loro chiamano ‘la più grande persecuzione religiosa della storia di Spagna’, vittime – ma anche carnefici – di una guerra incivile che i prelati suscitarono, applaudirono e benedirono”.
Altra curiosa “coincidenza”: la Spagna ha appena approvato una legge proprio per commemorare le vittime della guerra civile e della dittatura franchista. Così, per l’ennesima volta, la Chiesa interviene pesantemente nel dibattito politico di uno Stato sovrano. Se la pratica di beatificazione di questi “martiri” era stata bloccata fino al pontificato di Paolo VI ed è stata iniziata solo da Giovanni Paolo II, quale miglior occasione dell’elezione di Ratzinger per completare l’opera?
Fonte: El País.E chi ne ha parlato fino adesso in Italia? Mistero (della fede?). Per fortuna, però, ci sono loro: qui il comunicato di Facciamo Breccia, dal quale ho preso il titolo per questo post. Diffondete il più possibile.

Fonte: El País.



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21 ottobre 2007

“Scioperiamo per tutti”, ma i sindacati si dividono

Lo sciopero contro la riforma dei regimi pensionistici speciali può dirsi concluso, almeno per il momento. Il traffico ferroviario e quello dei trasporti urbani, infatti, è tornato oggi quasi alla normalità in tutta la Francia. L’astensione dal lavoro di 24 ore proclamata giovedì scorso da tutti i sindacati e proseguita nelle giornate di venerdì e sabato dalle sole organizzazioni Sud-Rail e Force Ouvrière (che rappresentano il 21% di tutto il personale delle ferrovie e il 29% dei macchinisti) non ha ammorbidito le posizioni del governo, che conferma l’intenzione di portare a termine una riforma che giudica “indispensabile”. È attesa per domani una riunione intersindacale per decidere le prossime mosse, mentre il ministro del lavoro, Xavier Bertrand, si è detto disponibile a incontrare i rappresentanti delle organizzazioni dei lavoratori la prossima settimana, pur senza mai pronunciare la parola “negoziato”.
Intanto, però, c’è da registrare la rottura del fronte sindacale unitario che si era formato alla vigilia dello sciopero del 18 ottobre: la Federazione generale autonoma dei macchinisti (FGAAC), che alle ultime elezioni interne della società delle ferrovie (SNCF) ha preso il 2,9% dei voti di tutte le categorie ma il 29% di quella dei conducenti, ha chiesto ai propri aderenti di interrompere definitivamente lo stato d’agitazione. Prima ancora dell’apertura dei negoziati col governo, la FGAAC ha trattato separatamente con i vertici dell’azienda, all’insaputa delle altre organizzazioni, ottenendo per i macchinisti della SNCF un’attenuazione degli effetti della riforma, almeno a parole. La novità principale starebbe nel fatto che il cumulo dei contributi sarà innalzato, come esige il governo, da 37 anni e mezzo a 40, ma i conducenti assunti a partire dal 2009 potranno andare in pensione anche prima dei 55 anni previsti, scalando dal periodo rimanente al raggiungimento del 55° anno un capitale-tempo che avranno accumulato rinunciando a delle giornate di riposo. Quello stesso capitale-tempo potrà essere convertito in salario, se il macchinista dovesse invece scegliere di lavorare fino all’età pensionabile.
Furente, com’era prevedibile, la reazione della CGT – il principale sindacato della SNCF e dell’azienda dei trasporti di Parigi – che puntava ad estendere le rivendicazioni a quante più categorie possibili per tenerle unite e solidali nella lotta contro questa riforma fortemente voluta dal presidente Nicolas Sarkozy. Contro la strategia della CGT di puntare a una sola giornata di sciopero, invece che alla prosecuzione della protesta fino a ottenere il ritiro della riforma, si sono pronunciati Force Ouvrière e Sud-Rail. Questi ultimi hanno scritto in un volantino che “mai il governo e la direzione [della SNCF, n.d.r] hanno ceduto su vertenze di questa importanza dopo 24 ore di sciopero. La tattica dei ‘tempi forti’ di 24 ore è quella seguita nel 2003, e abbiamo perso”, affermano, ricordando la sconfitta della mobilitazione contro la riforma dell’allora ministro del lavoro Fillon, che ha portato all’innalzamento dei contributi per i lavoratori del settore pubblico a 40 anni.
La prossima sarà probabilmente una settimana decisiva per comprendere le sorti di questo movimento e, più in generale, della lotta sociale nella Francia dell’era Sarkozy. Come ha fatto notare un commentatore di Libération, con toni per quel quotidiano ormai desueti, “la vera natura del regime di Sarkozy, la sua natura di classe, come si diceva un tempo, si sta rivelando apertamente. […] Se la sinistra non fosse in stato comatoso, non le mancherebbero le occasioni per rientrare in gioco”.

