Catania Pride 2008 - 5 luglio
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04 luglio 2008

Un passo in più verso il matrimonio gay in Francia

La decisione, clamorosa, è stata adottata il 19 maggio scorso, ma è stata resa nota solo ieri, in esclusiva, dalla rivista glbt Têtu: secondo l’Autorità francese contro le discriminazioni e per l’uguaglianza (la Halde, creata nel 2005), le coppie pacsate sono discriminate “illegittimamente” e “ingiustificatamente” rispetto a quelle sposate, in materia di reversibilità della pensione.
È questo l’esito del ricorso presentato alla Halde da Jean-Marie Jacquemart. L’uomo, 62 anni, ex militare, desidererebbe che alla sua morte la pensione che oggi riceve, fosse passata al compagno con cui è pacsato, un invalido di 49 anni. Il sistema pensionistico francese, però, non prevede la reversibilità della pensione nel caso di una coppia pacsata. 
Nel suo pronunciamento, il presidente della Halde Louis Schweitzer nota allora che, se da un lato chi sottoscrive un PaCS è vincolato, per legge, ad alcuni doveri (in particolare l’assistenza reciproca, la vita in comune, la mutua solidarietà) che configurano l’esistenza di un vero e proprio “regime patrimoniale” della coppia pacsata, del tutto paragonabile a quello di una coppia sposata, dall’altro non è stato previsto un trattamento identico in ambito pensionistico.
“Gli obblighi che gravano sui congiunti [di una coppia sposata, n.d.r.] e sui partner [di una coppia pacsata, n.d.r.] sono sufficientemente comparabili, per quel che riguarda gli obiettivi della pensione, da rendere ingiustificata qualsiasi differenza di trattamento in questa materia”. Ma la parte più interessante è questa: “Allo stato attuale del diritto francese, poiché le coppie omosessuali non hanno il diritto di sposarsi, questa differenza di trattamento ingiustificata è tanto più illegittima in quanto si fonda su un criterio vietato sia dalla direttiva antidiscriminazioni adottata da Bruxelles sia dalla Convenzione europea dei diritti umani: l’orientamento sessuale”. La logica conclusione della Halde è che “le disposizioni legislative previste dal Codice sulla previdenza sociale costituiscono una discriminazione fondata sull’orientamento sessuale, poiché escludono dal diritto alla reversibilità della pensione i partner [delle coppie pacsate, n.d.r.] che restano in vita”.
Si tratta indubbiamente di un pronunciamento di portata storica poiché, come nota anche l’avvocato Caroline Mécary, citato da Têtu, “è la prima volta che un’autorità pubblica ufficiale afferma che esiste effettivamente una discriminazione fondata sull’orientamento sessuale che riguarda il trattamento delle coppie in Francia”. La logica conclusione dovrebbe essere l’apertura del matrimonio anche alle coppie formate da persone dello stesso sesso. L’avversione del presidente Sarkozy a un provvedimento di questo tipo, tuttavia, è nota da tempo. Entro tre mesi, comunque, il primo ministro François Fillon e la ministra del lavoro Christine Lagarde dovranno rispondere almeno alla richiesta della Halde “d’iniziare una riforma legislativa che estenda ai partner pacsati il beneficio della reversibilità della pensione”.

Fonte: Têtu.

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30 giugno 2008

Gay e lesbiche di destra contestati al Pride di Parigi

Colorato e festoso come da tradizione, ma anche arrabbiato, il Pride francese ha visto sfilare per le vie di Parigi una folla enorme, stimata tra i cinquecentomila partecipanti (secondo la prefettura) e i settecentomila calcolati dagli organizzatori. Secondo Alain Piriou, portavoce della federazione delle associazioni francesi Inter-lgbt, i timori per la rivendicazione centrale di quest’anno - “una scuola senza nessuna discriminazione” - , ritenuta da alcuni poco attrattiva, sono stati clamorosamente smentiti. 
Il sindaco socialista Bertrand Delanöe, presente come sempre alla testa del corteo insieme all’ex ministro della cultura Jack Lang, ha ricordato che “nella scuola ci sono ancora dei tabù. [...] La comunità educativa è cosciente della necessità di accompagnare chiunque, fin dalla più tenera età, verso la propria libera realizzazione. Chi non è omosessuale e combatte un’identità, in effetti, fa del male a se stesso. [...] I bambini devono sapere che una ragazza è uguale a un ragazzo e un eterosessuale è uguale a un omosessuale”.
Molte le personalità politiche presenti, così come i gruppi o i carri dei partiti: c’erano i socialisti, i comunisti (che hanno assicurato anche in parte il servizio d’ordine), la Ligue Communiste Révolutionnaire, i Verdi, i centristi del MoDem di François Bayrou e i sindacati, tra cui molte sigle dei rappresentanti del corpo docente.
Jean-Luc Romero, esponente indipendente del partito di Nicolas Sarkozy (UMP), ha ammesso che “sotto i governi di destra le questioni sociali non fanno mai molti progressi. È da un anno,” - ha proseguito - “che le personalità più aperte della maggioranza non si fanno sentire”. E proprio il carro di GayLib, associazione di gay e lesbiche dell’UMP, è stato bloccato per oltre un’ora da militanti delle Panthères Roses, di ActUp e di Aides e da un centinaio di semplici partecipanti, che protestavano contro la politica del governo Fillon-Sarkozy e chiedevano la parità tra omo ed eterosessuali. Il boicottaggio, pienamente riuscito, è stato accompagnato da slogan come: “Niente UMP al Pride!” o “Sarko, Boutin [esponente ultracattolica dell’UMP, oggi ministro], Vanneste [esponente dell’UMP condannato più volte per omofobia], vi detestiamo!”.
Nel frattempo, commentando il Pride di quest’anno, gli organi d’informazione hanno diffuso i dati di un sondaggio IFOP secondo il quale il 51% dei francesi sarebbero favorevoli all’adozione da parte di gay e lesbiche, e il 62% si pronuncia per un’apertura del matrimonio anche alle coppie composte da persone dello stesso sesso. La società sembra pronta, mentre la classe politica è ferma ai PaCS, i patti civili di solidarietà voluti nel 1999 dal governo del socialista Lionel Jospin.

Fonti: Inter-lgbt, Le Figaro, Libération, Têtu.

Un bella testimonianza del lavoro svolto dalle associazioni francesi nelle scuole (audio, in francese, dal sito di LibéLabo): Bombe a scoppio ritardato contro l’omofobia.

