18 settembre 2006

Il mio PaCS - Prima tappa: l'atto di nascita

“E a che cosa le serve?”.
“Devo pacsarmi”.
Il funzionario rimane impassibile. Un secondo dopo dice:
“Deve tornare qui con l’atto di nascita”.
“Non lo potete fare voi?”.
“No, mi dispiace, il consolato non può rilasciare atti di nascita, deve rivolgersi al suo comune”.
Mi trovo al secondo piano del Consolato generale d’Italia a Parigi. Benché quest’ultimo abbia sede in un vecchio palazzo di un quartiere residenziale molto ricco, l’ingresso e gli sportelli per i passaporti o le iscrizioni all’anagrafe dei residenti all’estero si trovano al piano terra, in un annesso moderno e squallido, in stile ASL. Lo conosco molto bene, avendoci passato diverse ore in attesa di pratiche che sarebbero arrivate inevitabilemente “fra una quindicina di giorni” o giù di lì.
Ma questo era prima di aver avuto bisogno di un “certificat de célibat”. Quel giorno, invece, l’usciere in fondo alla grande stanza mi porge un foglietto sul quale ha scritto un numero e non mi indica le solite seggiole davanti agli sportelli ma mi spedisce al secondo piano. Salgo le scale. Quando arrivo mi sembra di sbarcare in un altro secolo: silenzio, poca luce, legno, colonne, un grande tavolo in mezzo alla sala, niente sportelli ma tante porte. Chiuse. Quella sulla quale leggo “Ufficio Stato Civile” si apre improvvisamente. Un signore di mezza età con alcuni fogli in mano mi guarda e scompare rapidamente inghiottito in un altro ufficio. L’atrio è vuoto, se non fosse per un’altra persona seduta vicino al tavolo, l’aria rassegnata e lo sguardo perso a frugare nei propri pensieri.
Il funzionario torna e mi fa entrare nel suo ufficio immenso, dagli arredi austeri e scricchiolanti, finestra aperta su una terrazza. Cerco di capire in che anno esattamente si trovi imprigionato quel luogo percorrendo i quadri appesi alla parete. Che strano, mi dico, dov’è finito il ritratto del re?
Senza aspettare un cenno da parte sua mi siedo e comincio a spiegargli che ho bisogno di un “certificat de célibat”, cioè un documento che provi che io non sono sposato nel mio paese d’origine. Mi chiede il motivo della mia richiesta ed io, simulando tranquillità, gli rispondo che è per un pacs. Ma sono diffidente, mi aspetto che mi dica, dalla portaerei dietro la quale nel frattempo si è seduto, che “se è per un pacs, non ci pensi neanche, non rilasciamo questo genere di documenti per la firma di contratti che l’Italia nemmeno riconosce”. Una reazione simile mi sembra illegittima, eppure possibile.
Fortunatamente il mio timore è infondato, il funzionario rimane del tutto indifferente. Che io stipuli un pacs in Francia non sembra turbarlo per niente. Chissà però se lo sfiora il pensiero di quanto ritardo lo Stato che lui rappresenta abbia accumulato su questo tema. E quanto ritardo si prepara ad accumulare ancora, mentre uno strumento come il pacs appare sorpassato persino qui in Francia, dopo l’approvazione del matrimonio tra persone dello stesso sesso nella vicina Spagna.
Ed è così che qualche giorno dopo io e il mio compagno abbiamo faxato le richieste ai nostri comuni per ottenere l’atto di nascita. Ricevuti nei giorni immediatamente successivi i due preziosi documenti, li abbiamo affidati alle doverose cure di una “traduttrice giurata presso la Corte d’Appello di Parigi”, la meno cara sulla piazza: 80 euro in tutto.
E adesso ci prepariamo alla prossima tappa: il consolato italiano (again).

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