Catania Pride 2008 - 5 luglio
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13 marzo 2008

Agli amanti del tasto destro

Annunciazione. Sia detto senza falsa modestia: il mio post del 13 febbraio scorso, Chi ha paura del matrimonio?, ha riscosso un discreto successo. Non solo tra i commentatori del mio blog, o tra amici che ne hanno parlato nel loro, linkandomi come usa fra persone civili, ma anche presso qualcuno che, probabilmente a furia di far scivolare il dito sul tasto destro del mouse, si è ritrovato casualmente a farne un semplice copia-incolla. Il succitato mouse non ha risparmiato i link interni al testo, che io avevo posto e che sono ancora tutti lì, ma ha tralasciato, molto opportunamente, la dicitura finale: “traduzione mia” (si trattava in effetti di un discorso della deputata spagnola Carmen Montón Giménez, che io per primo avevo deciso di tradurre e di pubblicare qui); è così che quella traduzione, miracolosamente priva del link al blog del suo traduttore, è comparsa su un altro blog, come per magia. Un cappello differente (con frase finale copiata) e hop, il post è fatto. Comodo, no?

Vengo a sapere dalla redazione di GayToday che la traduzione è girata anche via e-mail, ovviamente priva di un link al mio post. Grazie, mittente sconosciuto!

Siccome non è la prima volta che capita, vorrei dirlo chiaramente: se su questo blog (che cita sempre le fonti che usa) trovate qualcosa di interessante e vi va di segnalarlo nel vostro blog mettendo un link a questo, ne sarò come sempre felicissimo. Se invece volete ricopiare qualcosa che trovate qui, parzialmente o totalmente, potete farlo solo alle minime condizioni dettate dalla buona educazione:

- chiedermi il permesso;
- citare il mio post originale con un link all’interno del vostro post e alla fine;
- non utilizzarlo a fini commerciali.

E se un giorno trovate nella vostra casella un’e-mail che vi dice: “guarda che bella cosetta ho trovato in internet, pubblicala, dai!”, prima di ricopiarla in un vostro post, abbiate almeno il buon senso di chiedere da dove viene.

Generosi sì, scemi no.

03 gennaio 2008

Via di qua (diario della fine) - 3

Lunedì 31 dicembre. Un bel sole ci invita a uscire da B. e a fare una passeggiata lungo la costa rocciosa, a guardare dall’alto le calette, le insenature bagnate da un mare meno azzurro del previsto, almeno in alcuni punti. Nelle rocce si aprono numerose piccole grotte, alcune delle quali hanno ospitato delle tombe prenuragiche. T. e J. sono molto contenti e scattano moltissime foto. Da lontano scorgiamo tre uomini che si stanno preparando per un’immersione subacquea. Con la coda dell’occhio li osserviamo mentre si svestono per indossare la muta; non tolgono lo slip, con grande delusione nostra. Nei campi scoscesi circostanti, alcune capre brucano l’erba e fanno suonare i loro campanacci.
Nel pomeriggio decidiamo di restare a B., di fare qualche foto nel paese e di visitare un piccolo museo. Quando rientriamo salutiamo il fratello di Staou, che nel frattempo ci ha raggiunti. Il cenone viene subito dopo e, tra tutte le specialità cucinate dagli infaticabili genitori di Staou, la cosa più buona è l’immancabile maialetto arrostito. In una grande confusione, quasi soffocati dal fumo di qualche mortaretto sparato sulla finestra di casa, ci scambiamo gli auguri. L’anno vecchio se n’è andato, mi chiedo cosa mi sono lasciato alle spalle e cosa mi aspetta. Staou non dice niente ma mi sembra che il suo sguardo suggerisca che in ogni caso lui ci sarà. È contento perché è la prima volta da parecchi anni che passa il Capodanno con la sua famiglia al completo, con me e con una coppia di amici cui vogliamo davvero molto bene. E pensare che tutto questo, undici anni fa, sarebbe stato semplicemente impossibile.

Via di qua (diario della fine): 1, 2.

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31 dicembre 2007

Via di qua (diario della fine) - 2

Venerdì 28 dicembre. Dolcissimo risveglio in una delle camere destinate agli ospiti della casa di J. Un vecchio letto la cui rete ci ha fatto precipitare inesorabilmente verso il centro (non quello politico, evidentemente), pochi ed essenziali mobili, i genitori di J. che ci osservano clementi da una foto in bianco e nero scattata il giorno del loro matrimonio, la luce che filtra dalle imposte: il nuovo giorno si è presentato così. Restiamo a letto a raccontarci cose, poi scendiamo e dopo un’abbondante colazione andiamo a B., a fare una passeggiata lungo il lago. La giornata è soleggiata e la temperatura relativamente alta, ma Staou si sente poco bene, perciò intorno all’una facciamo rotta verso la farmacia e poi in pescheria a comprare qualcosa che servirà per il pranzo. Mangeremo verso le tre, una volta tornati a casa di J. Il resto del pomeriggio trascorre nell’ozio assoluto per me e Staou e nei preparativi per T. e J. Verso le sei arriva una loro cara amica, A.: trovo che abbia la pelle molto liscia e che sembri più giovane dell’ultima volta che l’ho vista, e rischio quasi di dirglielo. Molto gentile, porta tutti e quattro all’aeroporto di Girona. Dopo i controlli saliamo sull’aereo e un’ora dopo siamo in Sardegna. Prendiamo una macchina in affitto e ci rechiamo a B. Quando arriviamo, troviamo i genitori di Staou ad accoglierci insieme alla sorella. Sono caldi abbracci, una rapida visita alla casa e poi una cena a notte ormai inoltrata, a base di malloreddus, carne di cinghiale e di capretto. Il fuoco arde nel caminetto.

Sabato 29 dicembre. La mattina ci inerpichiamo insieme a T. e J. su su lungo le vie che risalgono il colle sul quale è stato costruito il centro storico di B. I nostri due amici gradiscono la visita. Pranzo a casa, a base di pesce. Il pomeriggio usciamo solo io, T. e J, Staou resta a casa a discutere con gli operai per il proseguimento dei lavori nella casa. Un concerto nella cattedrale e poi a cena.