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28 giugno 2008

Contro l’omofobia a scuola oggi sfila mezzo milione di francesi

Non credo di poter dire che la mia sia stata un’adolescenza facile. A un’infanzia passata ad inventare e a mettere in scena storie fantasiose e il più delle volte drammatiche (nobiluomini che morivano alla fatidica età di 22 anni, per me allora un traguardo lontanissimo) o a riempire i lunghi e talvolta solitari pomeriggi estivi in provincia di letture assai leggere, si è contrapposta presto una realtà ben più dura da digerire. Il fatto di non riconoscermi nei modelli che mi erano proposti (il maschio che gioca a calcio o si appassiona a qualche sport, che compete, che gira intorno alle ragazze) creava un enorme disagio, che però restava silente, non trovava le parole per esprimersi, perché avrei dovuto ammettere, innanzitutto a me stesso, che l’incubo che cercavo di scacciare la notte, prima di addormentarmi, sperando di risvegliarmi al mattino diverso da come ero, costituiva invece la mia realtà: omosessuale, l’unico, il solo. Soltanto dopo molti anni e dopo alcuni passaggi dolorosi, avrei capito che il problema non ero io né il mio orientamento sessuale, ma l’omofobia che regnava nell’ambiente in cui vivevo (o sopravvivevo), riverberata mille volte dalle persone che mi erano più vicine ed infine, inevitabilmente, interiorizzata. 
La scuola. Questa è davvero, secondo me, la chiave di tutto. Ricordo ancora con astio la gran parte dei miei compagni di liceo, colpevole di avermi fatto passare anni orribili, fatti di prese in giro, emarginazione, piccole violenze psicologiche che però poi pesavano, eccome, sul mio equilibrio. Ma ancor più deprecabili, perché adulti e in teoria responsabili della nostra educazione, erano gli insegnanti: del tutto impreparati a capire che cosa sia la differenza e a come trasmettere il rispetto e la dignità (posto che ne avessero una), si voltavano dall’altra parte, chiudevano uno o a volte anche due occhi, quando non partecipavano direttamente a quel piccolo inferno (un cenno di assenso, un sorriso o anche un silenzio rivolti al piccolo tiranno di turno, alle volte bastano). Per non parlare delle vere e proprie cialtronerie declamate ex cathedra e quindi assorbite passivamente da noi studenti, come quando la professoressa di biologia ci spiegò che l’unica omosessualità della quale è legittimo parlare è quella indagabile scientificamente, una patologia derivante da una malformazione dei cromosomi (nientemeno!), mentre tutto il resto è “moda”. La fine delle scuole superiori fu per me un vero sollievo: oltre al fatto che non avrei più dovuto sottopormi alla tortura delle ore di educazione fisica, durante le quali bighellonavo evitando di osservare i miei compagni, indaffarati a correr dietro ad un pallone, l’università portava con sé il vento della libertà, l’allontanamento dalla mia famiglia e dalla mia città d’origine, un viaggio durante il quale non avrei tardato a trovare finalmente me stesso.
Ecco perché sono particolarmente felice della rivendicazione centrale del Pride francese di quest’anno, che sfilerà oggi pomeriggio per le vie di Parigi: Per una scuola senza alcuna discriminazione! Certo, sono ormai sedici anni che non frequento più i banchi di quel liceo e di acqua sotto i ponti ne è passata, ma mi chiedo quanto sia davvero cambiata oggi, soprattutto nella provincia italiana, la condizione di quelle persone che prendono coscienza della propria “diversità” sessuale rispetto a una norma tuttora imposta. Per la Francia (cioè per una situazione differente da quella italiana e, sotto tutti gli aspetti, migliore) i dati, purtroppo, parlano chiaro: secondo il rapporto stilato nel 2007 dal difensore dell’infanzia (un’istituzione creata nel 2000 per promuovere i diritti dei bambini), “un quarto dei tentativi di suicidio dei ragazzi tra i 15 e i 25 anni e il 10% di quelli delle ragazze della stessa età sono legati a un problema di omosessualità del quale non possono parlare se non attraverso questo gesto. Il concetto di normalità generalmente veicolato dall’ambiente sociale, anche in assenza di un comportamento apertamente omofobo, diventa un peso insopportabile per alcuni di questi giovani che si sentono diversi e lo vivono difficilmente”. L’Institut de veille sanitaire (autorità di sorveglianza sanitaria) giustamente ricorda che “la società attuale dà una maggiore visibilità all’omosessualità e sembra più aperta rispetto alla sessualità, tuttavia non per questo un orientamento sessuale diverso dalla norma è più facile da dire, in particolare per i più giovani”. E il Ministero della sanità francese, il 27 febbraio di quest’anno, nel suo “Piano per la salute giovanile” conclude che “il rischio di suicidio presso i giovani omosessuali maschi è 13 volte superiore rispetto a quello dei giovani maschi eterosessuali”.
Qualche timido passo verso l’educazione alla diversità anche sessuale è stato fatto in questi anni. Nel 2000, l’allora sottosegretaria per l’insegnamento scolastico, Ségolène Royal, diffonde in tutte le scuole medie francesi un dossier pedagogico nel quale si trova anche una scheda sull’omosessualità. Il ministero della pubblica istruzione, diretto all’epoca dal socialista Jack Lang, il 21 novembre 2001 emette una circolare nella quale stabilisce che l’educazione sessuale “deve oggi tenere conto delle questioni legate alle differenze di genere, alla lotta contro il sessismo e l’omofobia, e deve permettere di affrontare meglio le attese dei giovani, con le loro differenze e le loro preoccupazioni specifiche”. Se nel 2003 il governo della destra sembra continuare su questa linea e fa stilare al ministro della pubblica istruzione, Luc Ferry, un’altra circolare nella quale si promuove “la lotta contro i pregiudizi sessisti e omofobi”, in realtà l’effetto di questa presa di posizione viene decisamente attenuato dal distinguo, presente nello stesso documento, secondo cui tale lotta non deve “urtare le famiglie o le convinzioni personali”.
Il dialogo tra l’Inter-lgbt (la federazione francese delle associazioni arcobaleno) e il Ministero della pubblica istruzione rimane fermo fino all’anno scorso quando, alla vigilia del Pride, una delegazione viene finalmente ricevuta ottenendo la messa in cantiere di alcune misure, come la diffusione nelle scuole di manifesti con i numeri dei telefoni amici sulle questioni inerenti la sessualità. Il 4 aprile 2008 il ministro Xavier Darcos firma una documento che costituisce una piccola vittoria per il movimento glbt: per la prima volta nella storia, la circolare ministeriale che prepara il rientro dalle vacanze estive di quest’anno (questo tipo di documenti ha un peso maggiore rispetto agli altri, considerati più “ordinari”) si concentra anche sulla lotta “contro tutte le violenze e tutte le discriminazioni, in particolare l’omofobia”. 
È evidente che tutto ciò non basta. L’Inter-lgbt si propone dunque, attraverso la mobilitazione di quest’anno, di ottenere l’affissione in tutte le scuole medie, nei licei e nelle università dei manifesti del telefono amico della Ligne Azur; la diffusione a tutti gli insegnanti della guida “Omofobia: sapere e reagire”, pubblicata dalla Ligne Azur; la redazione e la diffusione di uno strumento pedagogico rivolto agli insegnanti, sul modello di quanto già sperimentato in Belgio; un modulo di formazione per gli aspiranti insegnanti; la diffusione tra i giovani di una guida; la partecipazione dell’Inter-lgbt alle azioni previste dal Ministero della sanità nel quadro del “Piano sulla salute giovanile”, in particolare con la guida “Scoprire la propria omosessualità”; facilitare l’intervento delle associazioni glbt nelle scuole.
Al Pride dovrebbe partecipare, come accade ormai da qualche anno, più di mezzo milione di persone. E io mi auguro davvero che questa marcia abbia un gran successo.

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10 giugno 2008

Podcast 6 - La marche de nuit

Il mio intervento alla trasmissione Flash Beat su Radio Flash. Conduce Marina Paganotto. La marcia notturna organizzata a Parigi (e a Bologna) da un collettivo femminista e lesbico, contro la violenza sulle donne.









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09 giugno 2008

Le donne si riprendono la notte

Sabato prossimo, 14 giugno, per le strade di Parigi sfilerà un insolito corteo. Inconsueto non perché composto solo da donne, decise a gridare tutta la loro rabbia contro la violenza maschile, ma per il suo orario di convocazione: le manifestanti, infatti, si concentreranno in Place Armand Carrel alle 19,30 e, a partire da lì, daranno vita, nelle ore che seguiranno, a una marche de nuit. Lo stesso giorno è prevista una marcia analoga anche a Bologna, con le stesse parole d’ordine. Per saperne di più, ho rivolto qualche domanda a Isabelle, una delle ragazze del collettivo femminista che organizza il corteo.
La marche de nuit è stata convocata da “un collettivo di ragazze, di donne, di femministe e di lesbiche”. Quando è nato questo collettivo e perché?
Il nostro gruppo è stato creato qualche mese fa, spontaneamente, per rispondere all’esigenza di fare insieme una marcia notturna. Riunisce militanti femministe e lesbiche di orizzonti molto diversi fra loro.

Sabato prossimo renderete visibile la vostra lotta contro la violenza maschile sulle donne. Come si esprime questa violenza e da che cosa è generata?
Noi denunciamo questa violenza come manifestazione e conseguenza del sistema di dominazione eteropatriarcale sulle donne. Essa può assumere, ovviamente, forme diverse: esiste una condanna implicita nei confronti delle donne che escono da sole la sera e per questo noi sfileremo contro le minacce fatte alle donne di notte nei luoghi pubblici. Ma manifesteremo anche contro le violenze che avvengono in famiglia o nella coppia o sul posto di lavoro. L’idea di una marcia notturna, del resto, non è nuova: già dai tempi del MLF (Mouvement de Libération des Femmes) è in uso questa pratica ed esiste da molto anche l’esperienza dei Take back the night...

Gli uomini non sono invitati a partecipare a questa manifestazione: perché avete fatto la scelta di una marcia non mista?
È una strategia di lotta che risulta ancor più valida se applicata al caso di una marcia notturna: proprio perché esiste una pressione sociale affinché le donne circolino la notte solo se protette da un uomo, noi marceremo numerose ma da sole, senza uomini.

Il 24 novembre scorso, è stato convocato a Roma, sugli stessi temi, un corteo di donne che ha visto una grande partecipazione. Qualcuno ha parlato allora di un “ritorno del femminismo”, dopo anni in cui le donne sembravano aver disertato le piazze. Sta succedendo la stessa cosa in Francia?
Difficile dirlo, la struttura dei gruppi femministi è diversa in Francia e in Italia. In ogni caso, un nuovo slancio femminista sarebbe benvenuto!

Lo stesso giorno, il 14 giugno prossimo, una marcia notturna è stata convocata anche a Bologna, con le stesse parole d’ordine. Avete dei contatti frequenti con collettivi di altri paesi? Vi sentite parte di un movimento femminista internazionale?
Sicuramente abbiamo contatti con diversi gruppi in vari paesi, come l’Italia o la Turchia. Non a caso, abbiamo tradotto il nostro volantino in diverse lingue, per poterlo distribuire a tutte, ma anche per farlo circolare all’estero. D’altra parte, diffondiamo in Francia le informazioni sulle iniziative che si svolgono altrove, ad esempio in Italia.

In cosa consiste il legame, da voi denunciato, tra politica securitaria e razzismo da un lato, e violenza contro le donne dall’altro? 
I politici strumentalizzano la lotta contro le violenze maschili. Quando denunciano la violenza contro le donne non lo fanno certo per senso di giustizia, quanto piuttosto per attuare repressioni razziste. La protezione delle vittime diventa solo un pretesto per far passare leggi liberticide, magari sul piano dell’espressione della propria fede religiosa o delle pene detentive. Credo che sia un po’ quello che è successo a Roma, quando il sindaco di quella città ha lanciato una vera e propria repressione contro i rom, in seguito a un episodio di violenza carnale contro una donna da parte di un rom. Cosa è stato fatto in quel caso? Invece di colpire la violenza maschile per quello che è e dove si esercita maggiormente, cioè la coppia o la famiglia, si sono stigmatizzati dei capri espiatori, alimentando così il razzismo e la politica securitaria. Noi siamo fermamente contrarie alla strumentalizzazione della lotta per la nostra libertà a fini razzisti.