Grégory, ferroviere di Bordeaux, aderente a Force Ouvrière:



“Il 18 ottobre scioperiamo per difendere non soltanto i regimi speciali che sono rimessi in discussione oggi ma, più in generale, tutto il capitolo delle pensioni, poiché questo riguarda tutti i lavoratori francesi. Infatti – e questo è stato annunciato molto chiaramente – a partire dal 2008 tutto il regime generale farà un nuovo passo indietro dal punto di vista sociale, passando a 41 anni e a 42 in prospettiva. Quindi, noi di Force Ouvrière pensiamo che, per il momento, il solo mezzo per resistere sulla base dei 40 anni prima di tornare a 37 anni e mezzo per tutti, è quello di conservare i regimi speciali”.

Fonti: CGT, FGAAC, Le Figaro, Le Monde, Libération, Sud-Rail, Wikipédia.


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18 ottobre 2007

La Francia si risveglia, contro Sarkozy

Primi seri guai per il presidente francese Nicolas Sarkozy: il grande sciopero nazionale proclamato oggi da tutti i sindacati francesi per opporsi alla sua riforma dei regimi pensionistici speciali ha avuto un grande successo. Praticamente fermi i trasporti e fortemente rallentati alcuni servizi, la Francia ha vissuto il suo primo “giovedì nero” dell’era Sarkozy.
I regimi pensionistici speciali riguardano un milione seicentomila francesi (cinquecentomila contribuenti e un milione centomila pensionati) e rappresentano il 6% delle pensioni versate ogni anno. Sono circa una quindicina e sono destinati a compensare la pesantezza di alcuni mestieri (quelli che in Italia si chiamerebbero “lavori usuranti”) o le particolari caratteristiche di altri. Tra i regimi speciali più importanti si trovano quello della società dell’elettricità e del gas (EDF-GDF: 150 000 contribuenti e altrettanti pensionati), le ferrovie dello stato (SNCF: 178 000 lavoratori attivi e 190 000 pensionati), l’azienda dei trasporti urbani di Parigi (RATP: 44 000 attivi e 28 000 pensionati), i marinai (40 000 contribuenti e 75 000 pensionati), i minatori (13 000 attivi e 200 000 pensionati). Mentre un lavoratore del settore pubblico o del settore privato va in pensione a 60 anni dopo aver cumulato 40 anni di contributi (41 anni nel settore privato a partire dal 2012), quelli che appartengono ai regimi speciali hanno diritto a ritirarsi prima: dall’età di 50-55 anni i ferrovieri, da 50 a 60 anni i lavoratori della RATP e quelli di EDF-GDF. Tutti gli appartenenti ai regimi speciali, comunque, con 37 anni e mezzo di contributi.
Proprio qui sta il nodo, anche simbolico, della riforma imposta da Sarkozy e dal suo Primo ministro, François Fillon: l’innalzamento dei contributi a 40 anni anche per i regimi speciali. L’iniziativa è dello stesso presidente della Repubblica che, il 1° agosto di quest’anno, ha chiesto al ministro del lavoro di provvedere a sanare quella che Fillon ha poi definito “la più grande ingiustizia”. Nessun tavolo di trattativa (o di “concertazione”, come si usa dire in Italia) è stato aperto e i sindacati hanno quindi previsto per la giornata di ieri un’astensione dal lavoro di 24 ore. Malgrado i tentativi di dividere l’opinione pubblica dal movimento sindacale (un sondaggio dell’IFOP sosteneva che il 61% dei francesi giudica lo sciopero “ingiustificato”, mentre secondo l’istituto CSA a sostenere la mobilitazione o a guardarla con simpatia era il 54%), i lavoratori hanno risposto massicciamente e i dati ufficiali parlano chiaro: 80% di adesioni all’EDF-GDF con il taglio dell’energia elettrica alla residenza secondaria di Sarkozy a Versailles, 73,5% alla SNCF con un traffico ferroviario praticamente bloccato e stazioni deserte, 59% alla RATP, il 20% dei funzionari del Tesoro, il 10,2% degli impiegati dell’azienda telefonica France Télécom, il 10% dei dipendenti delle Poste (il 30% dei postini a Parigi), il 7% dei lavoratori della funzione pubblica dello Stato. Perfino il telegiornale di France 3 è dovuto andare in onda con le sole immagini, senza giornalista in studio. Eppoi manifestazioni in tutti i centri più importanti, compresa la capitale dove il servizio di noleggio di biciclette predisposto qualche mese fa dal comune, Vélib’, è stato preso d’assalto per ovviare all’assenza quasi totale di bus e metrò. Immancabili le enormi code in entrata e in uscita a Parigi.
Nel frattempo, il governo ostenta la massima tranquillità e, per bocca del ministro del lavoro Xavier Bertrand, si dice disposto a ricevere i sindacati la settimana prossima. Intanto, però, plana sulla Francia l’incubo del 1995, quando il tentativo di imporre lo stesso tipo di riforma, esperito dall’allora Primo ministro Alain Juppé, dovette scontrarsi con uno sciopero che, protrattosi per tre lunghissime settimane e dilagato in molte categorie diverse, paralizzò letteralmente il paese. Sarkozy è convinto che quello resta un episodio unico del conflitto sociale in Francia perché a favore della sua azione, secondo lui, si schiererebbe oggi la maggioranza dei francesi. È probabile invece che la forza, la durata e il successo registrati in quella lotta ormai lontana sia difficilmente ripetibile perché, nel frattempo, la destra francese è riuscita ad “isolare” i regimi speciali, modificando gradualmente quelli del settore privato e del settore pubblico, i cui lavoratori potrebbero sentirsi ormai estranei alla lotta in corso, quindi non più disposti ad offrire la loro solidarietà agli scioperanti, come invece accadde nel 1995.
La verità, comunque, è che nessuno, a conclusione di questa prima importante giornata di mobilitazione, sa davvero come potrà andare a finire. Non i sindacati, la cui unità è ancora una volta in bilico: da un lato la CGT (l’equivalente della CGIL), maggioritaria, che attende le proposte del governo e vorrebbe risparmiare le energie per eventuali successive mobilitazioni contro la riforma; dall’altro le organizzazioni minori ma molto combattive come FO (Force Ouvrière) e SUD, le quali chiedono che, sull’onda del successo registrato questo giovedì, lo sciopero venga immediatamente prolungato. In effetti, gli aderenti a queste sigle hanno deciso di astenersi dal lavoro anche domani.
Tuttavia è probabile che anche Sarkozy tema le incognite di questo confronto se, attraverso un comunicato diffuso dall’Eliseo con singolare tempismo, tenta di sviare l’attenzione dei media dai temi sociali che hanno tenuto banco oggi, alle vicende di cronaca rosa che lo riguardano personalmente, cioè l’annuncio del suo divorzio da Cécilia. È solo un sospetto (avanzato, peraltro, anche dal Partito Socialista) ma, visto il personaggio, si tratta di un’ipotesi più che plausibile.