Domenica 30 dicembre. La giornata comincia presto, con una visita al sito archeologico di Cornus. Passeggiamo tra le rovine dell’insediamento punico-romano lasciate in uno stato di pressoché totale e scandaloso abbandono. Nei pressi dell’area troviamo un edificio molto recente, rigorosamente chiuso, di cui forse indoviniamo la destinazione: biglietteria e sorveglianza per il sito. Una scritta tracciata con il gesso su una parete parla di spreco e di vergogna.
Proseguiamo lungo la strada per Oristano e in breve tempo arriviamo a Is Arutas. Là accarezziamo con le mani e con lo sguardo la famosa sabbia bianchissima, i cui grani di quarzo, molto levigati, hanno le dimensioni dei chicchi di riso. Il sole fa i capricci, eppure il fondale marino vicino alla spiaggia manda rilessi azzurri splendidi.
Dopo qualche tempo siamo a San Salvatore, incredibile villaggio fatto di piccolissime case a un solo piano, disposte intorno a un perimetro quadrangolare al cui centro si trova una chiesetta che sorge sul luogo nel quale, fin dall’antichità, si veneravano le divinità delle acque. Il villaggio è deserto, pare che si riempia solo per nove giorni all’anno, tra la fine di agosto e l’inizio di settembre, in occasione della procesione religiosa da e verso Cabras. È a San Salvatore che sono stati girati alcuni spaghetti western.
Dopo aver mangiato a Cabras, visitiamo Tharros, città fondata dai fenici e poi abitata dai cartaginesi, infine conquistata dai romani. Gli scavi hanno permesso di riportare alla luce, fino a questo momento, circa un terzo della superficie della città che, al suo massimo splendore, contava diecimila abitanti. La visita è davvero interessante, anche grazie alle spiegazioni di una guida molto abile, ma resa un po’ dura da un maestrale implacabile. Abbiamo chiuso la giornata con una visita al museo civico di Cabras che, tra le altre cose, di Tharros conserva gli elementi del tofet (la necropoli dove erano sepolti i bambini - sono stati rinvenuti circa cinquemila resti, di cui l’80% appartengono a neonati da 0 a 6 mesi).
Durante la cena ascoltiamo molto distrattamente il telegiornale; quando appaiono le immagini di un Family Day che a Madrid avrebbe raccolto oggi un milione e mezzo di persone, i nostri amici spagnoli hanno un moto di sgomento; sullo schermo si vede ondeggiare una Madonna portata in processione ed è quasi il panico. Discutiamo su come il Partido Popular di Rajoy e la Chiesa cattolica propizino questo tipo di manifestazioni nella speranza di provocare divisioni nella società spagnola che, in massima parte, ha accolto benevolmente la politica di Zapatero riguardante i matrimoni fra persone dello stesso sesso. Le elezioni in Spagna sono davvero vicine. (Continua)

Via di qua (diario della fine): 1, 3.

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28 dicembre 2007

Via di qua (diario della fine) - 1

Giovedì 27 dicembre. La sveglia suonerà solo alle 7,30, ma è una notte un po’ agitata, io e Staou ci risvegliamo a più riprese. Usciamo di casa un po’ in ritardo sulla tabella di marcia, prendiamo la metropolitana per arrivare a Porte Maillot, dove facciamo appena in tempo a fare il biglietto e salire sulla navetta per l’aeroporto di Beauvais. Durante tutto il tragitto (un’ora e mezza circa) non faccio che pensare alla poposta di M., giunta inaspettatamente qualche giorno fa. È al tempo stesso il migliore e il peggiore momento per prendere una decisione di tale importanza. Tuttavia mi sento stranamente ottimista e comincio già a fantasticare sul progetto e sui contenuti che vorrei avesse. Ancora sulla corriera, penso che i primi giorni di gennaio saranno importanti, che dovrò risentire M. e prendere con lui una decisione definitiva. Intanto Staou ascolta musica con il lettore mp3. È contento e mi sorride spesso.
In aereo tento di concentrarmi sulla traduzione, nonostante le turbolenze che di tanto in tanto si fanno sentire. Ma l’atterraggio all’aeroporto di Girona arriva presto e già scendendo la scaletta e guardandomi intorno, mi sembra di essermi lasciato alle spalle il grigio e il freddo degli ultimi giorni a Parigi. Abbracciamo J. che è venuto a prenderci. Mentre andiamo in macchina a B., il paese dove vive insieme al suo compagno T., osservo il paesaggio e mi riempio gli occhi dei colori dell’inverno. Penso che sole e tanta natura siano esattamente ciò di cui ora ho bisogno, e questo viaggio comincia sotto i migliori auspici. Il pranzo a B. è una delizia e tra i piatti spicca l’oca alle mandorle e alle rape (in castigliano rapa si dice nabo, che è anche il nome non propriamente scientifico che si dà all’organo sessuale maschile. Dopo la breve spiegazione, battute e risate). Ancor più piacevole, però, è l’affetto di cui questi amici carissimi sanno circondarci. Ogni volta, venire qui per noi significa ricaricarsi psicologicamente e distendersi al tempo stesso, lontano dalle frenesie parigine. Ci vogliono un gran bene e lo fanno sentire a ogni gesto. “Sono molto contento che siate qui”, dice a un certo punto T. Un sentimento ricambiato.
Il pomeriggio lo passiamo a fare un po’ di spesa: mangime per le loro galline e dolci per la famiglia di Staou, che vedremo domani. Andiamo anche a F., a cercare delle improbabili lenzuola di seta “alla Falcon Crest”, che alcuni loro amici gradirebbero ricevere come regalo. Mi diverte molto vedere le reazioni dei negozianti alla strampalata richiesta. Uno di loro afferma che “sono passate di moda”... In effetti: da quanto tempo non va più in onda Falcon Crest?
In macchina racconto in breve i miei ultimi mesi e troviamo anche il tempo di accennare alla situazione politica spagnola. Le elezioni si avvicinano e la vittoria di Zapatero è tutt’altro che scontata. Per come la vedono loro, la strategia della destra spagnola, in quest’ultimo periodo, è quella di un’opposizione relativamente tranquilla, dopo anni di critiche feroci e martellanti al governo socialista. Due sembrano essere i temi che possono influenzare maggiormente l’esito delle prossime elezioni: la politica istituzionale nei confronti dell’ETA, dopo il fallimento delle trattative, e l’atteggiamento del governo verso le regioni autonome, dopo che al recente referendum sul nuovo statuto catalano hanno partecipato pochissimi elettori. Secondo la loro previsione allo stato attuale delle cose, i socialisti perderanno voti ma saranno ugualmente chiamati a un governo di coalizione, vista l’indisponibilità degli altri partiti ad allearsi con il PP che fu di Aznar ed ora è nelle mani di Mariano Rajoy.
La sera, intorno a una tisana, commentiamo distrattamente alcuni srvizi della rivista gay e lesbica Zero e discutiamo ancora una volta della monarchia spagnola. Felipe regnerà, ma secondo T. sarà lui l’ultimo re di Spagna, visto il crescente sentimento antimonarchico di una parte della popolazione. J. invece pensa che gli avversari della monarchia non siano cresciuti di numero: se prima erano repubblicani, ora sono semplicemente antimonarchici, ma il risultato non cambia; l’immagine del re, secondo lui, non si è realmente appannata, anche se è vero che certe esibizioni di sfarzo che la corte non disdegna, vengono digerite con sempre maggiore difficoltà.
Il menù della cena prevede invece un dialogo molto sincero e sentito sulla sessualità, la loro e la nostra. Ho la sensazione netta che la nostra amicizia si stia approfondendo e arricchendo e che la fiducia reciproca sia grande. Sto bene. Me ne vado a dormire sereno. (Continua)

Via di qua (diario della fine): 2, 3.