Voi sostenete che esiste un legame tra il nostro sistema economico (capitalista) e violenza contro le donne. Me lo puoi spiegare?
Per rispondere, basta pensare che il 70% della forza lavoro è costituita da donne, spesso impiegate in compiti ingrati e part-time, e che la loro fatica avvantaggia gli uomini. Inoltre, gli stipendi delle donne sono inferiori a quelli degli uomini e non superano mai una certa soglia di incremento.

In che cosa le violenze contro le lesbiche sono specifiche, rispetto a quelle nei confronti delle altre donne?
La violenza che si esprime contro le lesbiche è specifica poiché riunisce in sé la violenza sessista, rivolta a tutte le donne, la violenza contro l’omosessuale (qualunque sia il suo genere) e soprattutto la violenza contro quelle donne che organizzano la loro vita affettiva e sessuale senza gli uomini.

Ne parlerò ancora in un collegamento in diretta domani, intorno alle 16, durante la trasmissione Flash Beat, con Marina Paganotto di Radio Flash e Roberta Padovano, portavoce del coordinamento Torino Pride 2006. Per chi è a Torino la frequenza è: 97,6. Altrimenti, per ascoltare in streaming, click qui.

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30 aprile 2008

Ricostruire a sinistra

A causa di un contrattempo, non ho potuto partecipare, ieri, al collegamento con la trasmissione Flash Beat, condotta da Marina Paganotto su Radio Flash. Pubblico comunque la traccia che avevo preparato per il mio intervento.

C’è qualcosa di davvero stupefacente nell’esito delle ultime elezioni politiche e in quello delle comunali romane? Dov’è la sorpresa? È la vittoria della peggiore destra immaginabile oggi in Europa? È il pericolo che si avverte per l’ulteriore degrado che subirà la vita pubblica - e, di conseguenza, la nostra stessa vita? O è la scomparsa della sinistra dal Parlamento italiano a rendere tutti così ansiosi?
Eppure, le ragioni della sconfitta della sinistra erano sotto i nostri occhi da tempo. Seduti attorno a un tavolo, qualche tempo prima delle politiche del 2006, i rappresentanti del centro sinistra avevano stilato un programma inservibile: o perché faceva promesse che erano chiaramente destinate ad essere disattese (vedi la riduzione delle servitù militari, trasformata poi nell’esatto contrario: ampliamento della base di Vicenza) o perché giocava cinicamente al ribasso sui diritti civili, come quello dei gay e delle lesbiche di vedere riconosciute le loro unioni. Due anni fa, abbiamo fatto finta di crederci, sperando che l’Italia che “cambia davvero” (come recitava lo slogan elettorale di Rifondazione comunista nel 2006) potesse scaturire - non si sa per quale miracolo - dai partiti che avevamo deciso, tra mille dubbi, di votare. Abbiamo fatto lo sforzo di credere che almeno alcune delle rivendicazioni dei movimenti potessero essere recepite. Ma la verità, attesa, si è presentata subito in modo molto crudo e, mi pare, nessuno meglio di chi fa parte del movimento glbt potrebbe testimoniare la frustrazione, durata due anni, nel vedere la sinistra al governo digerire qualsiasi cosa senza ottenere in cambio nulla, lasciando invece campo libero ai ricatti dei vari teodem e dei vari Mastella. Il problema, però, stava all’origine della coalizione, nell’accettazione di compromessi poco onorevoli. Dov’è, allora, lo stupore per il massiccio rifiuto di confermare questa sinistra al potere?
Sembra che l’unico problema della sinistra fosse, fino a due mesi fa, quello di assicurare la governabilità. Il grande risultato lo abbiamo visto: una crisi di governo a neanche due anni dalle ultime elezioni. Nel frattempo: nessuna legge sul conflitto d’interessi; nessuna legge sul sistema radiotelevisivo; nessuna revisione della legge elettorale in senso democratico; la laicità fatta a pezzi quotidianamente da ampi settori della maggioranza, nel silenzio imbarazzante degli alleati; il disprezzo per gay e lesbiche, ostentato non solo da quegli esponenti della maggioranza che rispondono del loro operato direttamente all’Opus Dei, ma anche - tra gli altri - di Rosi Bindi, di Massimo D’Alema, dello stesso Veltroni o del suo degno candidato, il generale Del Vecchio. A questi attacchi la sinistra non ha saputo o non ha voluto reagire efficacemente: perché, allora, stupirsi delle conseguenze, a danno ormai ampiamente consumato?
La crisi della sinistra, che oggi è diventata particolarmente evidente nel nostro paese, non è un fenomeno solo italiano ma si può riscontrare anche qui in Francia. Certo, le condizioni sono parzialmente differenti e le proporzioni della deriva sono meno impressionanti che in Italia. È un fatto però che il partito socialista francese ha perso (e male) due presidenziali e due legislative di seguito, e che ciò che si trova a sinistra del PS, la cosiddetta sinistra “estrema”, non gode certo di buona salute. Ecco allora che scatta, anche qui, la grande tentazione: quella di aprire al centro, di rincorrere l’elettorato moderato anche da sinistra. Ségolène Royal, candidata socialista alle ultime presidenziali, è stata la prima ad inaugurare questa strategia: tra il primo e il secondo turno ha provato a stringere un accordo con François Bayrou, leader della formazione centrista Modem, senza successo. La mossa ha comunque suscitato un dibattito che non si è ancora concluso ed è anche per questo motivo che la stampa francese e l’opinione pubblica hanno seguito con un certo interesse le ultime vicende elettorali italiane: coloro che, all’interno del Partito socialista francese, si dicono contrari a un’alleanza del PS con il centro, dopo la sconfitta del PD veltroniano sono oggi un po’ più forti. “È un pericolo mortale” - afferma l’esponente socialista Jean-Luc Mélenchon - “Se facciamo un altro passo in quella direzione, accadrà la stessa cosa anche al Partito Socialista. Questa formula all’italiana non può dare alcun risultato, ogni volta a vincere sono Berlusconi e Sarkozy”. Mélenchon si è spinto a bocciare persino il sistema delle primarie à l’italienne, “un sistema idiota, nel quale chiunque passi per strada può, dopo un’adesione simbolica, scegliere il leader del partito”. 
Un’altra voce contraria allo spostamento al centro del Partito Socialista, che i detrattori più accesi - non a caso - chiamano droitisation, cioè spostamento a destra, è quella di Benoît Hamon. Quarant’anni, membro della segretria del PS, Hamon ha fatto notare come, “dal novembre del 2006, quella italiana è l’undicesima sconfitta del centro sinistra in Europa. È la prova” - ancora secondo Hamon - “che la ricollocazione al centro non serve a niente”.
Il quotidiano comunista L’Humanité ha recentemente pubblicato un dibattito proprio tra Hamon - che, fra l’altro, è anche deputato europeo - e Marie-Pierre Vieu, anche lei quarantenne, che fa parte invece del Comitato esecutivo nazionale del Partito Comunista Francese. È un dibattito secondo me molto interessante, se non altro per lo sforzo che questi due esponenti, seppur non molto conosciuti, cercano di mettere in campo per trovare una soluzione alla crisi della sinistra che vada al di là delle scorciatoie sin qui intraprese. Entrambi partono dall’idea che cercare di conquistare il centro non potrà che far perdere voti a sinistra ma sono anche consapevoli che, se non riuscirà a interpretare con coraggio e decisione i cambiamenti sociali che avvengono oggi sempre più rapidamente, la sinistra non sarà mai udibile e nemmeno credibile. 
Non posso adesso, per motivi di tempo, entrare nel dettaglio di quel dibattito, ma voglio dire che anche questo è un segnale di come la sinistra stia tentando, pur tra mille difficoltà, di trovare una soluzione alla crisi che la investe, e di come si stia facendo strada, anche se lentamente e fra mille contraddizioni, l’idea che niente potrà cambiare se le forze in campo a sinistra non sapranno rimettersi in discussione. Non per approdare, come è accaduto in Italia, a una brutta copia delle politiche di destra; non per fare, a sinistra, da sostegno al campo liberale e conservatore; ma per ripartire dai bisogni di quella che una volta si chiamava “base”. Questo presuppone, ovviamente, la capacità di ascoltare i movimenti, di aprirsi alle loro istanze sapendo istituire, con loro, un dialogo continuo. Non attraverso manovre meramente partitiche o aggregazioni di vertici, ma con le pratiche concretamente vissute e attuate.
Questa pare anche a me l’unica strada da percorrere, in Francia come in Italia, perché la sinistra possa parlare ancora alla sua gente, essere credibile e sconfiggere la destra in modo efficace e duraturo.


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25 marzo 2008

Podcast 5 - Elezioni francesi e movimento glbt

Il mio intervento alla trasmissione Flash Beat su Radio Flash. Conduce Marina Paganotto. Un commento alle ultime elezioni amministrative francesi.









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21 marzo 2008

Ma dove va la Francia?

