08 settembre 2006

Il mio PaCS - Partenza: il Tribunal d'instance

Pacsarsi. Verbo riflessivo ricavato dalla sigla PaCS, acronimo che sta per Pactes Civiles de Solidarité. Ufficialmente non rintracciabile nel vocabolario italiano. Oggetto assente dal nostro ordinamento giuridico. Scandalo permanente.
Epperò. Essendo giunta anche nello stivale, non si sa bene come, un’eco lontana, molto ovattata, dell’evoluzione delle società che lo circondano, da qualche tempo di PaCS discutono animatamente molte e molti esponenti di una delle classi dirigenti più ipocrite al mondo, quella italiana appunto. E sostanzialmente lo fanno per evitare una decisione, per allontanare il giorno nel quale si dovrà verificare a suon di voti quanto sia rispettato nel nostro paese il valore della laicità e quanto invece ancora contino i dictat vaticani. Abbiamo già sotto gli occhi molteplici indizi, perciò non ho motivo di dubitare che le genuflessioni continueranno. Anzi, aumenteranno.
E in Francia, intanto? Da quando la Spagna ha permesso anche alle coppie omosessuali di sposarsi, qui il dibattito si è inevitabilmente spostato sul pieno riconoscimento del diritto al matrimonio (dunque anche dell’adozione) per gay e lesbiche: Sarkozy, probabile candidato della destra alle presidenziali del 2007, dice di essere contrario; Ségolène Royal, possibile candidata socialista, ha abbandonato le precedenti riserve e si è espressa favorevolmente. Si vedrà.
Eppoi qui accade anche questo: io e il mio ragazzo, baldi giovani italiani, migrati nella terra di Egalité, Liberté e Fraternité, utilizzeremo presto il verbo di cui sopra, convinti che, oltre al sentimento reciproco, nel nostro rapporto rientrino anche alcuni problemi d’ordine amministrativo, fiscale, pratico, che si potrebbero facilmente risolvere firmando un PaCS. Anche a noi, così come a tutte quelle coppie che non possono o non desiderano sposarsi, lo stato francese riconoscerebbe in questo modo non un privilegio ma alcuni di quei diritti che concede agli sposi. Insomma, è un patto civile, anzi di civiltà, tra una repubblica e i suoi cittadini, tra la comunità e i singoli.
Un bel mattino d’agosto, dunque, mi sono fatto scarrozzare dal metrò fino alla fermata più vicina al Tribunal d’instance dal quale dipende il nostro quartiere. È lì infatti, al tribunale che tra le altre cose si occupa delle cause civili meno gravi, che dovremo far registrare il nostro PaCS, quando avremo raccolto tutti i documenti necessari.
Una volta trovato il grande e moderno edificio che cercavo, sono entrato. Dietro la porta, il deserto: solo un ampio ingresso, dall’arredamento non ancora completato. Nessuno in giro. Tutto lasciava credere che gli uffici del tribunale fossero appena stati trasferiti lì, in quella nuovissima sede. Imboccato un corridoio e fatto appena qualche metro, ho visto un impiegato intento a mettere ordine sulla sua scrivania.
È lui che mi ha accolto, parlandomi da dietro un ampio sportello intorno al quale non ho percepito la benché minima traccia di fila d’attesa. Cinque o sei documenti richiesti. Tre o quattro uffici diversi ai quali rivolgersi. La redazione del contratto fra me e il mio compagno. L’appuntamento per la firma, circa un mese dopo che il tribunale avrà verificato la presenza e la validità di tutti i documenti. A quel punto, probabilmente il prossimo ottobre, saremo pacsati.
Qualche minuto dopo ero già di nuovo in strada, a passarmi da una mano all’altra il fascicolo informativo che mi aveva lasciato. E a pensare alla prossima tappa.
Mi sembra che quella sera io e Staou fossimo più leggeri. E ci è venuta voglia di partire di nuovo. Così, per una breve vacanza. Per festeggiare un po’.

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