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04 novembre 2007

È morto Massimo Consoli

A me sembrava instancabile. L’ultima mail di Massimo Consoli, di quelle che faceva girare a tutti i suoi contatti, l’ho avuta circa due mesi fa. Conteneva la proposta di istituire “un ufficio [...] che abbia lo scopo di ricordare le ricorrenze di personaggi e fatti importanti per la nostra storia e curarne la valorizzazione”, e parlava della storia del movimento gay, lesbico, bisessuale e transessuale, quella che fino all’ultimo non si è stancato d’indagare. La sua idea nasceva dal fatto di non aver potuto organizzare, a causa della malattia di cui soffriva da tempo e che l’ha portato via stanotte intorno alle 2, l’annuale commemorazione della nascita del suo amico Dario Bellezza, deceduto nel 1996. “Proprio non ce l’ho fatta”, aveva fatto sapere lo scrittore e giornalista romano in quella mail.
Il ricordo personale che ho di Consoli risale a qualche anno fa, quando lo incontrai per alcune ricerche storiche su un caso del quale lui si era occupato all’epoca dei fatti. Insieme ad un mio amico, m’intrattenni con lui per qualche ora, nella sua casa a Frattocchie, dove ci raccontò delle sue avventure in giro per il mondo, la sua eterna battaglia per costruire una comunità glbt degna di questo nome, con un entusiasmo ed un’esuberanza che a me, timidino e nordico, sembravano perfino eccessivi. Non mancò, ovviamente, di farmi visitare il suo sterminato archivio gay, sistemato in un capannone nel giardino di casa. Stramalediva il governo dell’epoca che aveva sì concesso all’archivio lo status di bene d’interesse storico e culturale, ma l’aveva lasciato poi in abbandono, impedendo peraltro a Consoli, in quanto ex proprietario, di continuare a gestirlo. La questione si è nel frattempo risolta e quell’incredibile raccolta di oggetti fa parte ora dell’Archivio di Stato ed è aperta alla consultazione. All’epoca in cui lo visitai io, però, a quel capannone mancava persino la luce e Consoli, che illuminava le sue relique con una torcia elettrica, scherzando lo chiamava “‘a dark-room de Frattocchie”.
Grazie di tutto, Massimo.



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16 ottobre 2007

Avviso ai naviganti

Se volete, potete ascoltarmi oggi, intorno alle 16, su Radio Flash. Nell’ambito della trasmissione Flash Beat tradizionalmente dedicata, ogni martedì, alle tematiche glbt, la conduttrice Marina Paganotto si collegherà, insieme alla portavoce del TorinoPride Roberta Padovano, con... il sottoscritto. Si parlerà delle ultime statistiche pubblicate sui PaCS in Francia.
Per chi si trova a Torino e provincia, la frequenza è 97.6 Mhz.
Per tutt*, il link per ascoltare Radio Flash on line in diretta è questo: RadioFlash FM.

08 settembre 2007

Quattro passi... su internet

Hola a tod@s! Qualcuno nei commenti al post precedente ha gentilmente insinuato che il mio riposo estivo sarebbe durato fin troppo a lungo. Ahimè, non è affatto così, purtroppo. Mi sarebbe piaciuto molto starmene ancora lontano da qui, lasciarmi pervadere da altri pensieri piuttosto che da quelli strettamente legati alle incombenze quotidiane, che in questo ultimo periodo si sono fatte particolarmente pesanti. È dovuta a questo, a un po’ di fatica in eccesso, la mia assenza prolungata da questo blog (e dai vostri, che continuo comunque a seguire con molto interesse). Però ora son tornato e se questa sia una minaccia o una buona notizia (o semplicemente una novità del tutto irrilevante), lo stabilirete voi.
Intanto mi piacerebbe raccontarvi da dove vi scrivo questo primo messaggio del rientro. Oggi avevo voglia di svagarmi un po’, uscire di casa, prendere un po’ d’aria, approfittando anche del primo giorno di sole che Parigi mi regala da quando le vacanze sono finite. Ho quindi deciso che avrei navigato su internet... comodamente seduto in un parco. Dal luglio scorso, infatti, Parigi si è dotata di un servizio di wi-fi che permette a chiunque abbia un computer portatile, di collegarsi gratuitamente alla rete da innumerevoli luoghi pubblici sparsi in tutta la città. Eccomi dunque su una panchina del Parc de Bercy, immerso nel verde, distratto di tanto in tanto solo dal fruscio delle foglie o dal tump-tump-tump degli adepti del footing.
Per arrivare sin qui ho utilizzato Velib’, il noleggio automatizzato di biciclette del comune. Unico neo di questa nuova iniziativa – fortemente voluta dal sindaco Bertrand Delanoë, le cui “azioni” vengono date in crescita all’interno del moribondo Partito socialista – , è il costo. Prima di potersi sedere sul sellino, infatti, è necessario acquistare un abbonamento (della durata di un giorno, una settimana o un anno). Inoltre, ogni volta che si prende in prestito una bici, si deve pagare una quota di noleggio corrispondente al tempo di utilizzo: la prima mezz’ora è gratis, la seconda costa un euro, la terza due euro e la quarta quattro euro. Oltre al costo dell’abbonamento, dunque, tenere una bicicletta per due ore significa sborsare altri sette euro. Non proprio un regalo.
Molti parigini, quindi, si organizzano così: prendono un abbonamento da ventiquattr’ore (un euro), utilizzano una bicicletta solo per mezz’ora (gratuita), raggiungendo la stazione di noleggio più vicina al luogo di destinazione (le stazioni sono talmente numerose e ben distribuite, che lo spazio da percorrere a piedi sarà sicuramente ridotto). Trascorso qualche minuto, è possibile prendere un’altra bicicletta e utilizzarla gratuitamente per un’altra mezz’ora. Ed è quello che farò ora. A plus!

17 luglio 2007

Ciao ciao Caterina

Ti chiamavano la raccattacanzoni. Dicono che te ne andavi in giro a cercare frammenti, parole, qualche nota. Armata di chitarra e di registratore. Studiavi i canti popolari toscani, li ricostruivi e li facevi rivivere. Sapevo poco di te, sapevo che facevi parte di quei pochi – per lo più misconosciuti – che tengono ancora viva la nostra canzone popolare (la nostra memoria, in fin dei conti), come Fausto Amodei o Giovanna Marini. A me piaceva la tua versione di Maremma amara, ma anche quelle di Partire partirò partir bisogna, La donna lombarda, Storia del 107. La tua voce era quella degli sfruttati, nella quale riecheggiavano la miseria, la lotta, il riscatto.
Adesso dalla Toscana ci fanno sapere che te ne sei andata. Che Caterina Bueno, da ieri, non c’è più. Eppure tu qui continui a cantare...

Foto: Caterina Bueno nel 1971, con Francesco De Gregori e Antonio De Rose [(c) Antonio De Rose].

19 giugno 2007

Pederasti di tutto il mondo, unitevi!

GayToday
GayToday è l’aggregatore di blog glbt che mancava alla comunità italiana. “Crediamo nell’informazione fatta dal basso” – dicono i fondatori del sito, tra cui Fabio che me l’ha cortesemente segnalato – “e siamo convinti che la grande quantità di notizie, che i blogger quotidianamente diffondono, analizzano e commentano, oltre che offrire un nuovo più realistico punto di vista sul mondo omosessuale, possa essere utile a coprire il vuoto dei media tradizionali, troppo spesso ‘distratti’ su temi fondamentali per la vita di molte persone. Attraverso GayToday vogliamo dare forza e visibilità a queste diversità”. Click sul banner!

14 giugno 2007

Gianni Delle Foglie

Ieri se n’è andato Gianni Delle Foglie. Era stato il proprietario della libreria Babele di Milano, punto d’incontro molto importante per la cultura omosessuale italiana e non solo. Ricordo ancora quando, una decina d’anni fa, io e il mio ragazzo prendemmo il treno per andare a Milano a farci un’idea di che cosa si muovesse nella “capitale gay” d’Italia. La nostra prima visita, manco a dirlo, fu alla Babele, che allora si trovava ancora in via Sammartini.
Da allora ci ritornai più volte, una delle ultime occasioni fu la presentazione del mio saggio, che condusse in modo impeccabile. Conobbi una persona arguta, vivace, attenta alla nostra memoria. Quando, qualche mese fa, le vetrine di Babele sono state imbrattate con lo spray e una buona dose di omofobia, l’ho cercato alla libreria perché volevo parlargliene. È stato allora che ho saputo che aveva ceduto da poco la sua attività.
Come ha ricordato anche Village, nel 1992 Gianni Delle Foglie è stato protagonista di un’azione a quell’epoca clamorosa: ha fatto parte di quelle coppie omosessuali che erano state unite pubblicamente in un matrimonio dal valore puramente simbolico in Piazza della Scala, con Paolo Hutter consigliere comunale officiante. Chissà cosa direbbe del fatto che oggi, quindici anni dopo, un gesto del genere rimane ancora, per l’appunto, solo simbolico…
Non c’è dubbio, con lui se ne va un riferimento sicuro non solo per il movimento glbt italiano ma anche per tutte le persone che credono nel valore della differenza. Un valore da esaltare e da promuovere, come lui ha fatto con la sua libreria.