È la domanda che, ironicamente, si è posta l’associazione Act Up-Paris all’indomani della sconfitta, alle elezioni amministrative, di Christian Vanneste: il candidato sindaco di Tourcoing, deputato dell’UMP di Sarkozy, è stato battuto fin dal primo turno, il 9 marzo scorso, dal suo rivale socialista. Vanneste, condannato in primo e in secondo grado per omofobia, aveva dichiarato che “l’omosessualità è inferiore all’eterosessualità” e “costituisce un pericolo per la sopravvivenza della specie”. “Con la sconfitta di Christian Vanneste” - dichiarano ad Act Up-Paris nel loro comunicato - “la Francia compie un ulteriore passo verso la deriva. Quella Francia fatta di uomini eterosessuali bianchi, che pagano troppe tasse [...]. Quella Francia che rifiuta che si chiami omofobia la lotta contro la comunità, o razzismo la lotta per la salvaguardia dell’identità nazionale. Quella Francia che non ha niente da rimproverare ai froci, alle lesbiche e ai travestiti, finché questi esseri inferiori si fanno violentare o muoiono in silenzio. Quella Francia” - prosegue il comunicato - “è minacciata da ogni parte [...]. Questo stesso fine settimana, la Spagna ha aggravato questo clima di disperazione, dando la vittoria agli alleati della comunità degli invertiti maledetti da Dio, malgrado gli ammonimenti della Santa Chiesa Cattolica. [...] Act Up-Paris rivolge un pensiero, uno solo, ai nuovi esclusi. E poi passiamo ad altro”.

Il massimo rappresentante di quella Francia uscita sconfitta dalle urne, non sembra tuttavia pronto a lasciare la presa: “Uomo e donna li creò” (“Homme et femme, Il les créa”, AES), una raccolta di saggi - tra i quali figurano anche quello di Vanneste e quello di Tony Anatrella, monsignore e “psicoterapeuta”, per il quale gli omosessuali sono affetti da “narcisismo” e da una “profonda immaturità” - ha fatto il giro... delle scuole. Sì, perché questo testo, che difficilmente scalerà le vette dei best seller nelle librerie, è stato inviato ai centri di documentazione di alcuni licei francesi, affinché possa trovare posto tra i volumi consultabili da docenti e studenti. 

Che cosa si sostiene in questa raccolta? Lo si può intuire facilmente leggendo la presentazione scritta dall’editore: “La nostra società ha smarrito i suoi riferimenti. La liberazione della donna non ha eliminato il dramma dell’aborto. Gli omosessuali rivendicano un matrimonio che le coppie hanno abbandonato. [...] La crisi d’identità sessuale non minaccia la famiglia? Certi affermano che la differenza tra uomo e donna sarebbe di tipo culturale. Davvero abbiamo inventato noi questa differenza? Bisogna perciò cancellarla? Bisogna davvero dare la stessa educazione alle ragazze e ai ragazzi?”. Le reazioni all’invio di questo materiale alle scuole non si è fatta attendere. Tra esse, quella del portavoce dell’Inter-LGBT, Alain Piriou: “Che queste persone difendano le loro idee, per nauseanti che siano, è un loro diritto, finché non si tratta di ingiurie o di incitamenti all’odio. Ma da qui ad accettare che la loro crociata entri nei licei, ce ne corre. La scuola” - conclude Piriou - “deve poter discutere di tutto, ma sicuramente non può lasciarsi infiltrare da una propaganda politica che rivela un proselitismo religioso”.

Nel frattempo, i segnali che giungono dalla maggioranza di destra e dallo stesso presidente della Repubblica, dopo la débâcle di domenica scorsa, sono per lo meno contrastanti. Dal cilindro del rimpasto governativo è uscito il nome di Nadine Morano, la nuova sottosegretaria del ministro del Lavoro, con delega per la famiglia. Nonostante la sua appartenenza all’UMP, le sue posizioni favorevoli all’apertura del matrimonio e dell’adozione anche a gay e lesbiche, sono note da tempo. Nel 2006 aveva aspramente criticato le conclusioni di una missione parlamentare sulla famiglia (il cosiddetto “rapporto Pécresse”, dal nome della deputata relatrice dell’UMP), che non si pronunciava sull’omogenitorialità. “Ipocrita”, lo aveva bollato Nadine Morano. In seguito, ha preso di mira le proposte della destra sulle questioni glbt, giudicandole poco adatte “alla realtà multiforme delle famiglie francesi”. Non è un caso che la sua nomina a sottosegretario sia stata fortemente stigmatizzata da Jean-Marie Le Pen, leader del partito di estrema destra Front National. Ogni seppur lieve entusiasmo è stato tuttavia spento dalla stessa Morano, che in un’intervista all’emittente radiofonica RTL ha dichiarato che le sue sono opinioni personali e che deve “applicare il progetto presidenziale”, notoriamente contrario al matrimonio e all’adozione per le coppie composte da gay o lesbiche.

Anche la sua collega Fadela Amara, ex leader dell’associazione di donne “Ni putes, ni soumises” (“Né puttane, né sottomesse”), ora cooptata nel governo di François Fillon con il ruolo di sottosegretario per la politica urbana, in un’intervista al magazine glbt “Têtu”, si è detta “favorevole all’adozione per le coppie omosessuali e anche al matrimonio omosessuale”. Amara si augura, inoltre, che “nasca un movimento gay nelle periferie”, dove, “quando le loro preferenze sono note, gli e le omosessuali subiscono di tutto, comprese le spedizioni punitive”. Peccato che tanto ardore non si sia manifestato anche nel piano “Espoir banlieues” (“Speranza nelle periferie”), redatto solo un mese fa dalla sua ministra, l’ultracattolica Christine Boutin: sulla lotta contro l’omofobia, infatti, in quel documento, neanche un rigo. A proposito di Fadela Amara, il portavoce dell’Inter-LGBT Alain Piriou ha dichiarato: “L’ho incontrata una sola volta, dietro mia richiesta. Ho scoperto una persona che non ascoltava, piena di certezze, settaria, che vedeva nemici ovunque e non aveva niente di concreto da proporre. L’ho ricontattata per chiederle sostegno sulla legge contro le affermazioni sessiste e omofobe, ma non ha mai voluto impegnarsi su questo”.

Infine, buon ultimo in questo agitare specchietti per le allodole, è apparso ieri anche Jean-Marie Colombani. In un’intervista al quotidiano gratuito “20 minutes”, l’ex direttore di “Le Monde”, ora relatore di un rapporto sull’adozione richiesto da Nicolas Sarkozy, ha dichiarato che bisogna “mettere fine all’ipocrisia che permette l’adozione a una coppia sposata, ma non a una coppia pacsata; e che permette a chi è single di adottare, purché non si dichiari omosessuale”. Benissimo. Come mai, però, questi bei propositi non compaiono nel rapporto consegnato al presidente? “Non è l’oggetto della missione che mi è stata affidata”, risponde furbescamente Colombani.

Allora, dove va la Francia, in tutto questo sventolio di dichiarazioni vuote e di documenti altrettanto inconcludenti? In tema di diritti per le persone glbt, credo, da nessuna parte.


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12 marzo 2008

Amministrative francesi: l’omofobia non passa

Domenica prossima si svolgeranno i ballottaggi delle elezioni amministrative francesi. Ecco un bilancio provvisorio.
La destra perde il primo turno e alle comunali si attesta, secondo i dati forniti dal ministero dell’interno francese, al 45,5% dei voti. La sinistra sarebbe invece quasi al 48%. Il centro (rappresentato dal MoDem di François Bayrou) è intorno al 3% dei consensi. La differenza tra destra e sinistra è più accentuata nei risultati delle cantonali (il 47,5% contro il 41,5%).
Per quanto riguarda le principali città, Alain Juppé (UMP, ex primo ministro della destra) si aggiudica Bordeaux fin dal primo turno, mentre a Lione passano subito i socialisti. Marsiglia voterà per il ballottaggio domenica prossima, con l’UMP leggermente in testa rispetto al PS. A Lille l’ex ministra del lavoro del governo Jospin, la socialista Martine Aubry, dovrà affrontare il secondo turno, ma è in vantaggio sul rivale dell’UMP, così come il PS si trova in testa a Montpellier. A Tolosa, invece, è la destra ad aver raccolto la maggioranza dei consensi, anche se supera di poco il PS. L’impressione generale è che, nel quadro di una incontestabile rimonta della sinistra, la destra abbia perso meno di quel che ci si aspettava, almeno per ora. Una buona affermazione l’hanno ottenuta i comunisti del PCF, che dopo la disfatta delle presidenziali del 2007 (1,93%), hanno riconquistato delle città perse nel 2001, hanno mantenuto quelle che già governavano, e si trovano in buona posizione nei ballottaggi di domenica prossima. Anche la Ligue Communiste Révolutionnaire (LCR) di Olivier Besancenot, che ha presentato le sue liste “100% à gauche” (“100% a sinistra”), registra dei buoni risultati che oscillano tra il 15,2% a Quimperlé e l’8,9% a Brest.
Simbolicamente essenziale per il movimento gay lesbico bisessuale e transessuale, oltre che politicamente rilevantissima, la vittoria del sindaco uscente di Parigi, Bertrand Delanoë, socialista: 41,6% contro il misero 27,9% della rivale dell’UMP, Françoise de Panafieu che, per mettere un po’ di sale al finale della sua campagna, non ha trovato di meglio che dargli del “brocco”. La destra ha attaccato Delanoë prima per la sua presenza al pride (“come se un sindaco si mettesse alla testa di una sfilata di carnevale”), poi per presunte faraoniche sovvenzioni ai gruppi glbt, che in realtà, come si è facilmente dimostrato, non hanno mai superato lo 0,2% degli emolumenti destinati ogni anno alle associazioni cittadine. L’omofobia, insomma, anche quella maldestramente dissimulata, a Parigi non paga e Delanoë, che ha fuso le proprie liste con quelle dei Verdi per il secondo turno, rifiutando così l’appoggio della formazione centrista MoDem, sarà con tutta probabilità rieletto domenica prossima per il suo secondo mandato.
E, a proposito di omofobia (questa volta fieramente esibita), c’è da registrare anche la disfatta a Tourcoing del candidato dell’UMP Christian Vanneste, già condannato in primo e in secondo grado per aver affermato che “l’eterosessualità è superiore all’omosessualità” e che “gli omosessuali costituiscono un pericolo per la sopravvivenza della specie”. La cittadinanza di Tourcoing lo ha severamente punito: il 53,58% ha scelto di essere rappresentato dal socialista Michel-François Delannoy, eletto così al primo turno. Persino l’associazione GayLib, vicina all’UMP, in un comunicato ha dichiarato la propria “amarezza”, constatando “che la nostra famiglia politica, portatrice di valori universali di libertà, uguaglianza e fraternità, si è sbagliata due volte. Prima investendo su un candidato che non rispetta i valori democratici, poi credendo che un simile candidato avrebbe potuto portarla alla vittoria”.
Riconfermato fin da domenica scorsa anche il sindaco di Bègles (ventiduemila abitanti, nel sud ovest della Francia), il verde Noël Mamère, che inizia così il suo quarto mandato consecutivo. È proprio nel suo municipio che, qualche anno fa, Mamère ha celebrato l’unico matrimonio civile di una coppia di gay che la Francia abbia mai conosciuto, poi immediatamente annullato dall’amministrazione centrale, in assenza di una legge in materia. La copertura mediatica del caso è servita a provocare, quanto meno, delle prese di posizione nette da parte dei vari partiti sulla possibilità di estendere il diritto al matrimonio e all’adozione, anche in Francia, alle coppie formate da perone dello stesso sesso.
Infine, c’è da registrare il caso di Puteaux, cittadina dell’immediata periferia parigina, dove il blogger gay Christophe Grébert capeggiava una lista civica che ha ottenuto il 22,3% dei voti e ha costretto la destra al ballottaggio.