Fonti: AFP, AP e Reuters via Yahoo France; Le Monde; Le Journal du Dimanche.

Avete detto “matrimoni di serie B”?

Il compassato Bollettino d’informazione statistica del Ministero della giustizia francese conteneva, nel numero di ottobre, uno studio riguardante i PaCS stipulati dal 1999 al 2006. Se fino a quest’anno l’unica cifra che si poteva conoscere era quella relativa alle coppie che avevano deciso di firmare un Patto Civile di Solidarietà, oggi la legge consente, per la prima volta, la raccolta di molti altri dati. Questi si rivelano estremamente utili per capire come la società francese ha accolto i PaCS e, forse, anche per cominciare a porsi qualche domanda sulle ragioni che spingono l’Italia a rifiutare un provvedimento di quel tipo. A tutto ciò abbiamo accennato nella trasmissione radiofonica Flash Beat, andata in onda l’atroieri.
Innanzitutto c’è da dire che, da quando è stato varato questo istituto giuridico, il numero di PaCS stipulati ogni anno non ha mai smesso di crescere: se nel 2004 erano stati contratti 40.093 PaCS, l’anno scorso questi sono stati ben 77.362 (l’incremento rispetto al 2005 è stato del 27,9%). Possiamo dire, insomma, che sottoscrivere un PaCS è diventato ormai un fatto comune, quasi banale. L’ampiezza del fenomeno mostra che la richiesta di un riconoscimento della propria vita di coppia al di fuori del matrimonio, esiste effettivamente nelle nostre società. Il messaggio è talmente chiaro che oramai persino la destra sembra averlo fatto proprio – e stiamo parlando di quella stessa parte politica che, al momento dell’approvazione dei PaCS, aveva gridato allo scandalo e agitato le piazze contro il pericolo di un declino irreversibile che avrebbe colpito la Francia.
Tuttavia, il dato più interessante è sicuramente quello sul sesso dei partner: mentre nel primo periodo di applicazione della legge (novembre-dicembre 1999) il 42% dei patti era stato sottoscritto da coppie formate da persone dello stesso sesso, questa percentuale è andata via via diminuendo e nel 2006 solo il 7% dei PaCS è stato stipulato tra due uomini o due donne. Avete letto bene: il 7%. Globalmente, dal 1999 fino a tutto il 2006, sul totale dei pacsati e delle pacsate, solo il 12% sono omosessuali. Questo dato è strabiliante, a mio avviso e anche secondo il parere delle associazioni glbt francesi, perché smentisce in maniera assolutamente cristallina uno dei luoghi comuni invocati otto anni fa in Francia – e, oggi, in Italia – per non approvare una legge sulle unioni civili: il fatto che essa riguarderebbe potenzialmente solo un’esigua minoranza di persone, cioè i gay e le lesbiche. Ebbene, l’esperienza francese dimostra che ad avvalersi di questo strumento – caratterizzao da meno diritti rispetto al matrimonio, ma anche da un impegno più facilmente dissolubile – sono proprio le coppie eterosessuali (93% dei PaCS stipulati nel 2006). Nessun “matrimonio di serie B”, dunque, ma una possibilità in più offerta a tutte le coppie per organizzare la propria convivenza in un quadro giuridico certo.
Leggendo questi dati, quindi, risulta evidente che la battaglia per il riconoscimento delle unioni di fatto – anche indipendentemente da quella sull’apertura del matrimonio alle coppie formate da persone dello stesso sesso – concerne tutte e tutti, gay e lesbiche certamente, ma in primo luogo gli e le eterosessuali.