13 giugno 2007

Girati, Benedetto, girati!*

Sentite, oggi mi sento in vena di leggerezze, ho voglia di sorridere un po’. Ecco perché mi sono perso a riscoprire su YouTube un pezzo francese che, cinque anni fa, è stato un vero tormentone: “Tourne-toi” ("Girati"), di un gruppo che si chiamava Benoît. Aveva tutte le caratteristiche per imporsi: una musica dance superorecchiabile, ballabilissima, di una semplicità sconcertante, e un testo... fuori dal comune. Kitsch? Certo!
Nel video, la versione edulcorata per la tv. Sotto, invece, il testo originale tradotto. Buon divertimento.

Ragazza: Ciao Benoît!
Benoît: Ciao!
Ragazza: Sei stato in discoteca?
Benoît: Sì!
Ragazza: Allora? Racconta!
Benoît: Ok!
Benoît: Lei mi ha detto: ah, ah,... ah, ah...

Ho incontrato questa ragazza in una discoteca alla moda
Una superbionda platinata, senza ragazzo né ragazza
Si chiamava Ludivine, mi sembrava molto carina
Era molto fine, allora ho fatto una gran scena
Ho recitato la parte dell’innamorato, le ho parlato di famiglia
Certe volte sono scemo
Lei mi ha preso per mano, mi ha portato in un angolo
Per mostrarmi il suo seno
Oh, sì, il suo seno

Benoît, Benoît, girati, girati
Benoît, Benoît, girati, girati
Lei mi ha detto: ah, ah
Benoît, Benoît
Lei mi ha detto: girati, girati
Lei mi ha detto: ah, ah
Benoît, Benoît
Lei mi ha detto: girati, così

Ragazza: Fantastico! Che seduttore, Benoît!
Ragazza: Ma cosa le hai detto? Beh, dimmi, dai!
Benoît: Ok!

Allora mi sono girato per non contraddirla
Ho sentito questo grosso coso scivolare nel mio fondoschiena
Si chiamava Jean-Mario, dotato come un toro
Era un travestito
Inutile prendermi in giro, avete mai provato?
Eppure non è difficile, lasciatevi tentare
Per dirla tutta, mi sono chinato di più
E alla fine ho preso il volo
Sì, ho preso il volo

Benoît, Benoît, girati, girati
Benoît, Benoît, girati, girati
Lui mi ha detto: ah, ah
Benoît, Benoît
Lui mi ha detto, mi ha detto
girati, girati
Lui mi ha detto, mi ha detto
Benoît, Benoît, girati, così
Lui mi ha detto: ah, ah

Ragazza: Allora, Benoît, ti è piaciuto?
Benoît: Sì!
Ragazza: Ma non sarai un po’... tecno?
Benoît: Girati
Ragazza: Anch’io sono amica tua! Ah, ah!!
Benoît: Girati!
Ragazza: Fantastico!

A tutti i dongiovanni, a tutti i seduttori
Che alle ragazze spezzano il cuore
Vi credete furbi facendo i maschi
Ma adesso piangete dicendo che state male

Benoît, Benoît, girati, girati
Benoît, Benoît, girati, girati
Lui mi ha detto: ah, ah
Benoît, Benoît,
Uh, lui mi ha detto
Lui mi ha detto: ah, ah
Benoît, Benoît,
Uh, lui mi ha detto
Ah, ah, ah! Fantastico!
Lei mi ha detto
Benoît, Benoît, girati, girati
Benoît, Benoît, girati, girati
Lui mi ha detto: ah, ah
Benoît, Benoît,
Yeh, yeh
Girati, così
Lui mi ha detto: ah, ah

* No, non è l’ennesimo post sul più illustre cittadino del Vaticano. Benché...

21 maggio 2007

Segunda feira de Lisboa

Inerpicarsi. E' la parola chiave per conoscere questa citta'. A Lisbona non si passeggia, nella capitale portoghese ci si arrampica. E' quello che sto facendo da qualche giorno, ricavandone un piacere immenso, insieme a Staou.
E' cosi' che scopriamo il vecchissimo quartiere dell'Alfama, il Castello di São Jorge, le chiese e il belvedere di Graça... Posti splendidi, dove il tempo sembra davvero essersi fermato, dove ogni gradino sembra restituirti un pezzo di storia. Inerpicarsi e' un verbo che conserva tutta la sua utilita' anche quando le gambe cedono e chiediamo soccorso ai mezzi pubblici: a trascinarci tra le alte colline della capitale portoghese sono i vecchi tram (tragitto epico quello sul numero 28, tra viuzze strettissime e curve impossibili), elevadores come quello della Bica o l'ascensore di Santa Justa.
Se non fossimo saliti fin lassu' non avremmo conosciuto il cuore di Lisbona, ma se anche fossimo rimasti nella parte bassa, non avremmo potuto mancare Rossio, la centralissima piazza dove - racconta la leggenda - il 25 aprile 1974 la gente comincio' a distribuire garofani ai soldati che stavano rovesciando il vecchio regime salazarista, segnando l'inizio di una breve epoca (detta, appunto, Rivoluzione dei garofani) nella quale un cambiamento radicale sembro' davvero possibile. Di quello spirito oggi - mi e' parso - non resta nulla, salvo l'abitudine di ritrovarsi in quella piazza per le varie manifestazioni a carattere politico.
Scappo, voglio andare a godermi il mio ultimo tramonto a Lisbona. Quanto sembra lontana, da qui la situazione politica francese! Quanta poca voglia di tornare...