Fonti: Le Monde, Ministère de l’Itérieur, de l’Outre-Mer et des Collectivités territoriales, Têtu.
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09 marzo 2008

Elezioni in Spagna e in Francia: i risultati

In primo piano i risultati delle elezioni politiche in Spagna, minuto per minuto. Potete visualizzare seggi e numero di voti, e scegliere tra i dati riferiti a tutta la Spagna, alle singole comunità autonome o alle singole province. Più in basso degli aggiornamenti sullo scrutinio delle elezioni amministrative in Francia.

Spagna, elezioni politiche



19,45. I due rilevamenti effettuati fino a questo momento indicano che la partecipazione al voto è stata massiccia, anche se inferiore ai dati del 2004. In tutta la Spagna, alle 18 aveva votato il 60,9% degli aventi diritto, due punti in meno rispetto alle precedenti elezioni politiche. A prima vista si direbbe che le comunità autonome dove si è votato di più sono quelle dove la destra prevale.

20,02. Ai socialisti da 172 a 176 con il 45% dei voti; al Partido Popular andrebbero dai 148 ai 152 seggi. Questi i primi sondaggi alla chiusura delle urne.

20,08. Il responsabile organizzativo del PSOE, José Blanco, prendendo la parola alla sede socialista, dedica il primo pensiero alla famiglia dell'ex cosigliere comunale socialista di Mondragon, Isaias Carrasco, ucciso venerdì scorso da un terrorista dell'ETA. Prudenza alla sede del PP.

20,16. "I sondaggi sono solo sondaggi, quando i risultati reali saranno conosciuti, si vedrà che il PP ha ottenuto un ottimo, magnifico risultato". È il primo commento del responsabile organizzativo del Partido Popular. 

20,26. Migliore stima per i socialisti: da 172 a 176 seggi (da 148 a 152 per il PP). Stima peggiore per i socialisti: a 163 a 166 seggi (da 149 a 152 per il PP). La terza forza a livello nazionale, Izquierda Unida (comunisti e verdi) sarebbe estremamente penalizzata, ottenendo da 2 a 4 seggi. I commentatori parlano di "trionfo del bipartitismo".

21,25. Secondo i dati comunicati dal Ministero dell'interno spagnolo, con il 23,1% dei voti scrutinati, il PSOE sembra essere molto vicino alla maggioranza assoluta: 175 seggi contro i 142 del PP.

21,40. Con oltre il 42% dei voti scrutinati, si riduce la differenza tra PSOE con 169 seggi e PP con 151. Probabilmente Izquierda Unida, che otterrebbe solo 2 deputati, non potrà conservare il proprio gruppo parlamentare. Grosse perdite (da 8 a 3 seggi) anche per la formazione catalana Esquerra Republicana.

21,57. "Possiamo affermare di avere vinto le elezioni. Abbiamo aumentato i nostri seggi, che secondo le nostre stime saranno tra 168 e 171. È una grande vittoria". Questo il primo commento del responsabile della campagna socialista, Luis Blanco, ai dati parziali diffusi finora dal Ministero dell'interno spagnolo (poco più della metà dei voti scrutinati). "È la vittoria di una politica basata sul dialogo e il pluralismo, è una vittoria che rifiuta le divisioni". Non appena lo scrutinio sarà terminato, sarà lo stesso Zapatero a comparire ai militanti che affollano la sede nazionale del PSOE. 

22,03. A Madrid, feudo del PP, le operazioni di scrutinio proseguono più lentamente che altrove: sono stati scrutinati solo il 38% dei voti.

22,10. Man mano che affluiscono i dati di Madrid, si riduce la differenza tra i seggi che ottiene il PSOE e quelli assegnati al PP: per il momento 168 contro 154, cioè solo 14 seggi di differenza. Entrambi i partiti avrebbero quindi aumentato i propri seggi.

22,26. La vicepresidente del governo spagnolo, Maria Teresa Fernandez de la Vega commenta i risultati ufficiali parziali (con il 76% di voti scrutinati, al PSOE vengono attribuiti 168 seggi e al PP 154 seggi): "Le mie prime parole in questo giorno sono per Isaias Carrasco e per la sua famiglia. Vorrei che sentissero che ogni voto espresso oggi è un abbraccio per loro. Tutto il Paese oggi sta con loro e noi non li dimenticheremo".

22,39. Per quanto riguarda le comunità autonome, quelle in cui prevale il PSOE sono: Andalusia, Aragon, Asturie, Canarie, Catalogna, Estremadura. Il PP ottiene invece la maggioranza relativa dei voti in: Cantabria, Castilla-La Mancha, Castilla y Leon, Galizia, Madrid, Navarra, Murcia, La Rioja, comunità Valenciana, Ceuta, Melilla. Nelle Baleari, invece, è quasi parità, con una leggera prevalenza del partito di Rajoy.

22,43. "Il Partido Popular sale molto in percentuale e in seggi e questo ci soddisfa molto". È l'ultimo commento del responsabile della campagna del PP, che aveva già parlato di un "magnifico risultato" all'inizio della serata. Quando lo scrutinio è giunto ormai all'84% dei voti, il PP otterrebbe 155 seggi (+7 rispetto alla passata legislatura), mentre il PSOE avrebbe 167 seggi (+3).

22,49. Gaspar Llamazares, candidato di Izquierda Unida, ha attaccato lo "tsunami del bipartitismo" che ha travolto tutto ciò che si trova a sinistra del Partito socialista. "A causa di un sistema elettorale ingiusto, il nostro 4% si convertirà nello 0,8% dei seggi". "Questi risultati sono un insuccesso politico per me, perché volevamo evitare l'appiattimento bipartitico in questo paese e volevamo ottenere un cambiamento a sinistra. Faremo rivivere il nostro progetto, con l'appoggio della società di sinistra".

23,01. Zapatero, capo del governo spagnolo riconfermato, è sceso fra i militanti assiepati nella sede del PSOE a Madrid ed ha avuto molte difficoltà a contenere il loro entusiasmo. Poi è riuscito a prendere la parola: "Isaias avrebbe dovuto vivere questo momento con la sua famiglia", così come tutte le vittime del terrorismo. "Quattro anni fa mi avete detto: 'Non deluderci', ed io mi sono sforzato di essere all'altezza delle vostre aspettative. Abbiamo lavorato duro, ma ne è valsa la pena. Ho appena ricevuto le felicitazioni di Mariano Rajoy: lo ringrazio pubblicamente e a lui va tutto il mio rispetto, così come a tutti gli altri candidati. Gli spagnoli hanno scelto di aprire una nuova tappa che eviti le divisioni. Governerò col dialogo politico più ampio possibile, governerò per tutti ma pensando innanzitutto a quelli cui manca qualcosa. Governerò per trasformare in realtà le speranze delle donne, dei giovani, perché gli anziani abbiano l'assistenza e l'appoggio che si sono guadagnati in una vita. Oggi più che mai credo in una Spagna unita e che vive nella tolleranza. Voglio compiere questo cammino con tutti voi. Buona fortuna".