Altri dati, poi, ci aiutano a sfatare ancora qualche mito. Per esempio: chi l’ha detto che le coppie gay o lesbiche sono più fragili, meno solide di quelle etero? È vero l’esatto contrario: anche se il 14% di tutti i PaCS sin qui stipulati è stato sciolto, il tasso di rottura è in costante diminuzione e, dopo sei anni di unione, nel 2006 è rimasto solo di poco superiore a quello dei divorzi (20,4% contro il 15,4%). Se una vera differenza in questo ambito si può riscontrare, questa riguarda semmai il momento in cui interviene la separazione: la dissoluzione di un PaCS avviene generalmente prima del terzo anno, mentre i divorzi seguono un andamento contrario e diventano più frequenti proprio a partire dal terzo anno.
Infine, qual è il “peso” dei Patti Civili di Solidarietà sul totale delle unioni celebrate ogni anno? Considerando solo quelle eterosessuali (dal momento che il matrimonio non è consentito a gay e lesbiche), il Bollettino rileva che “se nel 2000 il numero di PaCS stipulati rappresentava il 5% del totale delle unioni” (cioè PaCS più matrimoni), nel 2006 quella cifra è salita al 25%. Come dire che su quattro unioni eterosessuali, nel 2006 tre erano matrimoni e uno era un PaCS. Tuttavia, questo non si può interpretare come “un semplice fenomeno di sostituzione poiché il numero di PaCS sottoscritti ogni anno” – scrive Valérie Carrasco nel Bollettino – “supera di gran lunga quello del calo annuale dei matrimoni”. In buona sostanza: ogni anno ci sono molte più persone che decidono di pacsarsi rispetto a quelle che decidono di non sposarsi.
Secondo un’ipotesi avanzata ieri in trasmissione dalla portavoce del TorinoPride, Roberta Padovano, le resistenze italiane all’istituzione dei PaCS non sarebbero causate tanto dal riconoscimento delle coppie omosessuali, quanto piuttosto dalla possibilità offerta a tutt* di costruire la propria relazione al di là delle regole stantie ed opprimenti del matrimonio. Un’opportunità negata in Italia, dove si vorrebbe far prevalere ancora – se interpreto bene il pensiero di Roberta – una concezione rigida e maschilista dei rapporti di coppia. La discussione è aperta...

17 ottobre 2007

Podcast 4 - PaCS solo per una minoranza? Il 93% è etero...

Il mio intervento alla trasmissione Flash Beat su Radio Flash. Conduce Marina Paganotto, ospite in studio Roberta Padovano del Circolo Maurice di Torino. Un commento alle ultime statistiche sui PaCS francesi.









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16 ottobre 2007

Avviso ai naviganti

Se volete, potete ascoltarmi oggi, intorno alle 16, su Radio Flash. Nell’ambito della trasmissione Flash Beat tradizionalmente dedicata, ogni martedì, alle tematiche glbt, la conduttrice Marina Paganotto si collegherà, insieme alla portavoce del TorinoPride Roberta Padovano, con... il sottoscritto. Si parlerà delle ultime statistiche pubblicate sui PaCS in Francia.
Per chi si trova a Torino e provincia, la frequenza è 97.6 Mhz.
Per tutt*, il link per ascoltare Radio Flash on line in diretta è questo: RadioFlash FM.

14 ottobre 2007

Meglio una passeggiata

Mi sono ripromesso di non spendere più di un misero minuto del mio tempo per la pagliacciata che “va in onda” oggi in tutta Italia e che porterà all’elezione di Veltroni a segretario del PD. Del resto, l’idea di andare a votare non mi ha mai nemmeno sfiorato: credo ci sia, infatti, un’incompatibilità evidente tra l’avere idee di sinistra (cioè, coi tempi che corrono, fare resistenza) e aderire al progetto clericale del PD. È la regressione della politica e soprattutto dell’elettorato italiano, che mi colpisce. Non sto insultando, constato. E, se proprio volete sapere perché non andare a votare, ecco le motivazioni di Elfobruno, che mi trovano sostanzialmente d’accordo.
Il problema è, semmai, cosa costruire dopo la nascita del nuovo partito democristiano, visto che anche la sinistra cosiddetta radicale, di radicale non ha proprio nulla e ha miseramente fallito il proprio compito.