05 marzo 2007

Semla-Binetti, uno a zero

Per la prima volta dopo chissà quanto tempo, questo fine settimana l’ho dedicato al riposo, allo svago, al mio compagno. Sabato, per esempio, complice una piccola nostalgia per il nostro ultimo viaggio insieme, io e Staou abbiamo cavalcato la Vespa fino al Centro culturale svedese di Parigi, che si trova nel terzo arrondissement.
Più precisamente in rue Payenne, una piccola via che dista appena un centinaio di metri dalla frequentatissima rue des Francs Bourgeois, quest’ultima battuta ogni fine settimana da migliaia di turisti alla ricerca di place des Vosges o del Centro Pompidou, da parigini in vena di shopping o da gay e lesbiche diretti verso il cuore del Marais. Fuori dai circuiti abituali, costeggiata da ben due giardini pubblici, immersa nella più perfetta tranquillità, rue Payenne testimonia ancora oggi della ricchezza degli abitanti che, intorno al 1600, fecero costruire anche qui quelle eleganti dimore chiamate hôtels particuliers. È in una di esse, l’hôtel de Marle, che ha stabilito la propria sede il Centre culturel suédois.
È vero, il centro ospitava una mostra di “contemporary ceramic art from Sweden”, ma non siamo riusciti ad appassionarci davvero all’esposizione, peraltro di dimensioni assai ridotte. Ciò che più prosaicamente ci ha scaldato il cuore è stato il piccolo ma accogliente Café suédois nel quale, oltre alla torta di zucchine, abbiamo assaggiato il dolce che vedete nella foto. Si tratta di una semla, un dolce che gli svedesi mangiano tra Capodanno e Pasqua. Un bignè, direte voi. Niente affatto. Intanto, la pasta: molto più simile a quella del pane, è morbida ma compatta, “densa”. Al centro è ripiena di marzapane, mentre nella parte superiore è un tripudio di panna. L’autore della foto, Ponanwi, la preferisce servita con latte caldo e una spolveratina di cannella. Noi l’abbiamo mangiata – per così dire – nature... L’abbiamo accompagnata con una cioccolata calda, il tutto per un prezzo decisamente onesto, trattandosi di Parigi.
Più tardi abbiamo assistito alla proiezione di Catch a fire, un buon film sul Sud Africa dell’apartheid, che racconta la storia vera di Patrick Chamusso e di come egli sia giunto a impegnarsi nelle file dell’ANC. È anche la rappresentazione quasi paradigmatica del percorso compiuto da quella nazione verso la democrazia, dalla necessaria lotta per la dignità dei neri, al superamento di ogni desiderio di vendetta, ciò che ha permesso, una volta terminata la segregazione, di interrompere finalmente il ciclo della violenza.
L’idillio culinario-cinematografico si è però incrinato ieri, quando è giunta anche qui l’eco delle polemiche suscitate dalle dichiarazioni di Paola Binetti. Solo parzialmente incrinato, per la verità, visto che la lettura di questo pezzo di Repubblica mi ha fatto sorridere non poco. Ebbene sì, lo confesso, sono fra quelli che non conoscono il programma Tetris e non sa cosa vuol dire l’espressione “surreality della politica italiana”. L’unico elemento che ho trovato davvero surreale sono le dichiarazioni della nostra onorevole omofoba, secondo la quale siamo devianti perché essere gay o lesbiche sarebbe “un comportamento molto diverso dalla norma iscritta in un codice morfologico, genetico, endocrinologico e caratteriologico”. Pensate a quante sciocchezze è costretta a scomodare, quando sarebbe molto più comodo dichiarare: “I Dico sono una questione importante, ma dobbiamo parlare anche delle cose che interessano agli italiani”, come fa il buon Rutelli, il quale vorrebbe farmi credere che io non sia un cittadino italiano, strana discrepanza con ciò che è scritto sulla mia carta d’identità. Ma appunto, Paola Binetti, secondo Rutelli, “è naif [...] deve imparare a calibrare bene le parole”. Apprenda da lui, che con una o due frasette semplici semplici affossa le nostre vite e in fin dei conti anche la sua, quella di quando, nel Paleolitico, aveva nei confronti della questione omosessuale ben altri atteggiamenti e, lontano dal Vaticano, frequentava ben altre stanze.
Solo che di ciò che il segretario della Margherita intende fare della sua vita a me, onestamente, non importa granché. Della mia e delle nostre invece sì. Ecco perché spero che ricominceremo, di nuovo battaglieri e battagliere, a parlare della nostra dignità sabato prossimo, a Roma, in piazza Farnese a partire dalle 15. Dicevamo: sveglia, è l’ora dei diritti!

Foto: una semla (Ponanwi, con licenza CC).

07 gennaio 2007

La Catalogna d'inverno - 4

Nella provincia del Baix Empordà si possono trovare numerosi paesi di origine medievale molto ben conservati, come Pals, Peratallada e Ullastret, che abbiamo già visitato precedentemente. Questo primo gennaio decidiamo di fare un salto a Monells, che non abbiamo mai visto. Ci arriviamo quando il tramonto sta per cominciare e il villaggio è immerso in un torpore irreale. Per i primi minuti non incontriamo nessuno per strada e nessun segno di vita proviene dalle bellissime case in pietra, dalla piazza principale circondata dagli archi dei piccoli portici, dai vicoli stretti. La bellezza di questo villaggio e il silenzio che lo pervade ci deliziano non poco e, mentre passeggiamo con calma, scende la sera e delle luci discrete e molto scenografiche si accendono e illuminano le pareti delle case. Ne nasce persino una piccola polemica tra i nostri amici: J. trova quell’illuminazione perfetta e rispettosa dei luoghi, mentre T. dice che secondo lui è poco pratica perché non permette di vedere un granché. J. ci spiega che Monells è stato l’ultimo paesino medievale a essere restaurato da queste parti e ciò nel rispetto assoluto delle costruzioni esistenti, tanto da essere diventato un vero e proprio esempio per interventi di questo tipo. Delle famiglie che l’abitavano originariamente sono rimasti in pochi, ora sono soprattutto le persone che vivono in grandi città come Barcellona ad aver acquistato qui una seconda casa che utilizzano soltanto in determinati periodi dell’anno. La staticità di quello che a prima vista mi era sembrato un paese fantasma, comincia adesso a trovare una spiegazione razionale.
La presenza di villaggi antichi e ben conservati non è l’unico aspetto della Catalogna che ci aveva sorpreso le prime volte che siamo venuti a trovare T. e J.. C’era qualcos’altro che non credevamo possibile, e cioè che esistessero ancora, sulla Costa Brava, dei luoghi incontaminati e non urbanizzati. Possibile che l’industria turistica avesse preservato qualche chilometro di costa accessibile? Ed è così che, già qualche anno fa, abbiamo scoperto la bellezza della spiaggia naturista di Cala Estreta. Martedì scorso, con T., siamo andati a camminare non lontano da lì, precisamente alla spiaggia del Castell e negli immediati paraggi. Il tempo non era magnifico (ad un certo punto ha anche piovuto un po’) ma il paesaggio era splendido. T. ci ha spiegato che qualche anno fa Castell e i suoi dintorni erano stati minacciati da un progetto di urbanizzazione. Castell è stato salvato dalla mobilitazione dei cittadini che, dopo molte proteste, nel 1994 hanno ottenuto l’indizione di un referendum comunale nel quale una netta maggioranza si è espressa contro l’installazione di infrastrutture turistiche. A quel punto è intervenuta la Generalitat de Catalunya, cioè il governo catalano, che ha acquistato i terreni al proprietario. Un buon affare per quest’ultimo, visto che nel frattempo i terreni erano diventati edificabili e quindi molto più cari di quando li aveva comprati.
Percorrendo il cammino tra le rocce, vediamo delle meravigliose calette nelle quali sono letteralmente incastonate le case dei pescatori: Cala S’Alguer, Cala Canyers, Cala Corbs, la Foradada.
È stata l’ultima gita del nostro piccolo viaggio. Una boccata d’aria fresca, un grande regalo per i nostri polmoni e i nostri occhi, prima di immergerci di nuovo nella frenesia parigina.

Fine – Precedenti: 1, 2, 3.
Foto: Staou.

