11 novembre 2006

Gerusalemme, ferita nell'orgoglio

E così la marcia del World Pride di Gerusalemme, alla fine, è stata annullata. La mattanza di Bet Hanoun, durante la quale hanno perso la vita, per mano dell’esercito israeliano, diciotto palestinesi, ha provocato lo stato d’allerta per possibili attentati da parte palestinese. A quel punto le forze dell’ordine hanno affermato che non avrebbero potuto garantire la sicurezza dei partecipanti al Pride, minacciata dagli attacchi della destra religiosa. Eppure, contraddicendosi, la polizia aveva autorizzato gli ultraortodossi a manifestare ieri contro la “marcia dell’abominio”, e di quale violenza siano capaci, abbiamo avuto molteplici prove nei giorni scorsi. Del resto, era stato lo stesso primo ministro Olmert a dichiarare: “Gli ultraortodossi hanno il diritto di opporsi nella maniera in cui lo stanno facendo... Se la polizia ha detto che non poteva garantire la sicurezza del pride, bisognerà rispettare la sua opinione”.
Come se non bastasse, al coro omofobo si era unito anche il Vaticano, da par suo: “La Santa Sede esprime la sua viva disapprovazione per tale iniziativa [il World Pride, ndr] perché essa costituisce un grave affronto ai sentimenti di milioni di credenti ebrei, musulmani e cristiani, i quali riconoscono il particolare carattere sacro della città e chiedono che la loro convinzione sia rispettata. [...] Considerando che in precedenti occasioni sono stati sistematicamente offesi i valori religiosi, la Santa Sede nutre la speranza che la questione possa venire sottoposta a doverosa riconsiderazione”.
Risultato: piuttosto che rinviarlo per l’ennesima volta, l’associazione israeliana che organizzava il World Pride, cioè l’Open House, ha deciso di mantenere la data ma di ridurre la manifestazione a un semplice incontro allo stadio dell’Università ebraica di Gerusalemme. Al cosiddetto “happening” hanno partecipato appena 4000 persone, una cifra persino confortante, viste le premesse.
Intanto gli ultraortodossi cantano vittoria, mentre la comunità glbt israeliana, oltre che ridimensionata nelle sue rivendicazioni, ne esce divisa. Qualche manifestante, infatti, ha deciso di sfilare ugualmente a Gerusalemme in un corteo alternativo che però è stato immediatamente bloccato dai fanatici religiosi e dalle forze dell’ordine. “Dubito che la polizia ci permetta in futuro di organizzare un pride, si sarebbero dovuti annullare completamente gli appuntamenti. Mi dispiace che lo Stato e la società permettano una violenza simile e che la polizia non abbia fatto abbastanza contro questa violenza. La divergenza di opinioni all’interno della comunità non fa che indebolirla”, ha dichiarato il presidente dell’associazione Aguda, Mike Hamel. Yniv Waisman, presidente dell’associazione degli adolescenti omosessuali ha aggiunto: “Adesso, ovunque vorremo organizzare delle azioni dovremo pagare il prezzo dei fatti di queste ultime settimane”.
Non va dimenticato inoltre che alla manifestazione sarebbe mancato un pezzo importante della comunità, quella palestinese. Nonostante lo slogan del World Pride fosse “Love without borders”, cioè “Amore senza confini”, gli steccati resistono. Rauda Murcus, una delle fondatrici dell’associazione lesbica palestinese Aswat, ha fatto notare che non ha senso un pride in una città “dove l’occupazione continua e dove esiste un muro di apartheid che separa la comunità palestinese” e ha chiesto una marcia con contenuti più politici.

Fonte: Têtu.

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