09 ottobre 2007

Pompieri e banane

Sono appena tornato dall’Italia e vorrei riferirvi due notizie pubblicate venerdì scorso in due distinti trafiletti dell’edizione cartacea di Repubblica (pagina 18). Erano praticamente identici e mi stupisce che questa stranezza non sia stata notata. Per questo li riporto integralmente.

“LONDRA – Quattro pompieri britannici che hanno disturbato un gruppo di omosessuali che facevano sesso all’aperto sono stati censurati e multati dopo che una delle persone sorprese ha accusato un vigile del fuoco di aver usato un atteggiamento omofobico. Secondo la stampa britannica, i pompieri hanno acceso le loro torce dal mezzo su cui viaggiavano sul gruppo di gay. Al termine di un’inchiesta, due pompieri sono stati multati per 1.500 euro (da donare a gruppi in difesa degli omosessuali), un terzo è stato degradato, e il quarto ha ricevuto un ammonimento scritto. In più hanno dovuto seguire un corso sull’eguaglianza e la tolleranza”.

“ROMA – Quattro poliziotti che hanno disturbato due omosessuali che facevano sesso all’aperto nei pressi del Colosseo, sono stati censurati e multati dopo che la coppia ha accusato le forze dell’ordine di aver usato un atteggiamento omofobico. Secondo le agenzie, i poliziotti hanno acceso il faro della loro volante sulla coppia. Al termine dell’inchiesta, due poliziotti sono stati multati per 1.500 euro (da ripartire tra i vari gruppi romani del movimento omosessuale), un terzo è stato degradato e il quarto ha ricevuto un ammonimento scritto. In più hanno dovuto seguire un corso sull’eguaglianza e la tolleranza”.

Per la cronaca, il corso in questione s’intitola: “L’uguaglianza di lesbiche, gay, bisessuali e transgender – un tabù assoluto?”. Inoltre, una sola delle due notizie è vera ed è stata pubblicata e, come avrete facilmente intuito, non si tratta di quella proveniente dalla Repubblica delle banane.
Eventuali legami con queste altre notizie, istituiteli tranquillamente voi.

Fonti: Daily Mail, Pinknews.
Foto: Pompiere, Staou.

27 settembre 2007

Mehdi Kazemi, iraniano e gay

“Se in Iran non ci sono omosessuali, allora non so chi sono io, visto che sono iraniano e gay e che ho seri problemi a rientrare nel mio paese a causa del mio orientamento sessuale”. A scriverlo è un giovane gay, Mehdi Kazemi, in un’e-mail spedita all’Iranian Queer Organization (IRQO), un’associazione che lotta per i diritti civili di gay, lesbiche e transessuali iranian*. Lo stesso gruppo di attivist* ha poi diffuso il testo del messaggio, come risposta alle sconcertanti dichiarazioni rese tre giorni fa da Ahmadinejad, secondo il quale “il fenomeno dell’omosessualità non esiste in Iran”.
Ma chi è Mehdi Kazemi? Lo ha raccontato lui stesso qualche tempo fa, quando ha dovuto presentare una domanda d’asilo al governo inglese. Questa è la sua storia.