03 gennaio 2007

La Catalogna d'inverno - 3

Sabato 30 dicembre, quando abbiamo pranzato, cioè intorno alle due e mezza, la madre di J. ci ha dato la notizia dell’attentato dell’Eta all’aeroporto di Madrid-Barajas. A causa dello scoppio di un'autobomba, mentre scrivo risultano ancora dispersi (cioè probabilmente morti) due cittadini ecuatoriani. L’avvenimento è stato così importante che tutti i notiziari lo hanno trattato prioritariamente, relegando in secondo piano l’esecuzione di Saddam Hussein.
“Questo è il miglior regalo de los reyes [i re Magi, festa in Spagna] per Mariano Rajoy”, ci hanno detto senza troppe esitazioni e all’unisono J. e T., ma anche la sorella di quest’ultimo, quando l’abbiamo incontrata la sera successiva. In effetti il principale leader dell’opposizione di destra e attuale segretario del PP, si è sempre mostrato molto critico verso il processo di pace aperto dal governo di Zapatero dopo che l’Eta aveva dichiarato, il 22 marzo 2006, il cessate il fuoco permanente. Mariano Rajoy sa bene che l’unico tallone d’Achille di Zapatero, a poco più di un anno dalle prossime elezioni politiche, sono proprio i passi mossi dal governo verso l’Eta, ed è sul fallimento di quel processo – per ora momentaneo – che intende puntare.
“Ho dato ordine di sospendere tutte le iniziative volte a stabilire il dialogo con l’Eta” – ha dichiarato Zapatero nel pomeriggio di sabato scorso – “Quello di oggi è il passo più sbagliato e inutile che i terroristi potessero fare. Oggi non hanno ottenuto nulla,” – ha aggiunto – “se non provocare dolore e manifestare la loro incapacità di vivere in pace e in libertà”.
Nessuno poteva nutrire l’illusione che questo processo sarebbe stato facile e breve, tanto più che una certa ripresa dell’attività dell’Eta nei mesi scorsi lo aveva già messo seriamente in crisi. Eppure, dalla riunione del 15 e 16 dicembre tra rappresentanti del governo e della banda basca, i socialisti era usciti convinti che il cessate il fuoco avrebbe retto. Il governo, ancora recentemente, aveva respinto tutte le rivendicazioni dell’Eta (tra le quali l’autodeterminazione dei Paesi Baschi e l’annessione della Navarra a questi ultimi), ma era sicuro, come aveva dichiarato Zapatero appena venti ore prima dell’attentato durante la conferenza stampa di fine anno, che, pur in assenza di progressi, il dialogo sarebbe continuato.
Zapatero esce decisamente indebolito da questo avvenimento ma, almeno secondo T. e J., chi parla della fine del dialogo con i terroristi, si sbaglia. Quello di sabato scorso sarebbe allora da interpretare come un avvertimento da parte dell’Eta per incalzare il governo, oppure il gesto di un gruppo non controllato dalla dirigenza indipendentista e contrario alle trattative. L’unico risultato che hanno ottenuto, per il momento, è l’irrigidimento del loro principale interlocutore e l’allontanamento di una soluzione definitiva per l’ormai pluridecennale questione basca.

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31 dicembre 2006

La Catalogna d'inverno - 2

Tiò tiò,
Caga turrò
D’aquell tan bó
Si no en tens més
Caga diners
Si no en tens prou
Caga un ou


Il che, in catalano, vorrebbe dire più o meno: “Tronco, tronco / caga torrone / di quello tanto buono / se non ne hai più / caga soldi / se non ne hai abbastanza / caga un uovo”. È una specie di filastrocca che i bambini catalani cantano la notte della vigilia di Natale, mentre con un bastone picchiano el tiò, cioè un essere immaginario che in realtà è un tronco nascosto con una coperta. Questa tradizione va sotto il nome di fer cagar el tiò (far cagare il tiò).
Alcuni giorni prima di Natale, da qualche parte in casa (generalmente vicino al caminetto, quando esiste) compare el tiò. Ogni notte, prima di andare a dormire, i bambini gli lasciano accanto qualcosa da mangiare: una mela, biscotti,... La mattina ritroveranno solo i resti di queste cibarie, segno che il tiò ha mangiato. Prima o poi, però, il tiò deve defecare e la notte di Natale sembra essere il momento più adatto per stimolarlo in tal senso. È allora che i bambini lo picchiano con un bastone, invocandolo con la cantilena che avete appena letto. Regola importantisima: non è possibile sollevare il manto che ricopre questa creatura fantastica, prima di aver lasciato la stanza per andare a risciacquare la punta del bastone in un secchio che gli adulti avranno provveduto a collocare in una parte della casa sufficientemente distante da quella in cui si trova il tiò. Quando i bambini tornano vicino al tiò, lo scoprono e trovano i frutti dei suoi sforzi: non giocattoli o oggetti di valore, ma solo dolci tipici del periodo natalizio. I regali grossi – non solo i catalani, ma tutti gli spagnoli – li ricevono il giorno dei reyes, i re Magi, il sei gennaio. L’operazione per far defecare il tiò può essere ripetuta più volte, fino a che non evacua carbone: quello è il segnale che non gli scappa più, i bambini allora si mettono l’animo in pace, la festa è finita.
Ah, prima che me lo dimentichi: buon 2007!

Continua. Precedente: 1.

30 dicembre 2006

La Catalogna d'inverno - 1

T. e J. abitano in un piccolo paese della Catalogna, in una casa degli anni Trenta costruita lungo una strada che, durante gli ultimi giorni della Guerra Civile, ha visto sfilare i sostenitori della Repubblica quando questi furono costretti a rifugiarsi in Francia per sfuggire al nascente regime del caudillo Francisco Franco. Partivano a piedi, portando con sè i pochi beni che potevano trasportare. Nella soffitta di questa grande casa, J. ha ritrovato, nascosto fra le travi, un sacchetto di pesetas di vecchissimo conio, risalenti appunto all'epoca repubblicana. Siccome suo nonno ospitava proprio in quella soffitta i fuggiaschi, dando loro un riparo per la notte, si presume che qualcuno, prima di addormentarsi, abbia lasciato proprio lì i soldi che aveva addosso, dimenticandoli al momento di partire, il mattino seguente.
È in questa casa, ancora circondata dalla campagna, ai bordi del piccolo paese, che io e Staou abbiamo stabilito la nostra dimora per la piccola vacanza catalana. L'affetto e il calore col quale T. e J. ci avvolgono ogni volta che veniamo qui, non finisce mai di sorprendermi. Siamo arrivati ieri e, dopo pranzo, siamo subito andati a visitare uno dei pochi monumenti che non ci hanno ancora mostrato, cioè la Canonica di Santa Maria di Vilabertran, un tempo abitata dai monaci agostiniani. Iniziata nel 1200, è stata successivamente ampliata fino al XVIII secolo.
Piatto forte della cena di ieri: una semplice ma sorprendentemente saporita sopa de pan, preparata dalla madre di T. Finito il pasto, insieme ad alcuni amici di T. e J. (C., E. e A.), siamo poi andati ad ascoltare il Requiem in re minore di Mozart, eseguito e cantato nel Monastero di Sant Esteve a Banyoles. È stato un momento davvero emozionante e gradevole, per giunta gratuito... Poi, stanchi del viaggio e abbastanza infreddoliti – la Catalogna “gode”, in questo periodo, di una notevole escursione termica – ce ne siamo andati a letto.
Il sole è rimasto con noi anche oggi, il tempo era ideale e così la visita che abbiamo fatto questa mattina alla Fortezza di Sant Ferran, a Figueras, non poteva andare meglio. Generalmente le fortezze non destano più di tanto il mio interesse anzi, mi mettono una certa tristezza. Sarà stata la guida, che era una ragazza particolarmente vivace e simpatica, o il luogo, che era veramente impressionante, fatto sta che ce la siamo goduta un sacco. Pare che si tratti della più grande fortezza d’Europa, costruita a partire dal 1753 su una superficie di 320.000 metri quadrati (il perimetro misura più di tre chilometri) per ospitare quattromila persone. Una vera e propria cittadella militare, le cui parti più interessanti sono le immense stalle, le gallerie di difesa sotterranee e le enormi cisterne che abbiamo esplorato a bordo di un canotto.
Una piccola parte della Fortezza di Sant Ferran, in tempi più recenti, era adibita a caserma e a carcere militare. In effetti è proprio al primo piano di un piccolo edificio all’interno di quel grande complesso, che trovò posto il tenente colonnello Tejero, quello del tentato golpe del 23 febbraio 1981.
Ora siamo (o meglio loro sono) in pausa, cioè impegnati nell’immancabile siesta. Per pranzo la madre di J. ci ha preparato un piatto tipico di queste parti, Escudella i carn d’olla, cioè un delizioso brodo ricavato da alcune verdure e differenti tipi di carne, che poi si mangiano a parte: pollo, pelota (polpettone), butifarra (sanguinaccio), maiale.

