28 dicembre 2006

La Spagna fa i conti col suo passato franchista?

Ci sarà un risarcimento per le vittime della repressione antiomosessuale del regime di Franco in Spagna? Pare proprio di sì, stando alle ultime notizie che giungono dalla penisola iberica. I membri dell’Associazione degli ex prigionieri “sociali” ha annunciato di aver incontrato in questi giorni tutti i gruppi parlamentari, eccetto quello del Partido Popular (destra) che ha rifiutato di riceverli. Nei colloqui è stato evocato il problema del risarcimento materiale di quegli e di quelle omosessuali che, durante la dittatura franchista, hanno subito il carcere, la tortura e l’allontanamento dalla propria città natale a causa del proprio orientamento sessuale.
Un primo passo, se non altro simbolico, era già stato compiuto il 15 dicembre 2004, quando l’intero parlamento aveva approvato una dichiarazione nella quale si conferiva “un riconoscimento pubblico a tutte le persone che durante il regime franchista patirono le persecuzioni e il carcere a causa del loro orientamento o della loro identità sessuale e le cui sofferenze non sono mai state riconosciute fin qui”. Una delle più alte istituzioni del paese equiparava allora esplicitamente, per la prima volta e in modo ufficiale, la persecuzione subita da gay e lesbiche da una parte e quella degli oppositori politici del franchismo dall’altra. La novità di questi ultimi giorni è che il Governo presieduto da Zapatero sembra intenzionato a elargire anche un risarcimento materiale: si parla di una pensione mensile di 750 euro al mese e un indennizzo di 12000 euro. A poterne usufruire oggi sarebbero rimasti più o meno in cento. Tuttavia furono quattromila coloro che, sotto la dittatura, pagarono sulla loro pelle gli effetti della legge sui “vagos y maleantes” (asociali e delinquenti, 1954) e di quella sulla “peligrosidad y rehabilitación social” (pericolosità e riabilitazione sociale, 1970), norme volute espressamente dal franchismo per reprimere, tra le altre cose, l’omosessualità. Ma è una stima per difetto: molte volte, infatti, l’accusa per gli omosessuali era la prostituzione.
“Alla prigione di Barcellona” – racconta un ex prigioniero omosessuale al quotidiano El País – “mi inviarono in un padiglione di minorenni invertiti”. Rampova, la cui prima incarcerazione risale a quando aveva quattrodici anni, continua: “I detenuti pagavano le guardie per intrufolarsi e violentarci. Dopo ci bastonavano per dimostrare che loro non erano gay. Venivano cinque, sei volte al giorno. Talvolta anche otto”.
Beffarda anche la sorte di Antonio Ruiz, presidente della Asociación Ex-Presos Sociales. Siamo nel 1976: Antonio ha diciassette anni, il caudillo è già morto, ma il processo di democratizzazione della Spagna è appena agli esordi; le leggi repressive contro l’omosessualità sono ancora in vigore. Il 7 marzo di quell’anno, Antonio decide di parlare apertamente della propria omosessualità in famiglia. Purtroppo sua madre ha la pessima idea di riferire tutto a una suora ed è quest’ultima che, essendo un’informatrice della polizia, racconta quello che sa gli agenti. Questi piombano in casa di Ruiz un mattino verso le sei, lo prelevano e lo rinchiudono nel carcere di Badajoz, dove stanno i “passivi” (per gli “attivi” è in funzione la prigione di Huelva mentre le lesbiche vengono rinchiuse in manicomio). Nessun processo, nessuna possibilità di difendersi.
Quando finisce il carcere, per tutte e tutti loro la pena continua: come trovare un nuovo lavoro e tessere di nuovo relazioni sociali, infatti, quando pesano sul proprio passato non solo dei traumi così forti ma anche dei precedenti penali così infamanti? Ecco perché l’Asociación Ex-Presos Sociales si batte oggi anche per la cancellazione definitiva di quei precedenti. Non è certo una questione di vendetta, ma di dignità, di giustizia. E di memoria storica.

Fonti: Asociación Ex-Presos Sociales, Congreso de los Diputados, El Mundo, El País, Nueva Línea.

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