19 novembre 2006

La prima!

Ci siamo. Oggi Alessandro ed io presentiamo al Festival de films gays et lesbiens di Parigi il nostro documentario sulla storia del primo movimento omosessuale rivoluzionario francese, il FHAR, nato nel 1971 e morto per “autoconsunzione” sul finire del 1973. Una meteora, come è stata chiamata, sorta dall’incontro-scontro tra le istanze femministe sostenute dal Mouvement de Libération des Femmes e il militantismo dei gruppuscoli della sinistra extraparlamentare dell’epoca. Quel terreno fertile ha fatto sì che le danze potessero aprirsi anche per i “pédés” (froci) e le “gouines” (lesbiche) di Francia.
Abbiamo cercato di capire che cosa fosse il FHAR, attraverso le testimonianze di chi ha partecipato a quella avventura e gli archivi che di quell’epoca ci sono rimasti. A rivederlo oggi, questo Front Homosexuel d’Action Révolutionnaire ci appare come una creatura invero molto strana: un esplosivo miscuglio di gauchismo e paillettes, di discorsi rivoluzionari e di situazioni camp, di teorizzazione e di pratica politica, ma anche sessuale, quotidiana. Un gruppo di chiassosi travestiti (le Gazolines), eppoi quelli e quelle che ancora non si chiamavano transessuali, e ovviamente gay e lesbiche di ogni estrazione sociale, immigrati e francesi doc, si davano appuntamento ogni settimana all’Académie des Beaux Arts a Parigi, dove si svolgevano le riunioni più deliranti che l’estrema sinistra francese abbia mai conosciuto: assemblee, certo, alle quali seguivano però delle orge rimaste leggendarie. E dappertutto, nelle case private sparse in diversi quartieri della capitale, ma anche in provincia, i fharisti e le fhariste si ritrovavano per organizzare le uscite pubbliche, liberarsi e amarsi.
Da quella straordinaria fucina è scaturita la figura di Guy Hocquenghem, all’epoca giovanissimo intellettuale di formazione maoista, cresciuto alla scuola del filosofo René Schérer e destinato a diventare giornalista a Libération e brillante romanziere. È lui a pubblicare, influenzato da L’Antiedipo di Deleuze e Guattari, un’opera che rimane ancora oggi fra le più importanti per gli studi di genere e le teorie sorte intorno all’omosessualità o al “queer”: Le désir homosexuel. Il fatto che Hocquenghem abbia poi denunciato, talvolta in modo estremamente corrosivo, la sfacciataggine e l’arroganza di quegli ex sessantottini che hanno sacrificato gli ideali di gioventù alla loro carriera nel sistema socialista mitterrandiano, spiega, almeno in parte, il silenzio nel quale il pensiero e le opere di questo omosessuale rivoluzionario sono caduti dopo la morte, sopraggiunta per aids nel 1988.
L’altro grande personaggio del quale abbiamo voluto parlare è Françoise d’Eaubonne, scrittrice estremamente prolifica, femminista da sempre, presente sia all’MLF che al FHAR, morta nel 2005.
Siamo partiti chiedendoci perché oggi il FHAR, Guy Hocquenghem, Françoise d’Eaubonne, sono dimenticati dalla stragrande maggioranza dei gay e delle lesbiche francesi. Qual è stato il percorso che ci porta a essere i gay e le lesbiche che effettivamente siamo? La riflessione sul passato non è tuttavia disgiunta da un interrogativo sul presente, su quanto le lotte e le eventuali ambizioni del FHAR siano o non siano rimaste attuali. Mentre il movimento italiano e quello francese si domandano se preferire i PaCS o rivendicare piuttosto il matrimonio fra persone dello stesso sesso, che spazio può trovare nel 2006 l’affermazione di Françoise d’Eaubonne, secondo la quale non spetta alla società il compito di integrare gli e le omosessuali, ma agli e alle omosessuali quello di disintegrarla? Normalizzazione o, al contrario, cambiamento?
Cercare di comprendere il FHAR, per noi, significa quindi porsi queste domande e usare la storia anche come strumento d’interpretazione dell’oggi. Speriamo di essere riusciti a offrire un contributo in questo senso.

2 commenti:

aelred ha detto...

che bello!
io non sapevo niente del documentario e neppure del Fhar e di Hocquenghem.
ma lo vedremo in Italia? Perché non lo portate al festival di cinema gay e lesbico di Torino o di Milano?
Complimenti.

Gabriele ha detto...

Grazie. Sì, credo che ci siano ottime probabilità che venga programmato anche in Italia. Per ora, però, non posso proprio dire di più.