Sono iraniano, sono nato l’8 aprile 1988, a Teheran. Sono un musulmano sciita. Ho vissuto sempre con i miei genitori e mia sorella fino al 15 settembre 2005, quando sono venuto in Inghilterra. Mio padre possiede un negozio di frutta secca in Iran e di tanto in tanto fa dell’import-export.
Ho frequentato la scuola a Teheran per dodici anni. Avevo 17 anni quando mio padre ha deciso che avrei studiato in Inghilterra. Ha preparato tutto affinché venissi qui a studiare. Una volta arrivato, ho cominciato un corso d’inglese e per i primi due mesi ho vissuto con mio zio a Londra. Poi mi sono trasferito a Brighton e, nel novembre 2005, sono entrato all’Embassy CES College a Hove. Ho prolungato il mio permesso di soggiorno fino a novembre 2006, poiché intendevo continuare a studiare in Inghilterra.
Quando ero in Iran, non avevo alcun problema. Tuttavia, avevo appena compiuto 15 anni, quando ho scoperto che ero attratto sessualmente dagli uomini. Avevo molta paura di questo sentimento e l’ho tenuto per me. Più o meno in quel periodo, ho cominciato a frequentare uno dei miei compagni di scuola. Si chiamava Parham. Anche lui era iraniano ed eravamo soliti passare molto tempo insieme. Parham era il mio migliore amico e un giorno mi disse che era attratto dagli uomini e non dalle donne. Allora mi sono sentito a mio agio con lui e ho deciso di raccontargli che provavo la stessa cosa. Avevamo entrambi 15 anni quando abbiamo deciso di cominciare la nostra relazione.
Ci vedevamo ogni giorno, a scuola, al cinema o al parco. Abbiamo cominciato ad avere rapporti sessuali otto mesi dopo aver cominciato a uscire insieme. Ci incontravamo o a casa sua o a casa mia, quando non c’era nessuno. Tutti erano all’oscuro della nostra relazione. Credevano che fossimo amici per la pelle ma niente di più. Provavo verso di lui un sentimento molto forte e non mi stancavo mai di vederlo. Abbiamo deciso di mantenere segreta la nostra relazione, poiché sapevo che se qualcuno del governo l’avesse scoperta, saremmo stati condannati a morte.
Quando mio padre decise che dovevo studiare in Inghilterra, ero triste per il fatto di dover abbandonare Parham in Iran. Ma sapevo che sarei potuto tornare per le vacanze scolastiche e dopo aver completato gli studi in Inghilterra. Il pensiero di poter tornare mi dava il coraggio necessario a lasciare Parham in Iran.
Quando sono arrivato in Inghilterra, mi tenevo in contatto con lui via e-mail. Ci scrivevamo una volta alla settimana circa. Mi diceva che la situazione in Iran stava peggiorando e che la repressione aumentava. Sentivamo molto la mancanza l’uno dell’altro.
Intorno a dicembre 2005, Parham ha smesso di scrivermi. Gli ho mandato due o tre e-mail, ma non ha risposto. Pensavo che si trovasse lontano da Teheran o che non avesse accesso a internet.
Verso la fine di marzo 2006, mio zio mi ha riferito che mio padre lo aveva informato della mia relazione con questo ragazzo. Poi mi ha raccontato che Parham era stato arrestato dalle autorità iraniane e aveva fatto il mio nome. Le autorità erano andate a casa di mio padre a cercarmi e lui era rimasto sconvolto e impaurito da tutta la situazione. Mio zio, che è un uomo dalla mentalità aperta e ha vissuto in Inghilterra gran parte della sua vita, non si è arrabbiato e mi ha suggerito di provare a rimanere, poiché la mia vita sarebbe stata in pericolo se fossi tornato in Iran.
Quel giorno, più tardi, mio padre mi chiamò e si mostrò molto arrabbiato con me. Gridò al telefono contro di me e mi disse di rientrare in Iran prima possibile. Voleva picchiarmi. Io non gli dissi niente e riattaccai. Avevo molta paura di lui.
Ho continuato a studiare, ma ero sempre teso. Pensavo a Parham. Ero molto triste e temevo per la mia vita. Sapevo che se fossi tornato in Iran sarei stato ucciso.
A fine aprile 2006, mio zio mi chiamò di nuovo per dirmi che mio padre gli aveva riferito che le autorità iraniane avevano condannato a morte Parham. Aggiunse che mio padre aveva avuto allora molta paura e si era molto raccomandato perché non tornassi in Iran, poiché volevano farmi la stessa cosa.
Ma come avevano fatto le autorità iraniane a scoprire che Parham era omosessuale? Mio zio mi ha detto che era stato trovato in compagnia di un altro ragazzo e lo avevano arrestato. Durante l’interrogatorio gli avevano chiesto di parlare di tutti gli uomini coi quali era stato ed allora aveva fatto il mio nome. Le autorità avevano quindi riferito a mio padre che io avevo avuto una relazione con Parham.
Parham è stato accusato di essere omosessuale e condannato a morte. L’Iran è un paese islamico dove avere una relazione con una persona dello stesso sesso costituisce un reato molto grave. Le autorità iraniane hanno scoperto che sono omosessuale ed ora sono ricercato. Non posso impedirmi di essere attratto dagli uomini. È una cosa con la quale vivrò per il resto della mia vita. Con questo sentimento ci sono nato, e non posso cambiarlo, ma sfortunatamente non posso viverlo nel mio paese. Se torno in Iran sarò arrestato e messo a morte. Come Parham.

Dopo il rifiuto del governo inglese di concedergli l’asilo, Mehdi Kazemi è stato costretto a lasciare il territorio britannico. Voleva andarsene in Canada, ma è stato arrestato in Germania. Ora vive in Olanda, dove aspetta una risposta a una nuova richiesta d’asilo. Mehdi Kazemi ha 19 anni.

Fonte: IRQO (traduzione mia).

25 settembre 2007

"Non ci sono gay in Iran": li hanno già uccisi tutti?