23,14. È stato nel frattempo diffuso il primo comunicato emesso da parte di un'associazione glbt spagnola: "L’associazione Gays Y Lesbianas de Aqui (GYLDA) desidera ringraziare i collettivi e gli attivisti che durante queste settimane hanno lavorato e si sono sacrificati per i diritti LGBT. Grazie a voi abbiamo potuto impedire la vittoria del PP ed abbiamo protetto i nostri diritti".

23,33. Ecco le dichiarazioni dello sconfitto, Mariano Rajoy (PP), interrotte da innumerevoli grida di entusiasmo dei militanti: "Ho chiamato il candidato socialista e gli ho fatto i miei auguri per il bene della Spagna. Abbiamo ottenuto più voti che mai, siamo il partito che ha aumentato di più in seggi e in percentuali di voto nella storia di Spagna. Saremo all'altezza della situazione. Vi dirò di più: non difenderò mai altro che gli interessi generali degli spagnoli e questa grande nazione che si chiama Spagna!".

23,59. Il presidente del Coordinamento Girasol delle associazioni lesbiche, gay, transessuali e bisessuali dell’Andalusia, di Ceuta e di Melilla dichiara in un comunicato: “Abbiamo lavorato duramente per arrivare fino a qui ed ammettiamo che ci resta molto da fare. Con la formazione del nuovo arco parlamentare sarà più facile lavorare, cosa che temevamo fosse impossibile se avesse vinto il PP, un partito chiaramente discriminatorio verso gay, lesbiche, transessuali e bisessuali. Il risultato delle elezioni del 9 marzo garantisce il mantenimento dei diritti che durante 30 anni di lotta la comunità glbt ha ottenuto, come la legge sul matrimonio tra persone dello steso sesso, la cosiddetta legge sull’identità di genere e alcuni progressi sul terreno dell’educazione che sicuramente avranno ora nuovo impulso”.

0,16. I risultati sono ormai quasi definitivi (97% dei voti scrutinati). PSOE: 43,7% (+1,1%) , 169 seggi (+5 seggi). PP: 40,13% (+2,42%), 154 seggi (+6 seggi). La differenza in seggi tra il PSOE e il PP, che prima era di 16 seggi è ora di 15 seggi. I due partiti, insieme, sommano 323 dei 350 seggi della Camera.


Francia, elezioni amministrative (1° turno)
19,45. Secondo il Ministero dell'interno, alle 17 aveva votato in Francia il 56,25% degli elettori, una cifra sensibilmente più alta rispetto alle precedenti amministrative del 2001 (53,28%). Impossibile stabilire quali forze politiche saranno premiate da questa buona affluenza. 

20,10. Secondo i primi sondaggi, le liste di sinistra e dei verdi avrebbero raccolto, in tutta la Francia, il 47,5% dei voti. Alla destra il 40%

20,33. Secondo i sondaggi, l'omofobo Vanneste (UMP 31%) sarebbe stato battuto a Tourcoing, fin dal primo turno, dal socialista Michel-François Delannoy (53%). Alla sinistra passerebbe anche Rouen.

21,45. Netta affermazione della lista socialista del sindaco Bertrand Delanoë a Parigi: secondo i sondaggi ottiene il 40%, contro il 28% della sfidante della destra, Françoise de Panafieu. La formazione centrista MoDem avrebbe circa il 9%, i Verdi il 7%.

Francia, Spagna e gli "orgasmi democratici"

Due avvenimenti di primaria importanza oggi in Europa: le elezioni amministrative in Francia e le politiche in Spagna.

I francesi (e i cittadini dell’unione europea residenti in Francia) sono chiamati oggi a rinnovare, in un primo turno elettorale, tutti i consigli comunali e, di conseguenza, i sindaci. I vari sondaggi pubblicati nelle ultime settimane danno unanimemente un Sarkozy in caduta libera: a neanche un anno dalle ultime presidenziali, gli elettori sembrano essere fortemente delusi dalla sua politica. È certamente per questo che, durante le ultime fasi della campagna per le amministrative, il Presidente della Repubblica ha pensato bene di tenersi molto in disparte, dopo un lungo periodo di sovraesposizione mediatica che non gli ha certo giovato. Le sfide più importanti, com’è ovvio, sono quelle delle grandi città, dove il partito di destra uscito vincente dalle politiche dello scorso anno, l’UMP di Sarkozy, rischia moltissimo: Tolosa, Strasburgo, Bordeaux e Orléans sono solo quattro esempi di città che potrebbero, questa sera, scoprire di preferire il rosa (se non il rosso) del Partito Socialista al blu presidenziale.

A Parigi il sindaco uscente, Bertrand Delanoë, socialista e gay, dopo 7 anni di un mandato che ha visto molte luci ma anche qualche ombra (una su tutte: la controversa intitolazione della piazza antistante la chiesa di Nôtre-Dame a Giovanni Paolo II, in pompa magna e con le autorità ecclesiastiche), cerca la riconferma e sfida Françoise de Panafieu, candidata dell’UMP e attuale capo dell’opposizione in consiglio comunale. La politica del Comune di Parigi nei confronti del movimento glbt, che l’UMP giudica eccessivamente favorevole e compiacente, è stato uno dei cavalli di battaglia favoriti (e anche piuttosto logori) della destra parigina. Françoise de Panafieu era partita all’attacco fin dal giugno del 2003, dichiarando al periodico VSD: “Non è dignitoso, quando si rappresenta una città come Parigi, sfilare al gay pride, non più di quanto lo sarebbe un sindaco che si mette alla testa di una sfilata di carnevale”. 

In un’intervista pubblicata due giorni fa dalla rivista glbt E-Illico, davanti a un giornalista che le domanda perché Bertrand Delanoë è stato più volte attaccato dalla destra sulle sovvenzioni comunali alle associazioni glbt, la candidata UMP si mostra stupita: “Lei trova davvero che sia stato attaccato? Io penso che siano soprattutto i suoi amici che provano a darlo a intendere”. Una semplice ricerca basta, però, a smentirla. Nel suo libro “Mon Paris gagnant” (“La mia Parigi vincente”), uscito all’inizio del 2006, Françoise de Panafieu non esitava ad affermare che “le associazioni che lottano contro la discriminazione degli omosessuali sono particolarmente coccolate” e che il Comune di Parigi avrebbe finanziato “più di un centinaio di associazioni che lottano contro la discriminazione verso gli omosessuali”. Falso: nel 2004 solo 17 associazioni che avevano tra i propri scopi la lotta all’omofobia hanno ricevuto sovvenzioni, per un totale di 247 mila euro, cioè lo 0,14% del budget totale dedicato dal Comune all’associazionismo. Le rispose a tono il vice-sindaco, Anne Hidalgo: “Ogni sovvenzione è votata dal Consiglio comunale, cosa che Françoise de Panafieu potrebbe sapere se lo frequentasse più assiduamente”. Anche il Centro gay, lesbico, bi e trans reagì, chiedendosi se “la menzogna, la confusione e l’omofobia siano indispensabili alla signora de Panafieu per concorrere al posto di sindaco”. La risposta è nei fatti. 

Appena due mesi dopo, marzo 2006, usciva un pamphlet della giornalista Sophie Coignard, fortemente critico verso Delanoë: “Le marchand de sable” (“Il venditore di sabbia”). In esso si affermava, una volta di più, che il Comune di Parigi “distribuisce denaro a pioggia a qualsiasi tipo di struttura, purché appartenga al movimento gay”. Per fortuna molti ricordavano ancora che ai bei tempi del sindaco chiracchiano Tibéri il Comune non correva certo il rischio d’incappare in queste critiche, poiché rifiutava sistematicamente ogni sovvenzione alle associazioni glbt o ai gruppi che lottano contro l’aids. 

Non basta. All’inizio del febbraio scorso, durante un incontro organizzato da Jean-Marie Cavada, candidato dell’UMP nel 12° arrondissement, l’oratore, il giornalista Yvan Stefanovitch, dichiara: “Ho scoperto che le associazioni che ricevono più sovvenzioni, curiosamente, sono le associazioni connotate come ebree, che sono in testa. [...] C’è un’esplosione di finanziamenti per gli omosessuali, che hanno raggiunto la cifra di 600 mila euro. È enorme”. Il dato, ancora una volta, è falso: nel 2007 le domande di finanziamento approvate sono state una quindicina per un totale di 250 mila euro, cioè lo 0,15% del budget totale. Nessuno scostamento dalla media, dunque. Le menzogne dell’oratore, al cospetto delle quali il candidato Cavada non mostra alcun segno di dissenso, avrebbero forse un’eco minore se un altro giornalista, Jérémy Sahel, non fosse presente in sala, armato di una semplice videocamera con la quale filma tutto. Il giorno dopo posta il pezzo incriminato su Dailymotion, in modo che gli elettori possano farsi un’idea chiara e diretta degli argomenti utilizzati dalla destra. “Non ho sentito quelle frasi”, dichiarerà poi l’ineffabile Cavada, come a dire: non c’ero, e se c’ero dormivo. “Da sette anni c’è una caccia all’uomo contro di me,” - sbotta finalmente Delanoë - “mi attaccano per ciò che sono. Destra o sinistra, non importa: la dignità e il rispetto non sono facoltativi in democrazia”. Segue precipitosa marcia indietro di Cavada: “Sono in totale disaccordo con le affermazioni di Yves Stefanovitch. Mi hanno fatto un falso processo”. 