14 dicembre 2006

Avanti, c'è posto!

Sono giornate di lavoro intenso, senza contare gli altri impegni. Mi affanno a finire una cosa e non ho nemmeno il tempo di osservare l’opera appena conclusa che già sono in un’altra faccenda affaccendato. Così le giornate scorrono quasi senza che io abbia il tempo per accorgermene.
Per fortuna esistono i conducenti della metropolitana. Sono gli unici a risollevarmi il morale al termine di giornate così dense. Passo una discreta quantità di tempo sui mezzi pubblici, in particolare nel metrò, e avevo già notato, ormai da qualche mese, che gli annunci si fanno sempre più colloquiali e lontani dalla freddezza amministrativa che li caratterizzava precedentemente. Così, per esempio, la banale comunicazione della chiusura della stazione successiva a quella nella quale si trova il convoglio sul quale state viaggiando, diventa qualcosa come : “Buonasera! Tengo a comunicarvi che la stazione Tale è chiusa per lavori e che quindi la prossima fermata sarà Talaltra. Mi scuso con voi per il disagio e vi auguro una buona serata”.
Ma ieri sera, in un’ora di punta e a bordo di un convoglio particolarmente affollato, il conducente della linea 1 ha superato se stesso.

- Buonasera! Ho notato che al binario c’è un cieco con il suo cane che sta aspettando di poter entrare. Vi prego di aiutarli a salire, lui e il suo cane, facendogli posto. Prego anche le persone che sono sedute sugli strapuntini di alzarsi e cedergli il posto.
Pausa.
- Inoltre, una quarta persona può venire qui con me in cabina!
Generali risate. Pausa.
- Non era una battuta...

Foto: Staou.

26 ottobre 2006

Il cuore di Giovanna

Ieri è morto Bruno Lauzi. Su di lui ha scritto un bel post Anellidifumo.
Della scuola genovese, a dir la verità, tra le canzoni che ascolto oggi rimane molto poco: a parte De Andrè, qualcosa di Tenco e, di Bruno Lauzi, solo Ritornerai (“Ti senti sola con la tua libertà / ed è per questo che tu ritornerai”).
Tuttavia c’è un ricordo di quand’ero bambino e infilavo ancora i quarantacinque giri ereditati dai miei nel “mangiadischi” Penny (e mai definizione fu più appropriata, visto lo stato in cui quell’aggeggio infernale ti restituiva il vinile dopo averlo fatto gracchiare). Tra quei dischi ce n’era anche uno di Bruno Lauzi e il titolo di una delle canzoni era Il cuore di Giovanna. La mettevo su a ripetizione, oggi si direbbe che facevo dei “loop”. Il fatto è che mi ero invaghito di una mia compagna d’asilo (che poi sarebbe stata mia compagna anche alle elementari) che si chiama Giovanna. Pensavo che non ci saremmo separati mai, che avremmo vissuto insieme... Avevo quattro anni. Più o meno.