Stanno facendo il giro del mondo in queste ore, soprattutto in internet, le dichiarazioni che il presidente iraniano Ahmadinejad ha rilasciato durante un dibattito alla Columbia University di New York: “In Iran non ci sono omosessuali come da voi” – ha affermato rispondendo alla domanda di uno studente – “Non abbiamo questo fenomeno, non so chi vi abbia detto che esiste da noi”. Come ha scritto anche Anelli (http://anellidifumo.ilcannocchiale.it), le risate fragorose che si sono levate dal pubblico sottolineano meglio di qualsiasi commento l’ipocrisia di Ahmadinejad, il quale, con la sua risposta, ha accuratamente evitato di affrontare la questione delle condanne a morte comminate agli omosessuali nel suo paese. Anche se molte esecuzioni avvengono ufficialmente per violenza carnale, in realtà è l’omosessualità il vero motivo della condanna. “Essere donna non è un crimine” – ha aggiunto poi Ahmadinejad, magnanimo, a proposito della condizione femminile in Iran – “le donne sono le migliori creature di Dio”.
Secondo Mathieu Szeradzki di Rue89 (http://rue89.com), che alle dichiarazioni del presidente iraniano ha dedicato un pezzo, “certe rappresentanze diplomatiche, in particolare quelle scandinave e quella italiana, sono di grande aiuto alla comunità omosessuale iraniana. Esse agiscono come possono, facendo pressione sul governo iraniano perché quest’ultimo faccia qualche concessione”.
E contro quelli che prenderanno a pretesto anche queste parole di Ahmadinejad per giustificare un eventuale intervento armato in Iran, ricordo come si espressero i redattori della rivista glbt clandestina MAHA in un comunicato (http://querelles.blogspot.com/2006/09/un-messaggio-dalliran.html) risalente a più di un anno fa: “Esprimiamo la nostra più forte opposizione a ogni intervento o azione militare contro il nostro amato paese, l’Iran. Non aiuterà la battaglia democratica qui ma rafforzerà soltanto la posizione dei capi religiosi conservatori. La guerra metterà fine alle possibilità di riforma. Le autorità userebbero il pretesto della ‘sicurezza nazionale’ per sopprimere ogni dibattito e ogni dissenso, compreso il lavoro delle persone LGBT iraniane”. Prima di decidere in nome di quelli che, quando ci torna utile, amiamo chiamare oppressi, li si ascolti.

[P.S. Mi scuso per i link inseriti tra parentesi, non riuscivo a fare diversamente caricando il video da Youtube].

22 settembre 2007

Gay esibizionisti o polizia guardona?

26 maggio 2005, Haute Goulaine, periferia di Nantes. La polizia sta effettuando un controllo presso l’area di sosta chiamata “Le passage”, un luogo d’incontro gay. Nel parcheggio, i poliziotti trovano due automobili; dei loro proprietari, però, nessuna traccia. Decidono allora di inoltrarsi nel boschetto che circonda l’area ed è proprio lì che li sorprendono: sono due uomini e stanno avendo un rapporto sessuale. Immediata la denuncia per “exhibition sexuelle”, un reato del codice penale francese simile a quello, previsto in Italia, di “atti osceni in luogo pubblico”: “L’esibizione sessuale imposta alla vista altrui in un luogo accessibile allo sguardo pubblico è punita con un anno di prigione e 15000 euro di multa” (articolo 222-32).
Appena qualche giorno dopo, il 2 giugno 2005, ad essere fermati dalla polizia nella stessa area di sosta sono altri due uomini, questa volta di 28 e 40 anni. Il reato è sempre quello: esibizione sessuale.
Pensate che il tribunale di Nantes, una volta che i due procedimenti sono arrivati davanti al giudice, abbia condannato le due coppie? Ebbene, vi sbagliate. Nel primo caso, infatti, è stato lo stesso procuratore a escludere che il reato fosse stato commesso, dal momento che i presunti colpevoli, al momento del fermo, si trovavano “al riparo da possibili sguardi”. Il 4 ottobre, quindi, i due vengono dichiarati innocenti. L’8 dicembre viene scagionata anche l’altra coppia, nonostante il procuratore avesse chiesto una multa per entrambi gli imputati.
Se cito questi casi giudiziari, è perché mi preme tornare sulla vicenda di Roberto e Michele, i due ragazzi che quest’estate, a Roma, sono stati denunciati per atti osceni in luogo pubblico. Com’è noto, gli agenti che li hanno fermati nei pressi del Colosseo, sostengono che i due sono stati sorpresi mentre stavano avendo un rapporto orale; Roberto e Michele, invece, affermano di essersi semplicemente baciati. Nella polemica scoppiata subito dopo la pubblicazione del caso, alcuni fatti mi hanno lasciato molto perplesso. Innanzitutto le prese di posizione di chi pensa che non si possa né si debba mettere in dubbio la versione fornita dalle forze dell’ordine, alle quali bisogna credere sempre e comunque. Se fosse per loro, dunque, avremmo dovuto berci anche la storia dei manifestanti responsabili di violenze, presenti alla scuola Diaz il 21 luglio 2001 a Genova, quando la polizia massacrò di botte decine di persone inermi e introdusse essa stessa in quell’edificio le prove che sarebbero poi servite a corroborare la tesi della necessità dell’“intervento”.
Più di tutto, però, mi ha stupito la durezza con la quale alcuni gay hanno reagito a questa notizia, dicendo sostanzialmente: le manifestazioni di solidarietà sono inutili, se sono colpevoli devono pagare, come tutti. Come si fa, infatti, a non prendere in considerazione il contesto di crescente omofobia nel quale una vicenda come quella si è verificata? Qualcuno può credibilmente sostenere che, in un paese dove è lo stesso legislatore a perpetuare l’omofobia di Stato, quest’ultima non intacchi minimamente le forze dell’ordine? Ammettiamo pure per un attimo che Roberto e Michele non si stessero solo baciando quando la polizia ha illuminato la scena con un faro: potremmo affermare che i due stessero davvero esibendo il loro atto sessuale? Era davvero così pubblico quel luogo, se Roberto e Michele, com’è probabile, non erano direttamente visibili? Lo so benissimo che qualsiasi avvocato, codice italiano alla mano, a queste due ultime domande risponderebbe di sì. Invece, secondo uno degli ex imputati dei casi francesi esposti sopra, “per parlare di esibizione bisogna che si verifichino necessariamente due condizioni: imporla alla vista altrui e in un luogo accessibile al pubblico. Ecco,” – ha aggiunto – “io non mi sono esibito, semmai mi sono nascosto”. E il giudice gli ha dato ragione. Perché in Italia non è possibile applicare il medesimo buon senso? La risposta è scontata: perché nel nostro paese l’ipocrisia e l’omofobia – o, se volete applicare lo stesso ragionamento ad alcuni altri casi di “atti osceni in luogo pubblico”, la sessuofobia – pervadono tutto. Sarebbe bene che almeno noi gay le respingessimo con forza al mittente, senza ascoltare le sirene di un’insensata e illusoria ansia da integrazione.