La malcelata omofobia della destra non si è espressa, tuttavia, solo a Parigi. Un esempio su tutti: Turcoing, una città di quasi centomila abitanti che si trova nell’estremo nord della Francia. Lassù l’UMP ha candidato un suo deputato, Christian Vanneste, già condannato in primo grado e in appello per le sue affermazioni omofobe: “L’omosessualità è una minaccia per la sopravvivenza dell’umanità ed è inferiore all’eterosessualità”. “La fedeltà che ha sempre dimostrato verso il suo partito e l’amicizia che abbiamo sempre nutrito” - ha dichiarato il vice-segretario dell’UMP, Dominique Paillé - “ci hanno condotto ad osservare le sue qualità con quell’obiettività che ha fatto sì che non ci sbagliassimo scegliendolo”. Il 12 gennaio scorso, esponendo dei cartelli su cui era scritto “Vanneste omofobo”, alcuni militanti di Act-Up hanno interrotto un discorso di Sarkozy, il quale non ha trovato di meglio che rispondere: “Non vi preoccupate. Sono anni che protestano e non è servito a niente. Vi rendete conto? Ne hanno trovati solo due in un paese di 64 milioni di abitanti. Non gli resta altro”.

Stasera sarebbe bello poter constatare che, nonostante un’opposizione ancora annaspante dopo la sconfitta del maggio scorso e un Partito Socialista troppo distante dalla sua base naturale, questa destra indecente non è passata, anzi, che è stata sonoramente sconfitta in quello che è stato già battezzato “il terzo turno delle presidenziali”. Un primo responso si avrà dopo le 20, quando si saranno chiuse anche le urne delle città maggiori (nei centri più piccoli, infatti, lo scrutinio comincia alle 18 o alle 19).

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“Quanta felicità ci ha portato Zapatero in questa legislatura! Abbiamo continuato ad avere un orgasmo dietro l’altro! Non ne ho mai avuti così tanti. Innanzitutto quelli che mi procura mio marito, e poi quelli che mi dà Zapatero: orgasmi democratici, dopo aver ottenuto leggi che riconoscono la dignità di tante donne e di tanti uomini in questo paese. Mentre gli altri condannano l’allegria, la felicità, e ci ammorbano la vita”. Ad incendiare il clima di un comizio del PSOE in Cantabria, ci ha pensato recentemente, con queste esclamazioni, Pedro Zerolo, che è stato uno dei protagonisti della riforma del codice civile che ha permesso alla Spagna, all’inizio dell’ultima legislatura, di rendere accessibile a chiunque, nel pieno rispetto del proprio orientamento sessuale e della propria vita affettiva, il diritto al matrimonio e all’adozione.

Oggi in Spagna è il grande giorno delle elezioni politiche. I sondaggi, per quel che valgono, assegnerebbero la vittoria al PSOE di Zapatero, anche se permane il dubbio sulle dimensioni del vantaggio che otterrebbe rispetto al Partido Popular di Mariano Rajoy. I socialisti saranno costretti a governare in una coalizione con Izquierda Unida (comunisti e verdi) e i partiti cosiddetti nazionalisti? In ogni caso, anche se ovviamente il PSOE ha chiesto agli elettori una maggioranza ampia che gli assegni una perfetta autonomia, c’è da dire che le decisioni più rilevanti della legislatura che si è appena conclusa, sono state approvate col concorso di Izquierda Unida: l’immediato ritiro delle truppe spagnole dall’Iraq, l’estensione del diritto al matrimonio e all’adozione alle coppie formate da persone dello stesso sesso, la legge per una effettiva uguaglianza fra uomini e donne (che, fra l’altro, ha portato a un aumento del 75% delle candidate rispetto alle ultime politiche), il notevole alleggerimento delle procedure per potersi divorziare, l’insegnamento dell’educazione civica nelle scuole, con particolare riguardo all’apertura verso le differenze, la legge sulla memoria storica, che riconosce finalmente in forma chiara e inequivocabile le vittime della dittatura franchista.

Peccato che Izquierda Unida, con un programma più avanzato di quello socialista, non sia riuscita ad emergere più di tanto in questa campagna, schiacciata com’è da un sistema politico e mediatico che privilegia le due formazioni maggiori, il PSOE e il PP. La formazione di sinistra, terza forza a livello nazionale, aveva chiesto che non si celebrassero solo i due faccia a faccia tra Zapatero e Rajoy, ma che si desse la possibilità anche a Izquierda Unida di esporre il proprio programma in un dibattito plurale che coinvolgesse anche il proprio candidato, Gaspar Llamazares. Com’era prevedibile, la richiesta è stata respinta.

È stata una campagna elettorale molto combattuta e, secondo due amici da me consultati, mai la società spagnola è stata così divisa dai tempi della Guerra Civile. Il PP ha provato ad esercitare durante tutta la legislatura un’opposizione durissima, molto spesso solo strumentale, e ha spesso trovato al suo fianco la Chiesa spagnola che, proprio qualche giorno fa, ha eletto a capo della Conferenza episcopale l’ultraconservatore arcivescovo di Madrid, Rouco Varela. 

Mentre i due principali contendenti hanno evitato di fare troppi accenni al “matrimonio gay”, nel timore reciproco che potesse portare acqua al mulino avversario, durante la campagna elettorale il PP non ha smesso di agitare spettri che fino a quel momento rappresentavano i grandi tabù della politica spagnola: innanzitutto il tentativo, per la verità maldestro, di armare l’una contro l’altra le comunità autonome, per gridare poi all’attentato contro l’integrità della nazione, attentato del quale sono stati incolpati i socialisti; poi l’ETA. Il PP non ha mai perdonato a Zapatero di essere stato a un passo dal risolvere l’annosa questione del terrorismo indipendentista basco, avviando con esso un tentativo di dialogo e di patto che prevedeva l’abbandono della lotta armata. Il PP si è molto adoperato per far fallire quell’esperienza, che infatti si è rivelata infruttuosa, ergendosi poi a difensore delle vittime del terrorismo e della linea dura contro l’ETA... salvo dimenticarsi che tutti i governi, quello di Aznar compreso, hanno trattato con i terroristi. 

Proprio due giorni fa, provocando la brusca interruzione e la chiusura anticipata della campagna elettorale, l’ETA ha ucciso Isaías Carrasco, ex consigliere comunale socialista di Mondragón, nel Paese Basco. Pur avendo sottoscritto un documento di condanna firmato da tutti i partiti e dalle maggiori organizzazioni sociali del Paese, il PP ha tenuto immediatamente a far sapere di aver chiesto agli altri partiti, senza successo, di poter inserire nello stesso documento il rifiuto del dialogo con l’ETA. Una cinica rottura dell’unità democratica, la cui portata elettorale non è per il momento quantificabile ma che non è affatto piaciuta alle altre forze politiche e, ciò che più conta, alla figlia della vittima, Carmen Carrasco: “Mio padre è stato ucciso perché difendeva la libertà, la democrazia e l’ideale socialista” - ha dichiarato ieri, a viso duro, davanti alle telecamere - “Quelli che lo hanno ucciso sono dei codardi, senza palle. Ma voglio chiedere soprattutto una cosa: che l’omicidio di mio padre non sia manipolato da nessuno. Non lo tollererò io e non lo tollererà neanche la mia famiglia. Io, mia madre e tutti quanti andremo a votare e questo è quello che chiedo: che tutti votino. Quelli che vogliono mostrare solidarietà a mio padre e a noi, vadano a votare in massa domenica, per dire agli assassini che noi non faremo neanche un solo passo indietro. Posso solo dire che sono stati dei figli di puttana”.

I risultati a partire dalla chiusura dei seggi, questa sera alle 20.

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19 febbraio 2008

Sarkozy, Berlusconi e il papa

Su Libération di oggi è comparso un articolo del filosofo e giornalista francese Robert Maggiori, sulla sorte della laicità in Francia e in Italia. Eccovi la traduzione.

