01 dicembre 2006

Il mostro

All’inizio avrei voluto scrivere un post con molti dati, per mostrare qual è la situazione nel mondo e qui in Francia. Per parlare ancora una volta di aids, nel giorno in cui si celebra la lotta contro questa malattia. Invece mi sono messo a tradurre.
È da un bel po’ che seguo le roncier, un ragazzo gay che ha deciso qualche tempo fa di lasciare Parigi e stabilirsi a Toronto. Se ve la cavate col francese, vi consiglio di visitare il suo blog. Altrimenti, ecco uno tra i post che mi sono piaciuti di più, tradotto in italiano.


Alla fine niente cambia. Né la rabbia, né il dolore, né l’impossibilità di dire. Sono sul mio letto e dico a questo ragazzo che sono sieropositivo e lui guarda rapidamente verso la porta. Non l’ho immaginato quello sguardo, l’ho visto, proprio prima che tornasse alle mie labbra. Prima, mentre ballavamo, gli avevo detto: no, non posso, non voglio soffrire. Non aveva capito, la musica della discoteca era troppo forte. Mi sentivo bene, quella sera, mi sentivo bene perché sapevo di brillare. Talvolta succede, so di brillare, mi preparo prima di uscire e quando sono pronto so che sarà una di quelle serate, durante la quale dimenticherò i miei difetti e ciò che mi piace di me traspirerà dai pori della mia pelle.
Sei un ragazzo a posto, mi dice, tu fai attenzione agli altri. Che ne sai, gli rispondo. Non mi conosci. In effetti non vede me, vede lo Charles delle grandi sere, quello che brilla. Io non sono accecato. Non dimentico mai. E quando gli dico che sono sieropositivo, so che la festa è finita. E capisco che è questo che non voglio più. Quelle persone che pensano di non essere mai state a letto con dei sieropositivi, solo perché i sieropositivi che sono stati a letto con loro non hanno mai detto che lo erano. Quegli uomini che pensano ancora che possono vivere la loro vita come se l’aids non li riguardasse. Come la dottoressa mi ha detto l’ultima volta, a proposito di Mike, quando le ho confessato che vedevo chiaramente che lui panicava: eppure dovrebbe sapere che con queste percentuali tra gli omosessuali, ha già dovuto affrontare l’aids! Affrontare l’idea, forse, ma non affrontare un sieropositivo.
Questa volta, il ragazzo è rimasto; per qualche ora, in ogni caso. Cercherò di conservare i complimenti, quelli che comprendevano tutto il mio corpo, il mio sorriso, i miei capelli, le mie gambe, le mie labbra. Conserverò il nostro ballo e mi ricorderò che, quando voglio, posso ridiventare brillante. Che se non lo faccio più spesso, è per non dover affrontare questo tipo di momenti. Tenterò di non conservare in memoria quello sguardo verso la porta, so che non potrò.
Niente cambia. Quelli che non vogliono proteggersi non si proteggono e seguono dei trattamenti d’urgenza per far finta di prendersi cura di sè. Quelli che lottano per la prevenzione si domandano a cosa serve. Quelli che vivono con l’aids se ne stanno tutti soli con lui, comunque sia, e, in un romanzo romantico, io sarò il dannato, quello che vive solo e che non si aspetta altro dalla vita, quello che sarà sempre lontano dagli altri, senza nessuna possibilità di avvicinarsi, di conoscere ancora l’intimità. Il mostro. Ma non siamo in un romanzo. È solo una stronzata di malattia. Al sole, oggi, i miei capelli brillavano, come un’eco della notte scorsa e mi sento stranamente sereno. (le roncier, licenza CC)

Foto: Aids, dove sono i/le candidat*?, ActUp Paris.

2 commenti:

Anonimo ha detto...

E' un commento tardivo, lo so, e anche se i miei piu' grandi amori li ho avuti da hiv+, quando non sei al riparo di una relazione consolidata è tremendamente difficile affrontare tutte le volte quel panico... ma c'è anche chi invece consapevolmente considera il mostro solo una cazzo di malattia che richiede un po' più di attenzione. Abbiate abbiate fiducia. Riverwind

Gabriele ha detto...

Grazie del tuo commento, Riverwind.