08 settembre 2007

Quattro passi... su internet

Hola a tod@s! Qualcuno nei commenti al post precedente ha gentilmente insinuato che il mio riposo estivo sarebbe durato fin troppo a lungo. Ahimè, non è affatto così, purtroppo. Mi sarebbe piaciuto molto starmene ancora lontano da qui, lasciarmi pervadere da altri pensieri piuttosto che da quelli strettamente legati alle incombenze quotidiane, che in questo ultimo periodo si sono fatte particolarmente pesanti. È dovuta a questo, a un po’ di fatica in eccesso, la mia assenza prolungata da questo blog (e dai vostri, che continuo comunque a seguire con molto interesse). Però ora son tornato e se questa sia una minaccia o una buona notizia (o semplicemente una novità del tutto irrilevante), lo stabilirete voi.
Intanto mi piacerebbe raccontarvi da dove vi scrivo questo primo messaggio del rientro. Oggi avevo voglia di svagarmi un po’, uscire di casa, prendere un po’ d’aria, approfittando anche del primo giorno di sole che Parigi mi regala da quando le vacanze sono finite. Ho quindi deciso che avrei navigato su internet... comodamente seduto in un parco. Dal luglio scorso, infatti, Parigi si è dotata di un servizio di wi-fi che permette a chiunque abbia un computer portatile, di collegarsi gratuitamente alla rete da innumerevoli luoghi pubblici sparsi in tutta la città. Eccomi dunque su una panchina del Parc de Bercy, immerso nel verde, distratto di tanto in tanto solo dal fruscio delle foglie o dal tump-tump-tump degli adepti del footing.
Per arrivare sin qui ho utilizzato Velib’, il noleggio automatizzato di biciclette del comune. Unico neo di questa nuova iniziativa – fortemente voluta dal sindaco Bertrand Delanoë, le cui “azioni” vengono date in crescita all’interno del moribondo Partito socialista – , è il costo. Prima di potersi sedere sul sellino, infatti, è necessario acquistare un abbonamento (della durata di un giorno, una settimana o un anno). Inoltre, ogni volta che si prende in prestito una bici, si deve pagare una quota di noleggio corrispondente al tempo di utilizzo: la prima mezz’ora è gratis, la seconda costa un euro, la terza due euro e la quarta quattro euro. Oltre al costo dell’abbonamento, dunque, tenere una bicicletta per due ore significa sborsare altri sette euro. Non proprio un regalo.
Molti parigini, quindi, si organizzano così: prendono un abbonamento da ventiquattr’ore (un euro), utilizzano una bicicletta solo per mezz’ora (gratuita), raggiungendo la stazione di noleggio più vicina al luogo di destinazione (le stazioni sono talmente numerose e ben distribuite, che lo spazio da percorrere a piedi sarà sicuramente ridotto). Trascorso qualche minuto, è possibile prendere un’altra bicicletta e utilizzarla gratuitamente per un’altra mezz’ora. Ed è quello che farò ora. A plus!