Ci sono mille ragioni - politiche, morali e anche psicologiche - per stabilire un legame tra Silvio Berlusconi e Nicolas Sarkozy. Stesso populismo, stessa autocrazia, stesso istrionismo, stesso gusto smodato per la scena, stesso modo di trattare come dipendenti i collaboratori e gli alleati, stesso controllo (reale per uno, agognato per l’altro) sull’informazione, stessa incultura letteraria e filosofica - possiamo immaginarli con un libro in mano? -, stessa abilità retorica, stessa maniera di esibire la ricchezza... Tuttavia un punto in comune merita di essere sottolineato in special modo: divorziati e padri di figli avuti con diverse donne - situazione che Santa Madre Chiesa approva ben poco -, impiegano la stessa forza nell’affermare le virtù della religione e a disprezzare la laicità.
In Francia - “Repubblica indivisibile, laica, democratica e sociale” -, non ci sono stati milioni di persone in piazza dopo che il loro presidente ha dichiarato che i maestri non potranno mai sostituire i pastori o i sacerdoti, affermando così che non esiste una morale se non religiosa. In Italia ce ne sono stati di manifestanti, un vero e proprio tumulto, con tanto di petizioni, dibattiti infuocati alla televisione, interventi in Parlamento, centinaia di articoli, migliaia di post sui blog... Per difendere la laicità? No. Per garantire la libertà di espressione del... papa, tremendamente minacciata! In Francia facciamo bene a preoccuparci delle affermazioni del Presidente. In Italia, invece, ci si domanda se dichiararsi atei o laici non diventerà presto un atto passibile di sanzioni penali.
Andiamo indietro nel tempo, al 15 marzo 1990. In un discorso pronunciato a Parma, Joseph Ratzinger, all’epoca ancora cardinale, cita una frase di Paul Feyerabend, nella quale l’epistemologo “anarchico” diceva che “all’epoca di Galileo, la Chiesa rimase ben più fedele alla ragione dello stesso Galileo”, e che “il processo contro Galileo è stato ragionevole e giusto”. La riprende nel 1992 in “Svolta per l’Europa?” (edizioni Paoline, Roma), il che autorizza a pensare che quella citazione, se proprio non traduceva il suo pensiero, doveva piacergli davvero tanto.
Il 17 gennaio scorso, Ratzinger, divenuto nel frattempo Benedetto XVI, viene invitato dal rettore dell’Università La Sapienza di Roma, Renato Guarini, a tenere una lectio magistralis per la cerimonia d’apertura dell’anno accademico. Alcuni professori se ne risentono e, ricordando la quella citazione così amata dal papa, scrivono al rettore che, “in quanto uomini di scienza fedeli alla ragione e insegnanti che hanno consacrato la loro vita al progresso e alla diffusione della conoscenza”, si sentono offesi e, “in nome della laicità della scienza e della cultura, nel rispetto di questa facoltà aperta a ricercatori e studenti di ogni credo e di ogni ideologia”, chiedono che “l’inopportuno evento” non abbia luogo. La lettera circola nelle altre università e raccoglie rapidamente millecinquecento firme di professori. Si diffonde anche tra gli studenti che, di assemblea in assemblea, creano una “mobilitazione” contro la visita del papa alla Sapienza. Sui muri della facoltà viene steso un immenso striscione: “La scienza è laica”.
Basandosi sulla relazione del prefetto, che teme incidenti, il Vaticano annulla la visita del papa. Benedetto XVI può tenere tutti i discorsi che vuole, anche i più reazionari, su famiglia, omosessualità, unioni di fatto, aborto, procreazione assistita, eutanasia - ma fuori dall’università. Tutto bene quel che finisce bene?
E no! Il diabolico cardinal Ruini, vicario generale di Sua Santità per la diocesi di Roma, rovescia la situazione: il papa è vittima dell’intolleranza dei laici. Gli impediscono di parlare, lo umiliano! Che tutti i difensori della fede e della libertà vadano in suo aiuto! E, in effetti, migliaia di manifestanti “antilaici” si ritrovano in piazza San Pietro. L’Osservatore Romano scrive che “la minaccia contro il papa è un evento drammatico”. Uomini politici di ogni campo entrano in scena per manifestare la loro solidarietà alla Chiesa imbavagliata, per fustigare i “cattivi maestri”, gli empi, gli... integristi! Silvio Berlusconi ne approfitta per attaccare la sinistra, alleata a delle “frange intolleranti” e la richiama a “un severo esame di coscienza”. L’Italia è il paese dove la Chiesa (cattolica) ha più potere. Papa, cardinali, vescovi e preti s’impicciano di qualsiasi cosa, partecipano a tutti i dibattiti su tutti i mezzi di comunicazione, scritti e audiovisivi, possiedono imperi mediatici, formano le coscienze, disegnano le forme e i contenuti dell’etica - che, dicono, è cristiana o non è. Così, affermare che “la scienza è laica” diventa il sintomo di una grande intolleranza. È vero che “il maestro non potrà mai sostituire il prete”. My God!

La prima domanda (retorica) che mi è venuta in mente dopo la lettura di questo articolo, è stata: ma com’è possibile che in Italia Sarkozy piaccia così tanto e sia indicato da più parti come esempio di una destra “moderna”, visto che gli stessi francesi lo paragonano all’impresentabile Berlusconi? Le offese di Sarkozy a uno dei pilastri della Repubblica, quello della laicità, dovrebbe metterci tutti in allarme, tanto più che, se in Italia la corsa del berlusconismo e al clericalismo non può certo essere fermata (al contrario, può essere solo favorita) dal PD di Veltroni e Binetti, anche in Francia l’opposizione risulta ammutolita, non pervenuta.

Fonte: Libération (traduzione mia).

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04 febbraio 2008

Matrimonio gay all'Eliseo?

“La telenovela è finita”, annunciano i giornali italiani, e non si riferiscono al tira e molla elezioni subito-governino tanto pe’ campa’, ma al matrimonio, finalmente celebrato sabato scorso all’Eliseo, tra Sarkozy e Carla Bruni. Già si rincorrono nuove voci: “Carla Bruni è al terzo mese?”, che figurerebbe bene nella rubrica Chi se ne frega del vecchio Cuore.
L’associazione francese SOS Homophobie si è prontamente aggregata alle congratulazioni formulate al Presidente della Repubblica. A modo suo“Nicolas Sarkozy e Carla Bruni si sono sposati sabato. È il terzo matrimonio per il Presidente della Repubblica. Dal canto loro, Clara e Natascia, Abdel e Giuliano, Massimo e Antonio, Isabella e Carolina... vorrebbero anche loro sposarsi, anche una sola volta. Ma in Francia non ne hanno diritto. SOS Homophobie augura tanta felicità ai novelli sposi, e rinnova la sua richiesta di apertura del matrimonio alle coppie omosessuali”.

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07 gennaio 2008

Popper, la Francia sceglie la linea dura

Un approccio realistico e serio alla questione delle droghe dovrebbe prevedere, secondo me, l’opzione antiproibizionista tra le soluzioni efficaci per ridurre le dipendenze o gli effetti dannosi che l’assunzione di stupefacenti può provocare. Ecco perché ho accolto con un certo stupore la notizia del decreto governativo che, dal novembre scorso, ha introdotto in Francia il divieto di fabbricazione, importazione, esportazione, vendita o distribuzione del popper.

Il popper è una sostanza di uso abbastanza comune fra i gay di tutto il mondo occidentale, fin dagli anni 70 (dopo alcol e tabacco, è la terza droga assunta dai gay inglesi). Dal punto di vista chimico si tratta di nitrito d’amile (più raramente nitrito di etile o di butile), un tempo utilizzato come farmaco nei casi di angina e oggi sostituito, in medicina, dalla nitroglicerina. Il popper, che a quanto mi consta è ancora reperibile in Spagna, Inghilterra e Italia, si presenta confezionato in una boccetta come quella raffigurata nella foto. In teoria, si dovrebbe togliere il tappo del flacone, lasciando che una parte della sostanza liquida che si trova all’interno evapori, spandendo così nell’aria la sua essenza. Nella pratica comune, però, le cose vanno assai diversamente: durante un atto sessuale, la boccetta viene portata al naso e i vapori sono inalati direttamente, sniffando prima da una narice e poi dall’altra. L’effetto è immediato, breve (circa un minuto) ma molto intenso: euforia, attenuazione delle inibizioni, aumento del battito cardiaco, vasodilatazione e rilassamento dei muscoli, con conseguente dilatazione dello sfintere anale.

Oltre agli effetti collaterali fin qui conosciuti (tra i quali possibili aritmie, sensazione di nausea, irritazione delle mucose nasali, aumento della pressione interna dell’occhio), una ricerca recente ha dimostrato che, in caso di penetrazione senza preservativo da parte di un partner sieropositivo, l’uso del popper aumenta il rischio di contagio dell’HIV perché i vasi sanguigni presenti nel retto sarebbero più facilmente esposti a rotture. Inoltre, i rapporti sessuali più “brutali” indotti dall’uso del popper creerebbero quelle microlesioni propizie al passaggio del virus (sempre in rapporti non protetti) mentre la caduta del livello d’attenzione può portare a un potenziale aumento delle situazioni a rischio.

Fino a due mesi fa il popper troneggiava sugli scaffali dei sex shop francesi, agli ingressi delle saune o nei bar dei locali con le dark room. Proprio la sua relativa banalizzazione lo teneva al riparo dal pericolo che diventasse un vero e proprio mito, qualcosa di difficilmente raggiungibile e pertanto ancor più desiderabile. Chi voleva provarlo poteva comprare un flaconcino a un prezzo molto basso, giudicando da sé se il gioco valeva la candela. Ora che il governo francese ne vieta la vendita e la distribuzione, il popper non smetterà certo di essere sniffato, ma sarà acquistato o ordinato via internet all’estero ed eventualmente venduto sottobanco. A me pare che un modo più efficace per ridurre l’impatto negativo del popper sulla popolazione omosessuale sarebbe invece quello di informarla correttamente e massicciamente sui suoi effetti, affinché chi intende continuare a inalarlo, lo faccia cercando di ridurre al massimo i rischi ai quali si espone.

Certo, bisognerebbe innanzitutto sgombrare il campo dall’ipocrisia: ripetere che la droga è il male assoluto e che va pertanto proibita per legge ha un effetto dissuasivo assai discutibile, soprattutto per chi l’ha già provata (e quanti di noi possono dire di non averne mai fatto uso, leggera o pesante che fosse?) e sa benissimo che queste sostanze provocano, il più delle volte, delle sensazioni estremamente piacevoli. L’accento andrebbe posto, semmai, sul prezzo da pagare per ottenerle, quelle emozioni, e sulle conseguenze nefaste che ne possono derivare. Ma il divieto, a che serve?


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