23 ottobre 2006

Stoccolma, impressioni

“E perché mai siete venuti proprio qui?”, è la domanda che ci hanno posto un po’ tutte le persone che abbiamo avuto la fortuna d’incontrare, stupite della nostra presenza. Già, perché andare proprio a Stoccolma, e proprio in ottobre, quando le giornate nella capitale svedese sono già molto più fresche di quelle parigine? “Perché è la prima volta che visitiamo il nord Europa”, dicevamo, “per noi molte cose qui sono nuove, quindi interessanti”.
Sì, deve essere stata una curiosità ormai decennale ad averci spinto fin lassù, un vecchio sogno di quando eravamo più giovani e cercavamo il modo migliore per emergere dal pantano nel quale ancora ci trovavamo. Fantasticavamo sul nord Europa immaginandolo come una specie di Eden. Adesso che ci sembra di essere comunque riusciti ad allontanarci almeno un po’ dallo stagno, abbiamo finalmente potuto “vivere” a Stoccolma, anche se solo per qualche giorno e senza nessun progetto particolare. Ci ha accompagnato una strana nostalgia per decisioni non prese e per epoche ormai lontane, che ha fatto sì che persino io, italiano trapiantato a Parigi, mi sentissi un po’ a casa mia. O come un assassino che torna sul luogo del delitto.
Stoccolma è una delle capitali più accoglienti che mi sia capitato di visitare. Come dimenticare la magia della città vecchia, Gamla Stan, con i suoi antichi palazzi, o l’austero e ricco quartiere Östermalm, il quartiere Kungsholmen e il suo municipio? E Södermalm, l’isola che si trova a sud e che era il luogo dove risiedeva un tempo soprattutto la classe operaia, oggi ricca di caffè alla moda o di negozi di design: questo mi è parso il vero cuore della città, pulsante di vita e di gioventù varia. Non a caso, e senza dubbio con una buona dose di esagerazione e un pizzico di autoironia, il quartiere che si trova a sud di Folkungagatan, è stato ribattezzato SoFo (cioè South of Folkungagatan, sulla falsariga di SoHo, South of Houston). Ancora, sono ben scolpite nella mia mente le immagini del più che sobrio Castello Reale, e dell’interessantissimo Vasamuseet, un museo che espone un vascello del 1628 affondato qualche minuto dopo il suo varo, e recuperato 333 anni dopo, ancora in ottimo stato. Grazie ai percorsi tematici che si sviluppano letteralmente intorno al corpo del vascello, si compie un viaggio alla scoperta di diversi aspetti della vita nella Svezia del 1600.
Non ho avuto tempo d’infilarmi in uno dei numerosi cybercafé o nei punti internet della stazione centrale o della Biblioteca municipale, per raccontare il mio soggiorno a Stoccolma giorno per giorno. Così adesso vorrei solo trascrivere qualche impressione che ho raccolto quando ero lassù.
L’elemento che forse più di tutti forgia questa città è la presenza costante e benefica dell’acqua e del verde. Più e più volte, camminando o spostandosi in metropolitana, è necessario attraversare i ponti che congiungono le varie isole sulle quali si adagia la città – timorosa, si direbbe, di disturbare l’ambiente naturale che la circonda, anzi, che la permea. E appaiono allora il Lago Mälaren e il Mar Baltico, di un blu profondissimo. Là dove i canali si fanno più stretti come fra l’isola di Gamla Stan e il quartiere Norrmalm l’acqua scorre rapidamente, tanto che a vederla si direbbe un fiume. Gli spazi verdi sono immensi, e può tranquillamente accadere che si scambi quello che è semplicemente un parco per un bosco. Le piste ciclabili sono onnipresenti, il traffico è calmo ed estremamente regolato. Dicono che nei due mesi durante i quali qualche raggio di sole le riscalda, le spiaggette di Stoccolma si riempiano di bagnanti. Di questi luoghi, perfettamente integrati alla città, ne abbiamo visto uno, nel quartiere Marieberg. Là una ragazza a dir poco temeraria sfidava la temperatura dell’acqua (per me glaciale) facendo il bagno accanto a un moletto in legno.
Il rispetto per il patrimonio naturale presente in città è osservabile ovunque: tutti i rifiuti vengono diligentemente riciclati, le cartacce in terra sono piuttosto scarse. Fatta eccezione per qualche grande asse automobilistico che attraversa il centro della capitale e per l’orrore architettonico anni 70 della zona intorno a Sergels Torg (altrettanti esempi di follia urbanistica, più che di degrado ambientale), sembra che tutto a Stoccolma sia concepito perché la gente vi si trovi a suo agio. Persino il silenzio dell’aeroporto di Arlanda, nel quale quasi tutti gli annunci all’altoparlante sono banditi, o il basso livello di inquinamento acustico nel metrò, dove le vetture non sferragliano e il segnale sonoro per la chiusura delle porte non è assordante come quello parigino, concorrono a rendere Stoccolma un luogo a bassa densità di stress.
A dispetto della temperatura e del tempo atmosferico, quasi mai consoni alle nostre origini mediterranee, pare che la vita, qui, abbia qualcosa di dolce. Ovvio, cinque giorni sono appena sufficienti per farsi qualche impressione. Nessuna certezza in queste notarelle, tuttavia alcuni segnali parlano da soli. La presenza massiccia – un vero esercito – di madri ma anche di giovani padri che spingono una carrozzina con dentro il loro pupo o la loro pupa, autorizza a credere che il periodo immediatamente successivo alla nascita dei figli può essere vissuto qui con serenità dai genitori: sarà l’impegno forte da parte dello Stato a favore dell’infanzia e della genitorialità a offrire maggiore sicurezza?
E se la Svezia non ha ancora realizzato completamente le pari opportunità, la meta sembra molto meno lontana qui che altrove. Che il ruolo dell’uomo e della donna, tanto nella coppia eterosessuale quanto nella società più in generale, sia stato ridiscusso con la volontà manifesta di rimuovere ogni traccia di maschilismo, mi pare emerga anche da piccoli episodi quotidiani come quello che riportavo sopra.
Se di una separazione tra uomini e donne si può parlare, lo si farà citando l’ingresso della sauna che abbiamo trovato a Gamla Stan. È uno dei rari (il solo?) stabilimento di questo tipo esistente in città: certo, esistono molti centri di bellezza con sauna annessa, ma il loro spirito è totalmente differente. La sauna dove siamo stati noi è stata una vera sorpresa: “popolare”, per niente lussuosa, accessibile ad un prezzo contenuto (5 euro), cinque-sei piccoli ambienti sepolti in profondità tra le fondamenta di un vecchio palazzo. Frequentata solamente da svedesi, alcuni giorni apre le porte esclusivamente agli uomini mentre in altri momenti della settimana è solo femminile. Non era una sauna gay, né vi si svolgeva alcuna attività erotica (al massimo qualche sguardo un po’ meno discreto del solito), anche se di materiale ce ne sarebbe pure stato (ehm). Bandito anche l’ultimo pudore dell’asciugamano che dalle nostre parti cinge la vita fino al momento di passare a più concrete faccende e che invece qui serve esclusivamente ad asciugarsi un po’ dopo aver fatto la doccia finale, ci siamo mischiati volentieri agli svedesi. Ho avuto la netta sensazione che si realizzasse là sotto, nel calore insopportabile della sauna (finlandese, cioè in legno con la fonte di calore all’interno, per intenderci), nel freddo della piscina o nel tepore delle vasche, una mescolanza perfetta tra etero e gay, come se tutti se ne infischiassero allegramente dell’orientamento sessuale degli altri frequentatori. Era semplicemente un luogo di ritrovo per uomini di differenti età: lontano dalle donne, potevano chiacchierare e scherzare tra di loro con una grande spontaneità e, da quanto ho capito, con un certo cameratismo. Amici e complici, ma non amanti. Noi abbiamo fatto i timidoni, benché qualcuno ci abbia chiesto in inglese da dove venivamo e ci abbia offerto altri antipasti di conversazione. Che differenza rispetto all’altezzosità delle dive che frequentano i vapori parigini!
E gli svedesi, allora? A me è parso che la proverbiale freddezza dei popoli nordici appartenga più al mito che alla realtà. Se esitavamo sulla strada da prendere con la nostra piantina in mano per più di qualche minuto, c’era sempre qualcuno che si offriva spontaneamente di aiutarci. Fuori da un locale gay, con fare molto tranquillo, due ragazzi in due momenti successivi si sono presentati giusto per... fare due chiacchiere. E tutti mostrano interesse per il sud dell’Europa e sembrano tenere moltissimo a parlarti di tutto ciò che conoscono del posto dal quale vieni. A un lettore italiano questo comportamento potrà forse sembrare banale, assolutamente logico, ma non è così per me, dal momento che a Parigi la gente sembra aver fatto dell’indifferenza verso il prossimo il mezzo migliore per sopravvivere nella difficile e a tratti ostile giungla urbana.
Così sono stato molto felice di scoprire uno scampolo di vita gaia a Stoccolma grazie al bellissimo e folle Niklas (sì, detengo il suo numero di cellulare e posso essere tranquillamente corrotto... alle mie particolari condizioni, évidemment). Ebbene, Niklas si è presentato a noi nel modo più schietto possibile, quando, nostro vicino di tavolo al ristorante dove stavamo cenando, ci ha chiesto: “So, where are you from?”. È stato lui a confermarci che a Stoccolma non esistono saune gay o locali con darkroom, che il “corteggiamento” è relativamente semplice e diretto e che le chat su internet sono più che sufficienti ad organizzare degli incontri puramente occasionali. Per assaggiare un po’ della “scena” di Stoccolma, quella sera siamo stati con lui in un locale che si chiama Torget e la sera successiva, ancora in compagnia di Niklas, abbiamo passato qualche ora spensierata da Lino, una discoteca gay sull’isola Riddar-Holmen. È il piano terra di un grande palazzo, un succedersi di grandi stanze, come fossero salotti di un appartamento appena svuotati del loro mobilio; fuori, un piccolo giardino. In ogni ambiente un tipo di musica differente, ma il pubblico è sempre quello: tendenzialmente gay, molto eterofriendly.
Un altro luogo comune sulle genti nordiche, questa volta del tutto veritiero, è la loro tendenza a sorbire quantità incredibili di superalcolici il venerdì e il sabato sera al solo scopo di ubriacarsi. In effetti alla fine della serata, alle tre del mattino, le persone ancora sobrie che si potevano contare all’uscita della discoteca erano davvero pochine...
Il momento più difficile è stato quello della partenza, non volevamo proprio andarcene. Come fa sempre quando è entusiasta di un posto che ha appena visitato, Staou continuava a parlarmi di come potrebbe essere la nostra vita a Stoccolma. Sto per pacsarmi a un vagabondo, lo so.

Foto: Staou.